NEL MONDO DELLA “DISTOPIA” PERDIAMO IL CONTATTO CON LA REALTÀ
di KARLO NANUT
La conferenza traeva ispirazione dall’identità plurilinguistica e plurinazionale delle “città gemelle” transfrontaliere Nova Gorica e Gorizia, tornando poi all’idea che è al centro del progetto paneuropeo Eurozine: la traduzione come mezzo per la formazione dello spazio pubblico transfrontaliero. Se vogliamo capire l’Altro in maniera diretta, completa e perfetta, parliamo quasi sicuramente di sogni irrealizzabili, che possono ribaltarsi in un’illusione totalitaria e distopica, ha affermato la storica americana Marci Shore nel suo seminario sul mondo distopico.
Tutto è traduzione, ”alles ist Übertragung”. In tedesco, questo termine ha un significato più ampio, tutta la comunicazione umana è traduzione. Quando traduciamo delle parole, le portiamo da una lingua all’altra, e diventiamo così dei mezzi attraverso cui tramutiamo in parole la voce altrui. Concediamo agli altri di possederci. Tuttavia non esiste la traduzione perfetta, come non c’è metafora o similitudine che possa dirsi veramente completa. Questa impresa, seppur a prima vista nobile, si tramuta in fretta in illusione utopica. Dal punto di vista storico e teorico, i tentativi di comprensione o di armonizzazione completa con l’Altro hanno spesso dato vita a forme di controllo moralistiche, che portano poi a risultati repressivi o distopici. Le ricerche trattano delle ragioni per cui questa dinamica si ripete e di come approcci alternativi alla relatività possano evitare questi pericoli. Le persone hanno una naturale predisposizione alla comprensione, soprattutto in contesti di differenze reciproche. Numerose tradizioni filosofiche e politiche trattano la comprensione interpersonale come base della pace o della giustizia. Ma il desiderio della comprensione totale e perfetta dell’Altro implica una completa trasparenza dei suoi motivi, desideri, ideali e vissuti. Pertanto, il tentativo di comprensione totale dell’Altro è tanto impossibile quanto pericoloso, in quanto spesso porta a fantasie utopiche, che possono trasformarsi in forme di controllo totalitarie o distopiche. “L’Altro” indica individui e gruppi che si avverte come diversi da sé.
Nella fenomenologia (es. Husserl, Levinas), “l’Altro” è sostanzialmente non scomponibile, un portatore di differenza che si oppone a una spiegazione completa. L’incontro con l’Altro è sempre un incontro con un qualche radicale opposto. L’altro si trova sempre dall’altra parte del confine, che non potremo mai varcare del tutto. Il filosofo francese Paul Ricoeur ha parlato della formazione della propria identità come di una via di apertura all’Altro. Oggi, invece, l’identità si presenta come “io aggressore”, come sovrano assoluto. L’unicità dell’Altro, infatti, disturba l’incessante circolo di informazioni e capitale. Ma dove si incoraggia solamente la positività di sé stessi, la vita si impoverisce e appaiono nuove patologie: l’inflazione dell’io aziendale, i rapporti personali lasciano il posto ai legami “elettronici”. Solo l’incontro con l’Altro, destabilizzante e ravvivante, può dare a ognuno la propria identità. I tentavi di capire l’Altro senza rimanenze portano spesso alla trasformazione della differenza in uguaglianza. I progetti utopici puntano all’armonia completa, alla chiarezza o all’unità. Quando questi ideali vengono trasferiti nei rapporti interpersonali e sociali, l’utopia implica la rimozione dei malintesi, dei conflitti o della confusione.
Ma, come mettono in luce pensatori quali Karl Popper, Hannah Arendt e Zygmunt Bauman, le visioni utopiche legittimano spesso sistemi repressivi che dovrebbero realizzare i loro ideali. La completa comprensione dell’Altro implicherebbe l’accesso totale all’esperienza soggettiva, il che è epistemologicamente impossibile. La conoscenza umana è formata dalla prospettiva, dalla parzialità, dal linguaggio e dal contesto. Anche i momenti di più autentica empatia conservano una certa dose di segreto. Nonostante questi confini, le società fantasticano ancora e ancora sulla comprensione completa: sul consenso universale, la trasparenza completa o su tecnologie che eliminino i malintesi. Tali visioni promettono armonia, ma richiedono la rimozione dell’ambiguità, della differenza, dell’autonomia, tutte condizioni essenziali per la libertà. Il desiderio di conoscere completamente l’Altro può tramutarsi in sistemi di controllo, di soprusi ideologici o di normalizzazione psicologica. Storicamente, i regimi totalitari non volevano solo obbedienza, ma leggibilità: la rimozione del pensero privato o dell’identità distinguibile.
Quando l’Altro diventa totalmente conosciuto, deve anche essere semplificato, categorizzato o trasformato in modo tale che sia racchiuso nella cornice di ciò che si sta scoprendo. Questo processo sopprime la diversità. In casi estremi giustifica l’assimilazione o la violenza. La letteratura distopica, da 1984 di Orwell a romanzi contemporanei, ci mostrano come le idee di comprensione completa dell’Altro diventino oppressive. I tentativi di rendere tutti i soggetti visibili e spiegabili cancellano l’individualità, l’imprevedibilità e la discordanza. Filosofi come Levinas e Glissant sostengono un’etica che rispetti l’indissolubile opacità dell’Altro. La comprensione diventa dialogo, non atto di sopraffazione. Anziché focalizzarsi sulla comprensione perfetta, le società pluralistiche si basano sulla comprensione parziale, la negoziazione e la differenza, essenziali per conservare la libertà ed evitare la totalizzazione. L’empatia può rimanere una virtù, ammettendo i propri limiti. La consapevolezza del fatto che non possiamo conoscere totalmente l’Altro incoraggia umiltà, curiosità e forme nonviolente di solidarietà. Il desiderio di conoscere l’Altro direttamente, completamente e perfettamente è irreale e potenzialmente pericoloso.
Pur motivate dal desiderio di armonia o unità, tali imprese rischiano di trasformarsi in illusioni utopiche che giustificano forme totalitarie di controllo. Un approccio sostenibile ed etico alla diversità umana richiede l’ammissione di un confine di comprensione, il rispetto della diversità inesplicabile e la coltivazione di pratiche relazionali che sostengano la complessità anziché la rimozione della differenza. L’accettazione dell’impossibilità della comprensione totale può essere di per sé condizione per la libertà, la dignità e la convivenza autentica. L’idea di consumarci per un futuro ideale non ci porta al senso della vita: al contrario, rischia di renderci ancor più delusi (come succede oggi, soprattutto alle generazioni più giovani). La magia e i sogni di un mondo perfetto alla fin fine avviliscono la nostra vita in questo mondo. Film come Matrix hanno trasportato efficacemente la forza virtuale di questa illusione nel linguaggio della sua simulazione digitale. Non è un bene che cerchiamo di costruirci un futuro ideale che non c’è. È meglio dare nuova vita al mondo e alla vita, che sono.
Prvotni jezik tega članka je slovenščina.