PALESE E OCCULTO TRA PORZÛS E GLADIO
di FRANCO JURI
Che la storia e, di conseguenza, la storiografia siano un magma in perpetua ebollizione, sul quale non possono esisterci “comfort zone” garantite dalla politica, ce lo ricordano le intense 1084 pagine del libro di Alessandra Kersevan Porzûs 1945-Prove di Gladio sul confine orientale, uscito lo scorso anno per Kappa Vu, la casa editrice udinese che da tempo offre spazio a chi indaga, spesso controcorrente, sulla storia di queste complesse terre multietniche e multilingui. La mole del libro si comprende, considerando che l’autrice ha dedicato a questo lavoro 30 anni di minuziosa ricerca, documentazione, verifiche, intersezioni e confronti dei dati e delle testimonianze, nonché inediti approfondimenti, seguiti al suo primo libro del 1995 sui tragici fatti di Porzûs avvenuti in seno alla Resistenza friulana garibaldino-osovana nel febbraio 1945 e che costarono la vita a 17 partigiani delle brigate Osoppo.
Ricapitolando; quella tragedia di portata nazionale e persino internazionale ha, sin dalla fine della guerra e dei vari processi agli esecutori e presunti mandanti dell’eccidio negli anni 50, in piena guerra fredda e sotto forte condizionamento politico, una verità che potremmo definire istituzionale, “giornoricordista” e quindi intoccabile, ripetuta per decenni da diversi storici, scrittori, giornalisti, politici e registi cinematografici che se ne sono occupati. Tale verità, ricorroborata di recente dal libro Sangue sulla Resistenza del docente di storia presso l’ Università di Udine Tommaso Piffer, uscito poco prima dell’opera di Alessandra Kersevan, mantiene la seguente narrazione: il 7 febbraio del 1945 un commando dei GAP ( Gruppi di azione patriottica, dipendenti dalle brigate Garibaldi e dal PCI friulano) comandato da Mario Toffanin-Giacca, attacca a tradimento un presidio di partigiani osovani nelle malghe di Topli Uorch, non lontano dal villaggio di Porzûs, sopra Attimis. I gappisti uccidono, dopo un processo sommario, quattro persone e ne feriscono una in fuga. Tra i fucilati osovani ci sono il comandante Francesco De Gregori “Bolla”, Gastone Valente “Enea” ed Elda Turchetti, segnalata come spia nazista da Radio Londra, ma da prigioniera, diventata alle malghe osovana con il nome di battaglia “Livia”. Aldo Bricco “Centina” riesce a fuggire ferito e poi a salvarsi curato in un ospedale partigiano sloveno, invece un giovanissimo garibaldino, Giovanni Comin “Tigre”, giunto alle malghe da solo, viene ucciso dagli stessi garibaldini, mentre nella confusione creatasi, tenta la fuga. Il resto degli osovani, tra cui spicca il nome di Guidalberto Pasolini, fratello di Pier Paolo, viene portato a valle, in zona Bosco Romagno, dove nei giorni successivi verranno anch’essi uccisi in circostanze mai del tutto appurate.
La narrazione ufficiale cristallizzatasi nel dopoguerra, anche come prezzo per un riciclo nazionale e riconciliativo dei più alti esponenti del dismesso PCI, ci presenta l’azione quale conseguenza di ordini ben precisi del locale Partito comunista, della Divisione Garibaldi Natisone, operante allora oltre Isonzo, nella Selva di Tarnova (Trnovski gozd) al comando del IX Korpus sloveno, e quindi dell’esercito partigiano sloveno/jugoslavo. Anche se nei processi ai gappisti venne a cadere l’accusa di alto tradimento alla patria, per la collaborazione della Garibaldi con la resistenza slovena, pur rerstando però le responsabilità dei comunisti, la storiografia ufficiale, ultima quella di Piffer, insiste sui mandanti sloveni, di cui Giacca, tramite la dirigenza del PCI friulano, sarebbe stato un ligio e crudele esecutore. In merito Piffer pubblica una lettera del comandante sloveno Julij Beltram in cui sostiene, nominando anche Bolla, che i presunti traditori osovani andrebbero liquidati. I tentativi della difesa di spiegare le ragioni dell’atto violento con fondati sospetti di collusione dei comandi dell’Osoppo con i fascisti della X Mas e i nazisti, mediata dal clero, per affrontare insieme il “pericolo slavo-comunista” nel Friuli orientale, vennero ignorati o comunque relativizzati al massimo ove non si potevano del tutto negare.
Ora il libro della Kersevan, con la sua dettagliata e finora inedita documentazione e lettura di quanto è possibile trovare nella ricca ma frammentata letteratura memorialistica, frutto di anni di ricerche negli archivi italiani, sloveni, inglesi e americani, e di testimonianze dirette e indirette, riesce a capovolgere buona parte della narrazione ufficiale anti-garibaldina, dimostrando ampiamente che i contatti tra i vertici della Osoppo, i “partigiani bianchi”, i servizi segreti badogliani, fascisti e alleati, nonché con la famigerata X Mas del principe Junio Valerio Borghese e gli stessi comandi tedeschi, avvennero a più riprese, con intensità particolare proprio all’inizio del 45, poco prima dei fatti di Porzûs. Va inoltre considerato che i garibaldini e soprattutto i gappisti, che operavano in pianura e nelle città, esponendosi più degli altri ai pericoli, agli arresti e alle uccisioni, spesso avvenute per delazione, vennero a sapere da diverse fonti di tali contatti “segreti”, severamente proibiti dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI). Che i rapporti tra osovani e garibaldini, nonostante alcuni tentativi di unificazione dei comandi, fossero a quel tempo tutt’altro che buoni, lo dimostra tutta una serie di memoriali e documenti che attestano la contrarietà dell’Osoppo, sorto con l’aiuto di sacerdoti e militari e il sostegno del Friuli più abbiente e aristocratico, proprio per “riequilibrare” l’influente e ben organizzata presenza del movimento partigiano comunista garibaldino, a passare, come fece la Divisione Garibaldi Natisone, sotto il comando degli alleati jugoslavi nelle zone di prevalenza etnica slovena. Lo stesso comandante Bolla (Francesco De Gregori), ufficiale del regio esercito fino all’ottobre 1943 e – come ci rivela l’autrice- già combattente volontario in Spagna a fianco dei franchisti, nei suoi memoriali non considerava i partigiani sloveni e i garibaldini degli alleati, ma li descriveva come il “nemico occulto”, mentre tedeschi e fascisti erano il “nemico palese”. Il dissidio tra gli anticomunisti osovani ed i comunisti garibaldini aumenta via via che si avvicina la fine della guerra e la vittoria sul nazifascismo con l’avanzata delle truppe partigiane slovene che negli osovani vedevano a loro volta un nemico reazionario e nazionalista, da loro paragonato, facendo torto a molti osovani sinceramente antifascisti, alla collaborazionista bela garda slovena, al quale perciò non riconoscevano il diritto di presidiare le zone a prevalenza etnica slovena.
Alessandra Kersevan focalizza e descrive con particolare minuzia di dettagli e ricchezza di fonti il complesso problema dei rapporti etnico-ideologici nella Zona operativa del Litorale adriatico annessa al Terzo Reich, e dei conseguenti attriti tra le diverse componenti della Resistenza. Ed ecco che nel complicato panorama bellico del Friuli orientale entrano in scena personaggi e interessi che fanno degli ultimi mesi di guerra “calda” un fosco inizio di quella fredda in cui trame e tentativi di alleanze segrete capovolgono molti dei principi della Resistenza sostenuti dal CLNAI.
Il dramma di Porzûs matura in questo clima esasperato, mentre in Friuli arrivano, con il piano De Courten emissari, agenti, mediatori e doppiogiochisti alla ricerca di un’alleanza che includa la Osoppo in un fronte comune italiano antislavo e anticomunista, con inclusa e riciclata la X Mas di Junio Valerio Borghese. I nomi, come i fatti, sono documentati; Cino Boccazzi, agente del SOE, i servizi britannici e poi dell’OSS americana, il maggiore Mario Argenton, agente del SIM, i servizi della marina badogliana, e membro “bianco” del CLN, Maria Pasquinelli fanatica fascista, nonché agente della X Mas, nota per aver ucciso nel 1947 a Pola il brigadiere generale britannico Robert W. De Winton, Antonio Marceglia, ufficiale della marina badogliana e agente del SIM, Italo Sauro, figlio dell’eroe irredentista Nazario e braccio destro di Mussolini per la pulizia etnica antislava, il principe Junio Valerio Borghese, capo della X Mas, e altri ancora. Come provato da documenti e deposizioni spesso contraddittorie ai processi Borghese (1947) e Porzûs (1952), che la Kersevan accuratamente cita, dal primo al trentun gennaio 45 si dipana una fitta rete di incontri tra osovani, agenti badogliani e fascisti che portano, sempre in gennaio, a quello tra il comandante supremo della Osoppo Candido Grassi “Verdi” e il delegato della X Mas Manlio Morelli, noto criminale di guerra. Ma la Kersevan ci presenta anche la corrispondenza e i promemoria paralleli della curia friulana con i comandi tedeschi e il capo della polizia delle SS generale Odilo Globocnik, dalle lettere dell’arcivescovo di Udine Giuseppe Nogara ai memoriali di don Aldo Moretti “Lino”, uno dei fondatori della Osoppo. “Palese” fu invece l’accordo, sostenuto da Bolla, tra gli osovani e la milizia fascista per un presidio comune a Ravosa, ufficialmente motivato per difendere la popolazione dalle razzie dei cosacchi collaborazionisti dei tedeschi, e quindi alleati dei fascisti. Ai garibaldini, come pure ai “palesi” alleati sloveni, tenuti all’oscuro di tali contatti, pervennero comunque diverse voci e prove di quanto stava avvenendo, come non rimase inosservato il miglior trattamento garantito ai prigionieri osovani, rispetto a quelli garibaldini nelle carceri nazifasciste.
Dopo l’eccidio di Porzûs, avvenuto nel febbraio 45, e dopo la fine della guerra, i tentativi di alleanza antislava e anticomunista tra resistenza bianca e fascisti germogliata “segretamente” in quel gennaio 1945 e culminata nell’arruolamento del collaborazionista “Reggimento alpini Tagliamento” nella Osoppo, divennero man mano più evidenti e istituzionali, favoriti in piena guerra fredda dall’Ufficio zone di confine istituito dal governo De Gasperi e coordinato da Giulio Andreotti. Ed inizia così pure la saga delle organizzazioni armate segrete con notevole presenza osovana ed ex membri della X Mas; dal 3.CVL, all’ Organizzazione O per finire con Gladio, creatura della Nato nel quadro dell’operazione anticomunista Stay behind, protagonista per decenni della sanguinosa strategia della tensione in Italia, la cui esistenza verrà riconosciuta nel 1990 da Giulio Andreotti e Francesco Cossiga.
Il libro di Alessandra Kersevan ci rivela aspetti e fatti finora inediti o volutamente sottaciuti, difronte ai quali molti degli storici che si sono occupati di Porzûs, dovrebbero un po’ arrossire.
Post scriptum
Penso sia corretto da parte mia ricordare che mio padre, Vittorio Juri “Marco”, comandante di stato maggiore gappista garibaldino, venne condannato per i fatti di Porzûs all’ergastolo. Nel 1967 venne amnistiato dal presidente Giuseppe Saragat, assieme ad altri condannati garibaldini. Visse 21 anni come esiliato a Zagabria, Abbazia, Pola e Capodistria, dove rimase anche dopo l’amnistia fino alla fine dei sui giorni. Prima di morire, nel 1981, iniziò a scrivere un memoriale, purtroppo non portato a termine, in cui ciò che racconta, conferma molti dei fatti documentati da Alessandra Kersevan.
Articolo originale in Italiano.