PLURILINGUISMO DI CONFINE NELL’ERA DI GO!2025: TRA VETRINA E REALTÀ
di GIUSTINA SELVELLI
A partire dalla fine dell’esperienza imperiale asburgica, nel territorio goriziano, la lingua ha cessato di essere un semplice strumento di comunicazione: essa è diventata e continua a essere un dispositivo politico, un marcatore di appartenenza, un campo di battaglia simbolico, una ferita aperta mascherata da normalità. Qui le lingue convivono, ma non sempre dialogano: si sfiorano, spesso si evitano, talvolta si ignorano deliberatamente. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, il confine istituito nel 1947 non ha semplicemente separato due Stati: ha legittimato rimozioni e tabù linguistici che ancora oggi strutturano il modo in cui parliamo – o non parliamo – le lingue dell’altro.
Nel corso di questo anno appena trascorso, quello di GO!2025, questa evidenza è diventata impossibile da ignorare. Mai come in questi ultimi dodici mesi, le lingue del territorio sono state chiamate a “rappresentare” qualcosa: un’idea di Europa, di dialogo, di superamento dei confini. Ma proprio per questo meritano uno sguardo critico: il plurilinguismo locale (o quel che ne rimane), tanto celebrato nei discorsi ufficiali e nei materiali promozionali della Capitale Europea della Cultura, è in realtà il prodotto di una lunga storia di esclusioni, asimmetrie e gerarchie imposte.
Lo sloveno, lingua radicata in questo territorio, è stato per decenni percepito sul lato italiano come una lingua “altra”, quando non apertamente ostile, relegata a minoranza invisibilizzata, al massimo tollerata ma raramente riconosciuta come parte integrante del paesaggio linguistico (e addirittura “sonoro”) quotidiano. Il risultato è un paradosso che GO!2025 porta allo scoperto: ci proponiamo come laboratorio europeo di convivenza culturale, ma fatichiamo ancora ad accettare il plurilinguismo come normalità quotidiana, non come evento straordinario: insomma, continuiamo a comportarci condizionati da una mentalità del tutto monolingue.
La questione non riguarda solo il passato. Anche le attuali politiche linguistiche, rilanciate nel contesto di GO!2025, rivelano questa ambivalenza. L’insegnamento della lingua slovena nel Goriziano viene spesso presentato come un’innovazione, quando dovrebbe essere considerato un fatto ovvio in un percorso di integrazione di elementi della storia locale caratterizzata da contatti culturali secolari e identità plurime. Allo stesso tempo, lo studio dello sloveno nelle università italiane “lontane” – a Roma, Napoli, altrove – gode talvolta di una legittimità simbolica maggiore rispetto all’apprendimento sul confine, dove la lingua resta scomoda perché intrecciata a memorie irrisolte, conflitti taciuti, costruzioni identitarie fittizie e fragili. Oggi si parla di progetti curricolari, di cooperazione transfrontaliera, ma spesso senza interrogarsi davvero sul nodo centrale: che idea di lingua abbiamo? Una competenza tecnica da acquisire per ragioni economiche e istituzionali, o un’esperienza relazionale capace di rinnovare lo sguardo su noi stessi e sull’altro?
La retorica di GO!2025 rischia allora di trasformare le lingue in elementi scenografici: slogan bilingui, eventi tradotti, performance multiculturali. Ma le lingue non vivono nei loghi né nei programmi ufficiali; vivono nei corpi, negli accenti, negli imbarazzi, e nei silenzi tramandati. Nell’ultimo secolo, parlare (o non parlare) sloveno a Gorizia non è mai stato un atteggiamento neutrale. Ogni lingua porta con sé una storia di potere: chi può permettersi di essere plurilingue senza risultare sospetto? Chi deve invece tradursi continuamente per risultare accettabile?
Il territorio transfrontaliero non è mai stato linguisticamente “puro”. Prima dello Stato-nazione, la norma era la mescolanza; l’eccezione è stata l’omogeneizzazione forzata. Eppure continuiamo a pensare le lingue come compartimenti stagni, da insegnare separatamente, da gestire con prudenza, quasi fossero materiali esplosivi. È una paura ereditata, che non abbiamo ancora avuto il coraggio di disinnescare.
Nel frattempo, nuove comunità – balcaniche, maghrebine, pakistane, cinesi – ridisegnano il panorama linguistico locale, un arricchimento che purtroppo non è stato valorizzato degnamente nel racconto ufficiale del “territorio plurilingue” di GO!2025. Anche qui emerge una gerarchia implicita e si ripete uno schema noto: alcune lingue vengono celebrate come “storiche”, altre restano invisibili (o meglio, vengono “invisibilizzate”) o ridotte a problema di integrazione. Una vera capitale culturale europea dovrebbe avere il coraggio di riconoscere anche queste presenze come parte integrante del suo tessuto linguistico, e del suo potenziale in termini di diversità. E una frontiera viva non è un museo statico, bensì un laboratorio instabile, scomodo, perturbante.
Se il confine goriziano vuole davvero incarnare un modello europeo, di crocevia pre- post- o sovra- nazionale, deve smetterla di utilizzare la lingua come bandiera identitaria e iniziare a trattarla come pratica quotidiana di attraversamento. Accettare che il plurilinguismo non sia armonia, ma frizione; non un valore decorativo, ma una competenza critica ed un’esperienza trasformativa. Le lingue, qui, non servono a dirci una volta per tutte chi siamo realmente, ma a ricordarci che siamo sempre stati più di uno, e che proprio in questa irrisolvibile e irriducibile pluralità risiede il nostro potenziale.
Forse il senso più profondo di GO!2025 sta esattamente in questo: non nel dimostrare che il confine è stato superato, ma nel riconoscere che continua a parlarci. E lo fa, prima di tutto, attraverso le sue lingue.
Articolo originale in Italiano.