CONSAPEVOLEZZE
di ELEONORA BRISSI
Il un lembo di terra bagnata a Nord del Natisone, a Est dall’Isonzo e a Sud dal mare vive da tempo un gruppo sociale che, seppur situato in Italia, parla lo sloveno. I più lo definiscono “minoranza”, ma per me sono sempre stati “zamejci”. Persone che hanno portato le loro tradizioni, le hanno protette e le hanno divulgate, anche a costo della vita.
Il valore e la necessità di appertenere, sono insite nell’uomo, già Aristotele sosteneva che fossimo animali sociali, e attraverso tutta la storia della filosofia si è tentato di tracciare un percorso che indichi il cammino dallo stato di natura, in cui ogni uomo pensava a sé, alle società strutturate come lo sono ora che tentano di investire nel welfere e a creare rapporti di qualità tra le singole individualità.
Il miglior modo per appartenere è comunicare e di modi ne esistono molti, ma che potenza maggiore hanno le parole e quanta di più ne possiedono quelle che comprendiamo, per non parlare poi, di quelle che conosciamo e usiamo, spesso con leggerezza. La lingua è un prisma che riflette la luce di un popolo e lo impreziosisce con sfumature che e cangiantezze che lo rendono unico. Eppure ogni lingua subisce la contaminazione delle altre, ogni cultura, come sosteneva Giangiorgio Pasqualotto, è come un grande albero, di cui il tronco è a sé stante, ma le radici e le fronde si intrecciano, in un dedalo senza una reale via d’uscita, con quelle degli altri alberi che compongono il bosco. Così ogni albero nutre un altro albero in una simbiosi silenziosa e nascosta, ma innegabile e necessaria. L’idea dell’alterità in questi pensieri sembra dissolversi e io sono tale perché qualcuno è diverso da me, ma al contempo ho da quest’ultimo appreso qualcosa e viceversa. Nel continuo confronto con il prossimo ho scoperto e definito me stessa.
Prima che la mia corteccia prefrontale fosse sviluppata i miei genitori mi hanno iscritto alla scuola materna con lingua d’insegnamento slovena. Credo fosse importante per loro: da parte di papà, nel corso della storia familiare, hanno sempre parlato sloveno e mantenerlo vivo nella coscienza aveva un valore inestimabile, anche in memoria di chi aveva sacrificato tanto nel custodirlo durante le intemperie della storia; così crescevo in un ambiente che non parlava la lingua dei miei genitori, ma che gli apparteneva, per la quale i bisnonni avevano combattuto la guerra di liberazione.
Certo, inserirsi in un contesto linguisticamente estraneo risulta ostico, soprattutto quando, lo sforzo compiuto è, apparentemente, privo di senso: trascorrere gli anni nella fragilità, che sono poi quelli dell’adolescenza, senza riuscire a esprimerle l’infinito mondo che ci abita apre una voragine di solitudine. Il silenzio viene squarciato da poche parole: “Ostaneš z mano na kosilu?”
Esiste una sola possibile risposta ed è: “Ja.”
Da quel momento ho iniziato a tessere una lunga amicizia con Greta e per la prima volta mi sono sentita in grado di poter comunicare, con me stessa e con altri, in sloveno, rendendolo una parte di me, sempre di più. Arricchire il mio bagaglio lessicale mi ha offerto nuovi orizzonti di relazione con l’altro: l’esigenza di avere degli amici, di dir loro cosa provassi, cosa mi rendesse felice, di partecipare delle loro gioie e del loro dolore mi ha concesso e permesso di assimilare una nuova lingua, una nuova cultura e di farla valere prima nello studio e nel lavoro poi.
Come il greco e il latino hanno fatto da seme al germogliare alle lingue moderne, così lo sloveno mi ha concesso di far sbocciare l’amicizia, che è una ricchezza inestimabile e che continua a distanza di tempo a concimare e rendere sempre più fertile le conoscenze linguistiche in armonioso circolo virtuoso.
Devo tanto alle persone che ho conosciuto e con le quali mi sono rapportata perché, con costanza e impegno, mi hanno portato a un alto livello di consapevolezza, aprendomi molteplici porte e consentendomi di scoprire nuove sfaccettature dell’universo che mi circonda. Mi hanno permesso di riconoscere da dove provengo e pur essendo io un tronco, ho fronde e radici che si uniscono e sciolgono incessantemente agli altri.
Parafrasando San Girolamo: il cuore è uno strumento e le lingue ne sono le corde – tante più ne conosci tanta più musica puoi suonare. In questo senso mi piace pensare a quanta musica ognuno di noi sia in grado di produrre, ascoltare, riprodurre e proteggere, trasformando il mondo in una sinfonia di comprensioni.
Articolo originale in Italiano.