IL FETICCIO DELLA LINGUA E DELLA LETTERATURA

IL FETICCIO DELLA LINGUA E DELLA LETTERATURA

di ALEX DEVETAK

 

La letteratura slovena in Italia nasce in uno spazio in cui la lingua è al contempo strumento quotidiano e simbolo che lega la comunità. La lingua e la letteratura qui non sono solo un fenomeno estetico. È certamente vero che la letteratura, come ogni arte, non è mai solo estetica, dato che è sempre anche sociale e politica; ma nei luoghi di confine, ovvero in ogni realtà minoritaria, questa politicità assume una forma particolare. Ogni frase che qui viene scritta o detta non ha solo un significato letterario o letterale, ma è anche segno della presenza della lingua e prova del fatto che la comunità esiste e vive in questi luoghi. Lo slogan femminista il personale è politico può essere esteso a qualsiasi comunità minoritaria, anche alla nostra.

 

Le ricerche citate da Maja Mezgec nella sua monografia Funkcionalna pismenost v manjšinskem jeziku: primer slovenske manjšine v Italiji (Capodistria, Univerzitetna založna Annales, 2012) delineano una progressiva diminuzione dell’utilizzo dello sloveno nella provincia di Trieste. La provincia di Gorizia non è nominata in questa ricerca, anche se probabilmente il quadro non sarebbe molto diverso. Sempre più spesso, la lingua esiste soprattutto a titolo dichiarativo, dal momento che il suo utilizzo quotidiano cala. Di conseguenza si restringe anche lo spazio nel quale nasce la letteratura. Questo parallelo è indicativo: dove una lingua è viva, lì anche la letteratura può respirare; dove invece la prima diventa mero simbolo, lo spazio della seconda lentamente diminuisce. Per la letteratura questo è di fondamentale importanza. Meno parlanti significa meno lettori e questo influisce direttamente sulle possibilità di creazione letteraria e sul contatto con la lingua contemporanea.

 

Ma c’è un altro fenomeno: l’idealizzazione di una presunta passata purezza della lingua o, come la definisce Matejka Grgič nella monografia Jezik: sistem, sredstvo in simbol (Trieste, Slovenski raziskovalni inštitut SLORI, 2016), la feticizzazione della lingua. Che cos’è un feticcio? Il termine deriva dalla parola portoghese factitius, usata originariamente dai marinai lusitani. Con questa parola descrivevano le statuine delle tribù, con cui erano entrati in contatto durante le loro conquiste del mondo. Queste statuine non “solo rappresentava[no] le divinità, ma erano esse stesse la divinità.” (Grgič 73, trad. PA). Il feticcio, quindi, è un segno  in cui il rapporto con il referente si è spezzato. Come le statuette sacre: contemporaneamente simboli del divino e divinità.

 

La nostalgia per uno sloveno più bello, che un tempo sarebbe vissuto qui, spesso oscura lo sguardo sulla realtà linguistica odierna, che è varia, dinamica, aperta. Il discorso nel Primorski dnevnik, analizzato da Grgič, rivela la prospettiva della lingua come un patrimonio da proteggere. Ma la lingua di una comunità non è solo patrimonio, dovrebbe anzi essere uno strumento vivo per la comunicazione. Anche la resistenza allo sviluppo della lingua non è solo una questione linguistica. È frequente la paura che gli influssi rovinino la lingua, sebbene sia vero il contrario: la lingua sopravvive solo se cambia. Non esiste l’erbaccia nella lingua, infatti ogni modifica, ogni calco, ogni termine straniero è parte della sua crescita. E, paradossalmente: persino quelle “zamejske” inadeguatezze, come ad esempio obračanje emailov (“girare” le mail), che in sloveno è un errore, danno alla lingua nuova linfa. Un esempio contrario è, ad esempio, polaganje izpitov (“dare” gli esami): oggigiorno in sloveno si “da” solo una mano di vernice sul muro, gli esami si “sostengono” (opraviti izpite). Certamente qui si parla di sloveno letterario, non di zamejščine (parlate oltreconfine, n. t.), vivaci come tutti i dialetti. La lingua letteraria è una sola, e il problema nasce quando la mescoliamo con il non letterario, ovvero quando non distinguiamo l’uno dall’altro. Nell’ambiente sloveno in Italia, il progresso è spesso percepito come minaccia, perciò è rimasta la convinzione, che in questi decenni la lingua letteraria non sia cambiata. La nostalgia per qualcosa che sarebbe un tempo esistita, sebbene nessuno sappia bene quando, non rinforza la lingua, ma la limita, infatti solo una lingua morta rimane invariata. Sullo sfondo della feticizzazione svetta la paura della perdita del simbolo, nel nostro caso la lingua, cosa che probabilmente deriva dal trauma dell’oppressione fascista. Questo processo porta a una contraddizione: il simbolo si conserva, ma perde il valore, il significato. I feticci, quindi, sono distruttivi per la comunità in quanto, secondo questo discorso, la lingua è l’identità. Il fatto stesso che questo meccanismo di difesa perduri ancor oggi ci dice che non abbiamo ancora elaborato il trauma.

 

È possibile trasportare lo stesso concetto alla letteratura? Abbiamo forse ridotto la letteratura a un feticcio? Ci aspettiamo da essa solo un valore simbolico? La risposta non è semplice, ma i sintomi sono riconoscibili: la letteratura si trova sotto la pressione di diventare, anziché spazio di libertà, una custode che confermi l’identità e i traumi della comunità. Ciò si vede anche dal fatto che, nel momento in cui la il resto della produzione slovena si è finalmente scrollato di dosso i traumi della seconda guerra mondiale diventando vario, dinamico, aperto, è diventato per noi non interessante, alieno, se non addirittura rovinato.

 

In primo piano, a differenza del paesaggio letterario sloveno, rimangono autori delle generazioni più anziane, quelle più giovani invece spesso non vengono percepite dalla comunità. Così, lo spazio letterario della minoranza è fondato su autori e autrici che hanno pubblicato il loro primo libro tardi, e su opere che spesso sono conosciute più per il significato simbolico che per la loro qualità letteraria. Non sorprende, che tra gli autori dello spazio sloveno in Italia pochissimi abbiano meno di cinquant’anni, dei più giovani, poi, è quasi inutile parlare. Questi numeri non sono mera statistica, ma indicatori di una mancanza di espressione contemporanea, che dovrebbe provenire proprio dalle giovani generazioni. Generazioni diverse viviamo in mondi diversi e proprio questa varietà dovrebbe essere fondamento di qualsiasi scena letteraria, anche a causa del già espresso il personale è politico: anche lo sguardo dei giovani sulla comunità è politico e cruciale, perché dimostra che noi giovani nella comunità ancora viviamo e ci siamo, ma la vediamo probabilmente con occhi nuovi.

 

Gli ostacoli non sono solo generazionali, sono sistemici. Lo spazio letterario della minoranza è piccolo, suscettibile e dipendente da una manciata di istituzioni e da limitate risorse umane e materiali. Manca un’infrastruttura editoriale che possa cercare i giovani, lavorare con loro e aiutarli nei primi passi. Poiché tutto ciò non c’è, si crea un circuito chiuso: i giovani creativi non hanno possibilità, il sistema interpreta la loro assenza come prova della mancanza d’interesse. Qua e là si organizza qualche laboratorio o concorso, ma da ciò non esce nulla.

 

In tale contesto la letteratura diventa presto solo custode della tradizione, dovere di sopravvivenza. Ma questa letteratura, che è utile soprattutto alla conferma dell’immagine di sé, raramente rende possibile una creatività autentica; spesso si chiude in uno stretto orticello di temi e traumi che si ripetono. E i giovani ci ritroviamo, pertanto, in tensione tra le aspettative della comunità e le nostre esigenze creative. Da un lato dovremmo portare avanti questo circolo vizioso, dall’altro ci tormentano questioni, che non sono necessariamente “nostre”. Questa spaccatura non è segno di infedeltà verso la comunità, ma la prova che la letteratura respira e segue il mondo in cui viviamo. In questa valle desolata non è ancora arrivata la novella, che il mondo è cambiato. Che con il plurilinguismo non siamo più un unicum, sempre che lo siamo mai stati. I traumi, che volentieri tendiamo a etichettare come unici, sono in realtà parte di storie globali di numerosi popoli e minoranze, vittime di esperienze simili. Alcuni di questi vi stanno facendo i conti proprio ora, davanti ai nostri occhi, sebbene troppo spesso preferiamo voltare lo sguardo.   

 

Se vogliamo che lo spazio letterario degli sloveni e delle slovene in Italia si sviluppi, dobbiamo essere pronti ad accogliere più di solo quello che conferma l’immagine di noi stessi come comunità o che macina nuovamente i nostri traumi. Abbiamo bisogno di uno spazio abbastanza ampio da consentire la varietà di sguardi e di stili. Uno spazio, dove non dipende tutto dalla questione “se questo è abbastanza zamejsko”. In altre parole: la nostra letteratura può restare (o diventare) importante solo se le permettiamo di respirare. Per respirare ha bisogno di aiuto. Non c’è ancora bisogno di respiratori meccanici, sarebbe abbastanza ripensare e ammodernare l’infrastruttura esistente. Anche se forse il problema è un altro. Forse non abbiamo paura di perdere la lingua, ma di iniziare a utilizzarla. L’utilizzo, infatti, rompe qualsiasi feticcio, linguistico o letterario, e rivela tutto ciò che nascondevamo alle sue spalle.



Prvotni jezik tega članka je slovenščina.