QUANDO L’ARTE GUARDA INDIETRO

QUANDO L’ARTE GUARDA INDIETRO

di KATARINA VISINTIN

 

C’è qualcosa di insolitamente intimo nell’incontro con un’opera d’arte. È quel momento in cui ci fermiamo davanti a un quadro, a una statua o a un’installazione e qualcosa dentro di noi si muove. L’arte è sempre stata un dialogo silenzioso tra creatore e spettatore, ma il modo in cui l’individuo entra in questa conversazione è cambiato profondamente nel tempo. Per molto tempo è sembrato che l’arte comunicasse chiaramente ciò che dovevamo provare. Le pale d’altare nelle chiese evocavano devozione, timore reverenziale e speranza. Solo in pochi si chiedevano davvero: «Cosa significa?». Il significato era perlopiù univoco, quasi imposto, e l’emozione di conseguenza. Oggi, invece, entriamo in un museo e possiamo trovarci di fronte a uno spazio vuoto, a un cumulo di rifiuti accuratamente disposti, a un video incomprensibile o a un’installazione bizzarra, e il nostro primo, sincero pensiero è spesso: «Ma questa è davvero arte?». Forse è proprio qui che si rivela una delle differenze chiave: un tempo l’arte ci accoglieva e ci prendeva per mano; oggi spesso ci sfida, lasciandoci soli davanti a un enigma aperto a infinite interpretazioni.

 

Pensiamo a quando l’arte aveva una funzione chiaramente definita. Il ritratto di un sovrano doveva incutere rispetto e obbedienza, l’immagine della Vergine doveva commuovere. La bellezza era intesa come oggettiva e normata; certe proporzioni, colori e composizioni erano considerati “giusti”. Il più grande artista era colui che imitava la realtà con una fedeltà sbalorditiva, al punto da farci dimenticare che stavamo guardando solo del colore su una tela. Poi qualcosa si è spezzato, o forse si è aperto. Gli artisti hanno smesso di dipingere solo ciò che vedevano per iniziare a dipingere ciò che sentivano. Hanno smesso di preoccuparsi della precisione anatomica o della verosimiglianza cromatica, trasferendo sulla tela grida, risate e dolore. L’arte è diventata più personale e viscerale.

 

Noi spettatori, però, ci siamo ritrovati in qualche modo disarmati. Abituati a una bellezza offerta in forma compiuta, siamo rimasti interdetti davanti a opere che sembravano incompiute, provocatorie o persino brutte. «Questo saprei farlo anch’io» è diventato quasi il ritornello dei musei d’arte contemporanea. E forse c’è un briciolo di verità: tecnicamente, molti di noi potrebbero dipingere un quadrato nero su una tela bianca. Eppure non l’abbiamo fatto. Quando nel 1915 ci fermiamo davanti al Quadrato nero di Malevič, non guardiamo solo una forma geometrica, ma un gesto radicale che ha cambiato per sempre la concezione del dipinto. È proprio qui che risiede la differenza.

 

Viviamo in un’epoca di pluralismo artistico che per le generazioni precedenti sarebbe stato quasi inimmaginabile. L’arte può essere una performance effimera, un’installazione monumentale che richiede il movimento fisico dello spettatore, un video, un algoritmo che genera immagini senza il tocco della mano umana, o un graffito apparso da un giorno all’altro sul muro di una città. La percezione dell’arte è diventata marcatamente democratica: chiunque può pubblicare le proprie creazioni online, raggiungere un pubblico dall’altra parte del mondo e proclamarsi artista senza bisogno dell’avallo di un’accademia o di una galleria. Ma questa libertà quasi vertiginosa solleva interrogativi che non ci lasciano indifferenti. Se tutto può essere arte, cosa distingue ancora l’opera d’arte da ciò che non lo è? Chi ha il diritto di decidere? Il mercato con le sue aste vertiginose, dove un quadro vale quanto una casa? I critici nelle loro simboliche torri d’avorio? Il pubblico che misura il successo a suon di like sui social? O le istituzioni culturali con i loro comitati e criteri spesso opachi?

 

A questo proposito si offre un’altra possibilità di riflessione: forse il problema non è l’arte, ma la nostra capacità di guardare. Le opere contemporanee richiedono spesso più alfabetizzazione visiva, più pazienza e più disponibilità all’interpretazione di quanto siamo abituati a dare. Anche le emozioni che l’arte suscita sono cambiate. Un tempo prevalevano il fascino per il virtuosismo tecnico e l’esperienza dell’elevazione spirituale, oltre al riconoscimento di storie appartenenti a un orizzonte culturale comune. Oggi l’arte genera spesso confusione, inquietudine o domande esistenziali senza risposte chiare. Può metterci deliberatamente a disagio, farci ridere nel momento sbagliato o rimanere del tutto imperscrutabile. Forse è proprio qui che risiede la sua forza moderna: non offre più certezze o facili consolazioni, ma ci invita nello spazio del dubbio. Per questo l’arte contemporanea ci chiede più della semplice ammirazione: richiede la nostra presenza. Incontrando l’opera, dobbiamo portare con noi le nostre esperienze, le nostre paure e i nostri desideri. Un’installazione sulla solitudine parlerà diversamente a chi vive solo in una metropoli rispetto a chi è circondato quotidianamente dalla famiglia. Ed è proprio in questa apertura che risiede la sua legittimità.

 

C’è qualcosa di profondamente democratico in tutto ciò, ma anche di destabilizzante. Dobbiamo accettare l’incertezza, persistere nel disagio dell’incomprensione o, sfida ancora maggiore, accettare la possibilità di riconoscere nell’opera un significato che l’artista forse non ha mai inteso. L’arte contemporanea non ci dà risposte; ci pone domande, alcune delle quali potrebbero rimanere aperte per sempre.

 

Attraverso tutte le epoche e gli sconvolgimenti estetici, resta però immutato un bisogno umano fondamentale: creare e cercare un senso nel creato. Dalle pitture rupestri fino alle opere generate oggi dall’intelligenza artificiale, l’arte rimane il tentativo di dare forma all’invisibile, di dire l’indicibile e di lasciare una traccia che comunichi silenziosamente: sono esistito, ho sentito, ho pensato, ho immaginato. In questo costante campo di tensione tra opera e spettatore, tra tradizione e innovazione, tra ciò che è stato e ciò che sta nascendo, l’arte continua a vivere, a trasformarsi, a schiudersi e a reinventarsi. Continua a inquietarci, a sorprenderci e a commuoverci. Continua a chiederci chi siamo e cosa sentiamo davvero. Forse è proprio questa la sua forza più grande: non ci lascia indifferenti. Non ci permette di restare osservatori distaccati. Ci costringe a guardarci dentro, anche quando preferiremmo distogliere lo sguardo. E questo, nella sua essenza, non è mai cambiato.



Prvotni jezik tega članka je slovenščina.