BESEDE, KI JIH NE POZNAM
di PATRIZIA DUGHERO
“Bisogna sempre dare un nome alle cose, per meglio riconoscerle o per far sì che esse possano essere ricordate. […] Francesco Tomada ci trasmette figure orali e dà loro un corpo nominandole. Non solo chiama le cose come sono, le chiama perché siano.” Così scriveva della raccolta A ogni cosa il suo nome il poeta Fabiano Alborghetti e questa è l’indimenticabile impronta che serbo dal lontano 2009, quando ho incontrato Francesco, che ci raggiungeva a Bologna nei circoli poetici che allora animavano la città. Francesco Tomada, classe ’66, da molti anni ha scelto Gorizia, divenendone un animatore attento e riservato al tempo stesso. Numerose le sillogi pubblicate, l’ultima delle quali è Affrontare la gioia da soli, per la “Gialla” di Pordenonelegge (2021), e il romanzo Il figlio della lupa (2022), scritto a quattro mani assieme a Anton Špacapan Vončina, ora tradotto in sloveno. Ricordiamo anche, per la collana “Autoriale” di Dot.Com Press, una sua antologia ragionata del 2016. I suoi testi sono stati tradotti in una quindicina di lingue straniere; suoi volumi monografici sono stati pubblicati in Bulgaria, Grecia e Spagna. Redattore del sito web “Perigeion” e della rivista “Smerilliana”, ha curato un volume sulla produzione letteraria della Provincia di Gorizia dal 1861 ad oggi, coinvolto com’è in diverse iniziative di divulgazione culturale, tra partecipazioni a giurie di premi letterari e organizzazione di eventi transfrontalieri bilingui.
Con queste sue 4 poesie compone un avvincente minimal contest sul tema della lingua, tenuto insieme da una voce narrativa e affettiva: è riconoscibile una poesia che procede per micro-scene, dettagli e improvvise fenditure emotive. Il linguaggio quasi prosastico non rinuncia alla densità emotiva. Una poetica dell’invisibile quotidiano: piccoli gesti che rivelano mondi interi unitamente a una peculiare capacità di chiudere i testi con versi epifanici, brevi ma incisivi, attraverso un tono capace di sostare nelle zone grigie dell’esperienza. Fin dal primo componimento Dal medico, il gesto quotidiano diventa un varco per interrogare il linguaggio, il corpo e le sue possibilità di comunicare. Le mani della ragazza sordomuta diventano parole, emozioni, segnali. Il finale, improvviso e potente, capovolge tutto,“è la sola lingua in cui nessuno / nessuno può gridare” e la lingua dei segni, come spazio della non-violenza e insieme dell’impossibilità del grido, parla di comunicazione, migrazione, vulnerabilità con la semplicità dell’incontro reale. I versi liberi, prevalentemente brevi, con assenza di punteggiatura forte generano un andamento parlato quasi diaristico e la cesura interna spesso coincide con un passaggio percettivo. Qui la funzione metapoetica, “si può dire ‘chiacchierare’?”, significa interrogare il linguaggio stesso. È la poesia più esplicitamente linguistica dell’intero corpus: il linguaggio, come limite e protezione insieme, viene esplorato in tre direzioni, lingua straniera, dei segni e della violenza. Trenitalia è quasi un aforisma a un ritmo poetico in crescendo come quello del treno in movimento. Catturando il punto di vista di chi resta, il passaggio dal fallimento del linguaggio come strumento di riparazione – ciò che si eredita non sono solo i gesti, ma i silenzi – si giunge a un finale che è un vero corto circuito semantico: la lacuna in cui il soggetto restante è linguisticamente invisibile. Con Le parole che non so, la frattura sintattica interviene ad imitare la difficoltà di dire con versi molto frammentati, che procedono per accumulo di ipotesi sull’impossibilità di dire, non per mancanza di coraggio, ma per la consapevolezza che il linguaggio può ferire o essere insufficiente. La domanda finale è un colpo secco che rovescia la grammatica in emozione. Essenziale e dolorosa nella sua disarmante sincerità, la chiosa è anche un paradosso che interroga una forma verbale impossibile per dire che la grammatica diventa destino. A seguire, con un inspiegabile sorriso finale, Il buongiorno, una delle poesie più mature e complesse della micro silloge, vibra di una tenerezza trattenuta: una confessione mancata in cui il poeta sceglie di restare nel presente per esprimersi. Nella tensione tra presente e futuro, la mancanza di punteggiatura crea una sospensione continua sostenuta dall’uso forte del discorso diretto; e anche qui la scena quotidiana (la colazione) viene elevata a spazio di simboli, mentre la menzogna necessaria diventa scelta morale, protezione e rinvio, il linguaggio, in una traduzione pura del non verbale, un atto d’amore. Ne emerge una poesia intima, gentile e ferma in cui la lingua non basta mai, eppure è l’unico modo che abbiamo per stare vicino agli altri. La metrica libera e la sintassi sospesa, così come la resa della natura esitante e precaria del dire, attendono a un pudore emotivo con tutta la difficoltà a pronunciare “noi” ed entrano perfettamente nel paesaggio poetico sloveno contemporaneo. In questa chiave s’inserisce il lavoro di A. G. con le traduzioni realizzate appositamente per la rivista, consegnandoci un portato linguistico vocato a sostenere il vicino anche nell’espansione dei silenzi. La precisione della poesia di Tomada si accosta alla concisione della lingua slovena, capace tra l’altro di valorizzare chiarezza e densità semantica al tempo stesso. Abbattute le fratture culturali, con buona risonanza, la poesia slovena degli ultimi decenni, da Šalamun a Komelj, a Šteger, ha sviluppato un’attitudine intimista ma non confessionale, quotidiana seppur attraversata dal senso di cura, concentrata sugli interstizi affettivi e Tomada, con la sua poesia dell’attenzione minuta, è perfettamente inseribile in questo orizzonte.
Articolo originale in Italiano.