E IL CINEMA BUTTÒ IL FUCILE

E IL CINEMA BUTTÒ IL FUCILE

di LUCIO FABI

Pacifismo, lutto e memoria in tre film del primo dopoguerra (1919-1923)

Finita la Grande Guerra si aprì per l’Italia un periodo di grande incertezza politica e sociale: una vittoria “mutilata” per certuni, un grande lutto collettivo patito dalla popolazione, ideologie e movimenti politici diversi in estrema, violenta contrapposizione. In quel periodo tutto sembrava possibile e il cinema, prima che la “rivoluzione” fascista intorbidisse le coscienze, tentò una sua lettura pacifista del mondo e della società. La rassegna organizzata dal Circolo Arcigong di Gorizia dal 4 al 26 novembre 2025 ha voluto focalizzare l’attenzione su tre mediometraggi che vogliono far riflettere su un periodo contrastato della storia italiana, in contrapposizione alla debordante retorica del regime che si stava instaurando.
Nel 1919 La regista Elvira Giallanella esprime uno sguardo pacifista in piena contrapposizione al conflitto appena concluso nel film “Umanità”, pellicola “dormiente” per decenni in uno scantinato della Cineteca nazionale, scoperta e restaurata nel 2007 per iniziativa dell’Associazione Orlando di Roma. Lo spunto del film è fornito da un racconto per ragazzi di Vittorio Bravetta intitolato “Tranquillino dopo la guerra vuol ricreare il mondo… nuovo”, un componimento in versi con illustrazioni a colori di Golia. Presentato come un lavoro “umoristico-satirico-educativo”, il film si apre nella camera da letto in cui riposano Tranquillino e Serenetta. Nella notte i piccoli si alzano e mentre la bambina va a rubare nel vaso della marmellata, il maschietto prende le sigarette di papà. Il fumo provoca a Tranquillino un sogno angoscioso: il mondo è stato distrutto da una terribile guerra e a lui tocca il compito di rifarlo. Le scene successive mostrano i bambini aggirarsi all’interno di un paesaggio spettrale, pieno di rovine e senza più tracce di vita umana. Nel suo tentativo di ricreare il mondo, Tranquillino scopre di avere in sé la stessa pulsione distruttiva che ha portato l’umanità alla rovina. Alla fine, disperati e impauriti, i piccoli cercano conforto nella preghiera e trovano rifugio tra le braccia di un Dio barbuto.
Girato all’indomani del Primo conflitto mondiale, in parte nelle zone in cui si era combattuto, intorno a Gorizia, con le rovine del cimitero distrutto dai bombardamenti e gli innumerevoli residuati bellici che spuntano dal terreno, “Umanità” è un caso forse unico di uso del cinema da parte di una donna per testimoniare una ferma condanna della guerra. Le finalità pedagogiche dell’operazione rendono il film ancor più interessante. Infatti, benché il titolo non compaia negli elenchi della censura e non sia menzionato nelle riviste d’epoca, non si può escludere che abbia potuto circolare all’interno di circuiti non commerciali, come scuole o strutture educative e ricreative.


Il secondo film della rassegna si intitola “Gloria: Apoteosi del Soldato Ignoto”. Girato tra ottobre e novembre 1921 dalla Federazione Cinematografica Italiana e dall’Unione Fototecnici Cinematografici, documenta il viaggio del treno che trasporta la salma del Milite Ignoto, scelta tra undici bare di caduti ignoti accolti nella Basilica di Aquileia da Maria Bergamas, madre di un caduto irredento triestino di cui non si era recuperata la salma. Per le tante famiglie dei caduti senza nome e per tutta l’Italia uscita prostrata dal conflitto, la sofferta “scelta di Maria” dà inizio al mito religioso e civile capace di rappresentare il sacrificio e il patriottismo dell’intero Paese. Caricata su un treno speciale con i simboli della vittoria, la bara prescelta viaggia lentamente da Trieste a Roma tra folle reverenti e indescrivibili scene di patriottismo e di lutto.


La più imponente manifestazione dell’Italia unita nel lutto collettivo che esce dalla guerra culmina il 4 novembre 1921 a Roma, alla presenza del re Vittorio Emanuele III, con un grande corteo e con la salma del Milite Ignoto tumulata con tutti gli onori al Vittoriano, mausoleo reale inaugurato nel 1911 che diventa l’Altare della Patria di tutti gli italiani. Anche questo mediometraggio ha avuto una storia difficile: osteggiato da Mussolini perché offriva un’immagine troppo “pietosa” del popolo italiano, inserito solo in alcune parti (la scelta di Aquileia, la cerimonia finale al Vittoriano) nell’omonimo “Gloria” inneggiante alla guerra vittoriosa con riprese dai vari fronti del conflitto e un finale con Mussolini su cavallo bianco, scompare ben presto dalle proiezioni pubbliche. Scoperto negli archivi della Cineteca nazionale, il restauro di “Gloria” è stato realizzato dalla Cineteca del Friuli a partire da diverse copie recuperate in varie cineteche europee (il film aveva girato nel circuito dei circoli degli emigranti), secondo un criterio cronologico e in base alle informazioni storiche sullo svolgersi dell’evento.


Il terzo mediometraggio della rassegna, senza data ma presumibilmente dei primi anni Venti, prodotto dall’Istituto Italiano Proiezioni Luminose, casa di produzione milanese con finanziamenti pubblici e fini educativi, segue il pellegrinaggio di un gruppo di vedove e madri di caduti su vari cimiteri del fronte della guerra italo-austriaca. Da Trento, le “Veterane del dolore”, come vengono definite, visitano il Castello del Buonconsiglio e le tombe dei volontari irredenti Cesare Battisti, Damiano Chiesa e Fabio Filzi. Scorrono poi i cimiteri di Monte Zugna e della Valsugana, inframmezzati da scene di guerra e da toccanti immagini della pietosa raccolta delle salme sul campo di battaglia.


La seconda parte del filmato inizia da Udine, dove il gruppo viene ricevuto in Municipio e visita il locale cimitero. Un altro inserto individua il capitano Giannino Antona Traversi, addetto all’Ufficio centrale per le onoranze dei caduti in guerra, mentre registra le piastrine recuperate dalle salme dei caduti. Da Udine il pellegrinaggio punta a Cividale, con visita all’orfanotrofio per orfani di guerra di Rubignacco, per poi arrivare a Caporetto, con inedite e movimentate carrellate sulla cittadina slovena. A Plezzo viene visitato il cimitero che accoglie le spoglie del maggiore Pericle Negrotto, comandante del battaglione volontari bersaglieri. Il viaggio prosegue poi per Tolmino, con in vista il cimitero di Plava, con l’eloquente didascalia patriottica: “ora l’Isonzo canta italiano”.


Un importante capitolo riguarda il cimitero del Sant’Elia di Redipuglia, con la cappella-faro ancora non ultimata, il che ci fa supporre che le riprese, prive di civili, siano antecedenti alla sua apertura, il 24 maggio 1923. Eloquenti le scene dei militari che con i martelli pneumatici e le mazze scavano nella roccia le tombe dei caduti raccolti dai vari cimiteri dei dintorni.
Il viaggio prosegue sul Monte Grappa con la strada Cadorna e i cimiteri del Monte Pertica e dell’Asolone, per arrivare alla Cappella della Madonnina, oggi inglobata nel Sacrario del Grappa,
sul Col di Lana e sul Piave, con scene di bimbi che portano fiori ai caduti, e si conclude a Roma, davanti al Colosseo e con il tributo alla tomba del Milite Ignoto.


Nonostante una certa retorica e qualche intento propagandistico (imbarazzante il saluto romano del gruppo al Colosseo), il filmato rappresenta il genuino dolore di un gruppo di madri e vedove di guerra che intraprendono un doloroso viaggio alla ricerca dei luoghi in cui possono essere sepolti i loro congiunti. In alcuni momenti, le facce inquadrate esprimono con forza il dolore di un lutto individuale e collettivo. Tuttavia non mancano pause di rilassatezza e di genuino divertimento per un percorso che si compie in gran parte su camion militari, con momenti di raccoglimento ma anche di soddisfazione per un viaggio che per molte sarà anche un’avventura. Sullo sfondo, i segni e i gesti di un regime, quello fascista, che si appropria del lutto privato per trasformarlo in proclami propagandistici.



Articolo originale in Italiano.