SOLDATI DISERTATE, PERCHÉ IN ITALIA AVRETE TUTTO IN ABBONDANZA!
piše VILI PRINČIČ
Quando si parla di lingue, si potrebbe pensare a un articolo accademico sulle varietà linguistiche di un territorio come il nostro. Oggi, dopo aver concluso il 2025 – anno fondamentale per le due Gorizie come Capitale Europea della Cultura – prevalgono due lingue autoctone, l’italiano e lo sloveno, e purtroppo in misura minore il friulano, che ultimamente sta riguadagnando, seppur timidamente, spazio pubblico. Un secolo fa, però, erano presenti anche il tedesco e una miriade di altre lingue dell’allora Impero Austro-Ungarico. A dire il vero, anche oggi per le strade delle due città si sentono le lingue più disparate: albanese, rumeno, ucraino, russo, serbo, ma anche cinese, arabo, urdu, pashtu e diversi idiomi africani. Si tratta però delle lingue di migranti e profughi in transito o residenti temporanei, che non possono essere classificate come autoctone.
Come accennato, un secolo fa il Goriziano era un crocevia linguistico straordinario. Questo articolo esplora tale diversità in modo insolito. Sappiamo che nel 1915 scoppiò la Prima Guerra Mondiale, che proprio qui lasciò i segni più sanguinosi. Sul Carso e nella Valle dell’Isonzo, gli eserciti si fronteggiarono in una guerra di posizione durata due anni e mezzo. Oltre ai bombardamenti e agli attacchi di fanteria, si impose la guerra psicologica e propagandistica: si cercava di convincere il soldato, rintanato tra il fango e i pidocchi delle trincee, a disertare per salvarsi la vita. Qui inizia la storia dei metodi di persuasione dell’esercito italiano, che invitava in varie lingue i soldati austro-ungarici a passare dall’altra parte.
Recentemente, un conoscente mi ha raccontato di aver trovato in una discarica vicino a Gorizia un mucchio di documenti abbandonati. Questo conoscente, Boris Venica di Gorizia, è un appassionato collezionista di documenti e cimeli della storia locale. Tra le carte abbandonate, ha notato dei volantini propagandistici che le forze italiane lanciavano oltre le linee nemiche durante il Fronte dell’Isonzo. Probabilmente venivano sganciati dagli aerei e il vento li portava lontano, nelle retrovie delle prime linee. I comandi austro-ungarici ordinavano l’immediata distruzione di questi fogli che promettevano una vita migliore in Italia rispetto a quella sotto la Duplice Monarchia. Alcuni, tuttavia, si salvarono: qualcuno li raccolse e li portò a casa dopo la guerra, oppure li trovò anni dopo in qualche bunker o caverna abbandonata. Finché quel “qualcuno” è rimasto in vita, i volantini sono stati custoditi in soffitta; una volta scomparso, i discendenti, facendo pulizia, hanno gettato tutto, finché Boris non li ha recuperati.
I volantini ritrovati sono stampati in croato, ceco, polacco, rumeno e ungherese. I testi contengono diversi errori grammaticali e ortografici; d’altronde, non erano scritti da linguisti, ma preparati probabilmente al fronte seguendo i suggerimenti di disertori non sempre istruiti. Il croato ci è familiare e saltano subito all’occhio errori come l’appello ai “Krvatski vojnici” (invece di Hrvatski). Il messaggio, però, era lo stesso per tutti: “Soldati! I vostri ufficiali vi dicono che noi italiani trattiamo male i disertori. Sono bugie per farvi morire per l’Austria! Venite da noi senza paura. Salverete la pelle e avrete pane bianco in abbondanza”. Nel testo ceco si aggiungeva che non aveva senso combattere contro gli italiani, alleati dei “fratelli russi”. Il volantino rumeno, invece, istigava i soldati a ricordare i torti subiti dagli ungheresi: “Non sacrificatevi per i vostri nemici!”.
Purtroppo, tra i reperti non è stato trovato alcun volantino in lingua slovena. Chissà se sono andati perduti o se, semplicemente, non ne furono mai stampati in quella lingua.
Si sono però conservati due volantini scritti a mano, probabilmente poi riprodotti a ciclostile, in polacco e ucraino. A Gorizia abbiamo trovato chi li ha tradotti. I testi sono identici, uno in caratteri latini (polacco) e l’altro in cirillico (ucraino), entrambi firmati dal sottufficiale disertore Martyn Buchko, della 10ª compagnia dell’80° reggimento fanteria. La traduzione recita:
Cari compagni, Sono riuscito a raggiungere le trincee italiane, dove i soldati mi hanno accolto come un amico. Qui mi sono reso conto delle grossolane bugie dei nostri superiori. Giuro che qui i prigionieri sono trattati meglio che da noi. Il cibo è ottimo: abbiamo caffè, riso, maccheroni, molta carne, limoni e ogni giorno una pagnotta di pane bianco, che non vedevamo da due anni. Mangiamo due volte al giorno e al mattino riceviamo il caffè. Venite, ragazzi della Galizia e della Bucovina; perché morire per l’Austria quando i nostri fratelli russi hanno occupato le nostre terre? Solo dall’Italia potete scrivere ai vostri cari. Presto noi galiziani potremo tornare nella nostra bella patria. Per noi la guerra è finita e le sofferenze pure. Venite compagni, venite tutti! 25.7.1916 Arrivederci, Sottufficiale Martyn Buchko
Non è noto se simili volantini volassero anche in direzione opposta. Si sa però che dalle trincee austro-ungariche si usavano i megafoni per invitare gli italiani alla resa. Probabilmente la guerra di propaganda era attiva su tutti i fronti europei, parte integrante di quel logoramento tipico della Grande Guerra.
Prvotni jezik tega članka je slovenščina.