BORDERLESS AL POSTO GIUSTO NEL MOMENTO SBAGLIATO

BORDERLESS AL POSTO GIUSTO NEL MOMENTO SBAGLIATO

di ANDREA PICCO

 

Adesso che è finita, una domanda sorge spontanea: ma cosa diavolo è stata, per Nova Gorica e Gorizia, questa Capitale Europea della Cultura? Voglio dire: cosa ha significato veramente, quali cambiamenti profondi ha generato nelle due comunità, quali processi ha messo in moto a tutti i livelli, al netto degli eventi e della valanga di soldi piovuti sulle due città? Più me lo chiedo e più non trovo risposta, per lo meno non trovo quella che mi sarei aspettato di trovare oggi, quando cioè tutto è ormai finito. Riavvolgendo il nastro, direi che l’intuizione vincente che ha permesso di essere per un anno sotto i riflettori di tutto il mondo, ossia essere “un’unica città duale” come l’ha brillantemente definita Andrea Bellavite, è rimasta appunto tale. E il bellissimo slogan, Go borderless!, è rimasto sulla carta, sia come idea, sia concretamente, con la Polizia, e talvolta l’esercito, a presidiare i confini per tutto l’anno in cui, paradossalmente, l’Europa ci celebrava come esempio del superamento degli stessi. Da qui, da questo peccato originale che è stato non provare nemmeno a essere una sola vera capitale europea transfrontaliera della cultura, discendono poi a cascata le occasioni mancate di quest’anno, come se il confine, anziché superarlo, avesse in realtà rappresentato il solco entro il quale far scorrere tutto ciò che era conveniente, ma non giusto, dire e fare per questo territorio. La più importante di queste occasioni, quella per cui ci era stato assegnato il titolo, riguarda il secolo scorso e cosa è stata per queste terre la tragedia che le ha attraversate per intero. Anziché basare tutta la narrazione su questo e declinarla in tutti i suoi aspetti, si è deciso scientemente di ignorarla, di non parlarne. Ecco che, non essendoci un terreno comune, la frattura che il Novecento ha creato si è ripresentata sotto altra forma: non più una capitale unica, ma due capitali che gestivano senza pestarsi i piedi il “capitale” piovuto da Lubiana o da Trieste, invitandosi vicendevolmente l’un l’altra ad una serie di  eventi senza un filo conduttore, perché l’unico vero motivo per cui valeva la pena venire qui quest’anno, ma anche l’unico vero motivo per cui valeva la pena essere parte come cittadini di questo territorio in questo momento storico per le due città, è stato messo volutamente da parte dalle due amministrazioni. La summa dei paradossi? – motivo per cui a Gorizia per tutto l’anno ogni mese si è manifestato davanti al comune allo slogan Gorizia Capitale Europea dell’ipocrisia – la vicenda della mancata revoca della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. Non tanto e non solo perché Ziberna e i suoi non hanno voluto revocarla, ma perché l’argomento fascismo è stato bandito dagli eventi ufficiali della capitale. Non se n’è parlato in nessuna sede, né di qua né di là del confine, se si eccettua la mostra di Kaja Širok all’Epic center, inaugurata peraltro a fine novembre, a capitale ormai finita. Peccato fosse il nucleo del disastro del Novecento in queste terre, il vero tema su cui doveva ruotare quest’anno. Mica per guardare indietro, no. Per guardarci dentro e guardare avanti. Si doveva costituire un terreno comune di riflessione su questo, a tutti i livelli, dal momento in cui siamo stati proclamati capitale europea 2025. Invece Nova Gorica è caduta nella trappola di Gorizia: non parliamo del Novecento, che perdiamo i turisti – che, per inciso, sono stati molto meno del previsto, tanto da non intaccare minimamente il sonnacchioso vivere quotidiano della città. Facciamo vedere che andiamo d’amore e d’accordo, che il passato è passato e non ci riguarda, che il futuro è borderless anche se di fatto non lo è, perché tutti ci guardano e non possiamo fare brutta figura. Fingiamo, per un anno, che siamo fratelli. Senza capire che non siamo borderless proprio perché non abbiamo affrontato, metabolizzato, superato quel passato, e per questo al primo spiffero chiudiamo il confine, sappiamo benissimo dov’è perché non se n’è mai andato. Sappiamo dov’è nella testa e nella terra, e anche se lo abbiamo varcato, non l’abbiamo mai superato, abbiamo preferito non parlarne sperando che il tempo sanasse quella tragedia. Ma il tempo può sanare la superficie, il trucco può ringiovanire, abbellire, nascondere, ma lascia sotto intatto quel che trova. È solo un rimandare alla prossima occasione, con la grave responsabilità che un’occasione come questa non si ripresenterà più. Ecco, aver confuso un momento storico di reale possibilità di cambiamento con una festa lunga un anno, una sorta di mega Gusti di frontiera, è a mio avviso una colpa grave. E qui vengo al, permettetemi il gioco di parole, complesso di E..dopo? Cosa è cambiato, per chi abita questo territorio? Goriziani e Novogoričani sono diventati una comunità? Sono sulla strada per diventarlo, magari ponendo le basi nelle scuole per la comprensione delle reciproche lingue, o trattando insieme temi comuni, ad esempio la mobilità o l’ambiente, allargando il concetto di cultura ad altri campi?  Qual è la legacy, termine che va tanto di moda, di questa capitale? Vi do un dato: sapete quante volte si sono incontrati i consigli comunali delle due città, dal momento della proclamazione, cinque anni fa? Una. Sapete quanti tavoli comuni sono stati creati per progettare e realizzare insieme qualcosa per la capitale? Zero. È evidente che le capitali sono state due, una italiana gestita dalla Regione, che ha spalmato eventi ovunque sotto il marchio Go borderless, basti pensare ai concerti di Robbie Williams a Trieste e di Sting a Villa Manin, e una Slovena gestita da Nova Gorica. Cosa resta, dunque, per il futuro? Io, parlo per il Goriziano, dico che non è cambiato niente. La valanga di soldi che la Regione, lo Stato, l’Europa hanno rovesciato in città, non avendo come obiettivo un cambiamento, non avendo un senso se non quello del godimento di un tempo limitato, non ha inciso minimamente sulla sua vita presente e futura. Anzi, nel 2026 Gorizia si trova a dover aumentare le tasse locali per far fronte a un buco nella spesa corrente. Una beffa, se si pensa che per quest’anno speciale erano arrivati stando bassi nella stima almeno 120 milioni di euro, in pratica si poteva spendere un milione di euro ogni tre giorni. Spente le luci, restano i problemi del passato messi tra parentesi nel 2025, con l’aggravante dell’occasione, più unica che rara, sprecata. È come se alla Capitale della Cultura fosse mancato un pensiero, il Pensiero. Restano opere priapesche – un caleidoscopico fallo eretto, spacciato per obelisco della pace, in Casa rossa, ma anche l’installazione in galleria Bombi, il cui unico vanto è essere “la più grande” galleria multimediale d’Europa – il cicaleccio del Sindaco su quanto bravi siamo stati, e la sensazione che la Capitale debba ancora cominciare, visto l’innumerevole mole di cantieri aperti da anni in città anche per quest’occasione e mai chiusi, nonostante le promesse e le rassicurazioni dell’amministrazione. Siamo riusciti ad arrivare in ritardo di un anno, e adesso che è finito non ce ne siamo neanche resi conto, e da domani torniamo ad essere anonimi, le luci si accenderanno da un’altra parte. Purtroppo ci siamo trovati al posto giusto nel momento sbagliato, quando alla guida della città avevamo uno la cui unica capacità politica è la fortuna. È andata così. Peccato. 



Articolo originale in Italiano.