QUALE FUTURO
di MIHA KOSOVEL
La questione del multilinguismo è uno dei temi costantemente caldi del nostro spazio. Sebbene sia iscritto nella vita stessa di Gorizia attraverso tutta la sua storia documentata, diventa una questione politica almeno a partire dalla metà del XIX secolo. A volte pensiamo al multilinguismo come a una sorta di peculiarità. Ci sembra normale che ogni Stato abbia una lingua, che da una parte si parli in un modo e altrove in un altro. Consideriamo automaticamente il monolinguismo e la monocoltura come lo standard, mentre il multilinguismo e la multietnicità di un territorio come un errore. L’epoca della modernità — quando le città crescevano, si sviluppavano urbanisticamente, si industrializzavano, quando si sviluppavano l’istruzione, le biblioteche, i giornali — è stata anche l’epoca del risveglio nazionale e dei nazionalismi.
Il nazionalismo non è sempre stato una forza negativa. In larga misura, l’autoconsapevolezza di una comunità basata sulle usanze, sulla memoria collettiva e, naturalmente, sulla lingua, ha permesso lo sviluppo di molte istituzioni di solidarietà, come casse di risparmio, case della cultura e varie camere di commercio e dell’artigianato, che hanno aiutato a sviluppare la base economica di una determinata nazione. Nelle città multietniche, queste si sviluppavano spesso in modo ancora più vivace parallelamente le une alle altre, sia in competizione che in reciproca fecondazione. Sebbene non senza attriti, lotte, diffidenza e talvolta anche opposizione, hanno condotto la loro battaglia per il riconoscimento e l’influenza nella città in modo estremamente civile per i nostri standard e, nel tempo, avrebbero potuto svilupparsi in veri centri multietnici e multilingue, se le loro lotte non fossero state alimentate dalla guerra mondiale, se la diffidenza non fosse stata rafforzata in ostilità e in paura esistenziale dell’altro. Ciò che è accaduto a Gorizia è accaduto in molti altri luoghi dell’Europa centrale, e molti di essi affrontano ancora oggi questo trauma e cercano modi per ricominciare a vivere.
Quando abbiamo iniziato il progetto della Capitale Europea della Cultura, questo punto — almeno per quelli di noi del gruppo di candidatura che vivevano e lavoravano nelle “Gorizie” — era centrale: come ricucire lo spazio attraverso la cultura e permettergli di superare il trauma del sanguinoso “secolo breve”. O più precisamente, dato che in gran parte la cultura, soprattutto quella fuori dalle istituzioni, lo stava già facendo: come cavalcare, attraverso un progetto davvero grande (troppo grande per una sola delle nostre città), tutte le forze esistenti sul territorio al servizio dell’integrazione permanente di un territorio pieno di traumi, dove una nuova realtà comune sconfigga le forze che traggono profitto dalla separazione? Il progetto è parzialmente riuscito. Ci prenderemo il tempo per l’analisi nelle prossime riviste. Per ora sottolineiamo solo che — al di là di ciò che è stato guidato consapevolmente dall’Istituto, dai comuni e dal GECT — il progetto ha avuto in gran parte più successo proprio nelle sue esternalità non pianificate.
Cosa intendiamo con questo? Il progetto GO! 2025 ha innescato una dinamica che è uscita dai circoli strettamente culturali e ha iniziato a risuonare tra la popolazione e le istituzioni. Con il cambiamento del punto di vista, che non vede più le due città solo come l’ultimo confine del proprio ambito nazionale che vivono parallelamente l’una accanto all’altra, bensì come un’unica entità geograficamente e fatalmente legata che sta ancora inventando la convivenza, anche tutte le istituzioni hanno dovuto rispondere alla domanda: qual è il nostro ruolo nel nuovo spazio transfrontaliero? Uno degli aspetti più importanti è stato proprio l’interesse internazionale per le questioni della “confinarietà”. Ricercatori, accademici, artisti, attivisti e decisori politici da tutto il mondo non sono venuti solo per osservare i nostri luoghi come una sorta di miracolo, ma per esplorarli insieme agli attori del territorio, partecipando essi stessi a questo processo. In questo modo, l’area del Goriziano non è stata solo un museo di strane idee locali, ma uno spazio di scoperta di idee e processi a livello europeo, dove sono al centro tematiche globali di prim’ordine: la questione del confine e della cooperazione transfrontaliera, la guerra e la costruzione della pace, il profughismo, l’incrocio delle identità, nonché temi che riguardano la marginalità, il rapporto tra natura e urbano, tra nuovo e vecchio, tra memoria e storia. Soprattutto, questo spazio è diventato internazionalmente interessante e ha offerto anche ai residenti una consapevolezza nuova e fresca, perché non si trattava solo di Slovenia o solo d’Italia, ma di uno spazio dove, a livello multilingue, multietnico e multinazionale, si cerca di creare una comunità pratica e organizzata che non ha ancora un quadro giuridico o amministrativo rifinito e che deve quindi essere ancora inventato attraverso la pratica.
Se desideriamo che il nostro spazio continui a essere interessante per i residenti, affinché vogliano restare qui ed essere attivi, e per gli stranieri, affinché vogliano visitarci e collaborare con noi; se non vogliamo tornare a essere la periferia dei nostri rispettivi stati, ma un centro europeo interessante e dinamico in contatto con i flussi globali; se vogliamo diventare uno spazio che non piange solo un passato glorioso più o meno immaginario, ma è capace di vedersi come co-creatore del proprio futuro e quindi anche come esempio per altri luoghi in Europa e nel mondo separati da confini o frantumati da ostilità interetniche, dobbiamo fondere i postulati fondamentali che abbiamo celebrato nel 2025 nella quotidianità, sia a livello politico che ad altri livelli. I partenariati transfrontalieri, il multilinguismo, l’ideazione di istituzioni e organi politici transfrontalieri pratici devono essere la cornice necessaria per la sopravvivenza dell’eredità della Capitale Europea della Cultura. Se gli anni di preparazione sono stati una lunga gravidanza e l’anno 2025 la celebrazione per la nascita del neonato, piena di gioia, vicinanza e speranza, ora il bambino ha un anno e bisogna comprargli il cappotto invernale e insegnargli a camminare.
Prvotni jezik tega članka je slovenščina.