TOPONOMASTICA
di ALDO RUPEL
In merito all’uso visivo e uditivo della lingua slovena in pubblico, abbiamo già detto, descritto, delineato e celebrato le sue più variegate manifestazioni; eppure, la sua percezione visiva e sonora affonda sempre più negli abissi del silenzio e della cecità, in un baratro di imbarazzata timidezza. Sembra quasi che, usando una sequenza di consonanti — per non parlare delle sibilanti e delle affricate — si rischi di costringere la maggioranza a inerpicarsi su due o tre creste consonantiche ispide e irte, prima di lasciarsi andare, rantolando e gorgogliando, nelle acque rassicuranti e piatte della monotonia vocalica. Parallelamente alla promozione del suo uso, avevamo annunciato un passo avanti per quanto riguarda la denominazione slovena e friulana di varie zone del comune di Gorizia, centro cittadino incluso.
Non si tratta di rinominare o tradurre con nomi sloveni singole vie e piazze, ma almeno di richiamare alla memoria denominazioni vecchie di secoli che derivano dalla tradizione. Col tempo, gli abitanti hanno abbandonato molti nomi, sostituiti da altri con la nascita di nuove strade e complessi edilizi. Mutamenti radicali avvennero negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale, quando il “potere nero” trasformò deliberatamente l’aspetto della città, delle periferie e dei dintorni. Furono eliminate anche le indicazioni tedesche e friulane, con lo scopo di rimodellare il messaggio per i nuovi immigrati e per i visitatori provenienti dal Nord Italia e dal resto dello Stivale. Bisognava dimostrare a tutti i costi che le migliaia di morti erano giustificate dall’appropriazione di terre non ancora occupate — terre “irredente”, appunto! In realtà, si trattò di un mercanteggiare: l’Italia avrebbe piantato il coltello nella schiena degli alleati austro-ungarici in cambio dell’amministrazione del Litorale — pardon, della Venezia Giulia fino alla cima del Monte Nevoso, dell’Istria e della Dalmazia.
Allo stesso tempo, avevamo annunciato la riunione della Consulta comunale per le questioni della comunità minoritaria cittadina (una perifrasi linguistica usata per evitare l’aggettivo “slovena”, che non deve comparire ufficialmente negli atti), dedicata proprio a questo tema. Dopo l’incontro, si è riunita in municipio la commissione incaricata dalla Consulta di redigere una proposta con quaranta toponimi. I nomi avrebbero dovuto essere scritti su targhe marroni che il servizio tecnico competente avrebbe dovuto installare — entro l’anno stesso! — nei punti prestabiliti, insieme a quelli friulani e italiani.
Su circa centocinquanta opzioni, la commissione ne scelse un terzo per restare entro i limiti del “consentito”: cinquanta nomi tra i più caratteristici, distribuiti equamente su tutto il territorio comunale: Sant’Andrea, Podgora, Piuma, Oslavia, San Mauro, l’area del Monte Santo, Piedimonte, Lucinico, la Valle del Corno, Pristava, la zona del Castello e il centro stesso. Se il numero doveva essere tassativamente limitato a quaranta, la lista andava ulteriormente sfoltita.
In ogni caso, queste decisioni rappresentavano una novità, poiché per decenni — e certamente in tutto il XX secolo — non era stato previsto, e tanto meno permesso, registrare ufficialmente e pubblicamente la toponomastica slovena. Facevano eccezione alcune mappe catastali che però non erano accessibili al grande pubblico, e men che meno ai forestieri curiosi. In questa pratica burocratica e astratta si nascondeva sempre l’intoppo, ovvero la spiegazione “di salvataggio”: i documenti ufficiali o le mappe non riportano nomi sloveni. E se proprio c’erano, erano scritti in una storpiatura grafica tedesca tale da renderli incomprensibili. Emblematico è il caso di una zona di San Mauro registrata come Villa Vasi (?!?), dove il termine vas (villaggio) si era trasformato nelle “vasi” italiane.
Attraverso lo “sportello sloveno” del Comune, la proposta è arrivata alla Consulta per la conferma, per poi passare alla giunta comunale per l’approvazione definitiva. Aspettavamo con vivo interesse di vedere come e in che misura sarebbe seguita l’effettiva installazione.
Nel frattempo, si avvicinava la Capitale Europea della Cultura. Nel mondo sloveno abbiamo iniziato a individuare quali punti, slarghi, vie o scalinate potessero ricevere i nomi in uso tra la popolazione slovena e, in parte, friulana. Riunioni, limature, rinunce e qualche aggiunta proposta da privati che ricordavano i nomi usati da nonni e zii — meno dai genitori, che in pubblico erano già stati costretti a parlare solo italiano.
Abbiamo anche pubblicato alcune colonne di nomi, con il sostegno della Società Filologica Friulana: circa 130! Ma chi tiene in mano il coltello e la borsa a livello amministrativo ha ignorato tutto ciò che si avvicinava troppo alla riva sinistra dell’Isonzo e alla destra del Vipacco. Sono stati evitati persino i nomi dei quartieri cittadini come Podturn, Gorišček, Stražice, la Stazione Nord, il Parco di Piuma, il quartiere del Castello, Piazza del Fieno, Pilošče, il quartiere di Monte Santo, Pri Cedri, Na Pilošču, Na Sklacah, Pri Šintarju e decine di altri.
Da decenni sentiamo la solita risposta: “NO SE POL” (Non si può). Crollerebbe la convinzione che il leone veneziano sulle porte del castello sia solo una finzione storica ad uso dei turisti e dei passanti locali. Figuriamoci se si potesse ricordare da qualche parte la suddivisione partigiana della città durante la guerra nei quattro quartieri (Nord, Sud, Est, Ovest) con i relativi comitati del Fronte di Liberazione (OF). L’altra forma di evasione è il costante e romantico richiamo alla situazione precedente alla Prima Guerra Mondiale, quando in città si parlavano ben quattro lingue. Oggi, l’unica cosa che si ritiene degna dello sloveno è una targhetta di 30×15 cm, appesa a cinque metri d’altezza all’inizio di via Rastello, con la scritta Travnik (Piazza della Vittoria). Ma non fatemi ridere!
E intanto Lubiana continua a inviare istruzioni a tutti…
„Zamenjajte vendar tam besedila!
Imate za mejo ogabno skladnjo,
poglobite se vendar zdaj vanjo,
da govor Lahonov ne prevlada,
naj raje s Cankarjem se sklada.
Poslušajte barjanska, žabja poročila
in v njih zvoke, zglede, oznanila!“
Poslušamo radio, gledamo TV,
preplavi takoj nas besedno gorje:
fundacija, avla in titula
kolegij in statua ter britula,
motiv, donacija, pastila in termalna kura,
deklaracija, vizitacija in rozè frizura,
garancija, debata, alternativa, edukacija,
koncepcija, arbitraža, istanca, evalvacija,
sottilissimi Rio mare in homaž ter dekret,
naturalna pijača, fascikel, sekret,
inventura, distanca, koncesija in tradicija,
agresor, markèt, medikament in peticija,
kontrola, de luks in sondaža hkrati,
za spakedranščino nikar se bati!
Goji jo v unejstvu vse po vrsti,
se zgroženi Cankar obrača v krsti.
Prvotni jezik tega članka je slovenščina.