SE GORIZIA FOSSE NEW YORK CITY
di ELEONORA BRISSI
L’idea del parlar d’amore evoca in me la voce di Carrie Bradshaw che fuoricampo si interroga sul perché e il per come di questo sentimento tanto contraddittorio.
L’autrice dell’iconica rubrica giornalistica, Sex and the City sul The New York Star per comprendere le proprie emozioni e le proprie sensazioni o per giustificare le proprie scelte sfrutta la statistica, gli aneddoti altrui e le esperienze che essa stessa vive. Per qualche assurda combinazione narrativa le domande che si pone, e le ricerche che compie, non trovano mai una risposta, ma hanno sempre una conclusione che volge ogni catastrofe in una prospettiva entusiasmante.
Allora, per scrivere queste righe, ho chiesto un po’ in giro, per ampliare la mia statistica personale e cercare di delineare una cornice entro la quale poter piantare le sementi dell’idee sull’amore. Un po’ come nella serie cult dei primi anni Duemila, ogni amica alla quale mi sono rivolta ha offerto una visione differente.
La mia Miranda, che in questo caso fa la commercialista e non l’avvocato, ha sostenuto che l’amore sia qualcosa di potenzialmente indefinibile e che in molti si illudano di provarlo semplicemente per ingannare il proprio cervello e imbrogliare così la solitudine che abita la loro vita. Spero sinceramente che si sbagli e che l’amore sia qualcosa di incredibilmente più poetico, anche se a volte è impossibile darle torto.
Charlotte, che si è appena sposata, ha offerto una visione più ottimista: il matrimonio ha messo in luce tutti i pregi che il suo compagno ha da quando si conoscono, ma che durante il breve fidanzamento aveva seppellito in qualche angolo non molto remoto delle proprie azioni. Per esempio: ora escono insieme di sabato sera e lui si concede addirittura una birra o due, mentre prima evitava la mondanità come il peggior morbo. Di Charlotte York conosco anche un’altra versione: quella col cuore infranto, che dopo anni si ritrova sola e vede i progetti di una vita condivisa sfumare davanti a sé. Quella ragazza sa che l’amore è una cosa seria e che non si esaurisce dall’oggi al domani, che per affidarsi a qualcuno bisogna mettere in gioco il proprio cuore e non è disposta a farlo con chiunque.
Samantha nella seconda stagione mette da parte la propria vita da single e tenta una relazione, che la rende molto felice, anche se ogni tanto si chiede ancora se il vero amore sia la tranquillità della coppia o il continuo rincorrersi di primi baci e cuori più o meno infranti che trovano consolazione nell’uomo successivo, almeno finché dura. Le Samantha che conosco hanno forse un po’ paura di lasciarsi andare, di verbalizzare ciò che provano e, conseguentemente, di trasmetterlo agli altri, ma posso rasserenare i loro partner: sono leali e innamorate; non lo ripeteranno allo sfinimento, ma lo sentono con una rara intensità. L’amore per loro è molto fisico, ma ha anche la capacità di sciogliere la maschera da donna forte (quali sono) e mostrare tutto l’universo che portato dentro, nel quale, ogni tanto, rischiano di smarrirsi.
Il mio amico Stanford, invece, per la prima volta nella vita si trova a lasciare da parte le proprie convinzioni stilnoviste. Dopo l’ennesima, forse nemmeno inaspettata, delusione ha deciso di condurre un periodo in cui non tutto l’amore è romantica sofferenza, ma, senza girarci troppo attorno, solo sesso. Per la prima volta però l’ho visto divertito e forse addirittura più giovane di qualche anno, come se una nuova adolescenza si fosse impossessata di lui.
Skipper, che, contrariamente a Stanford, non rinuncia alla visione più dolce e pura dell’amore, mi ha confidato che d’ora in poi cercherà la donna giusta, quella da portare alle cene di famiglia e da presentare agli amici. Il progetto è ambizioso e lo spinge spesso a chiedersi se si meriti una storia del genere, se ci sia al mondo qualcuna disposta a vedere oltre l’apparenza fisica e porgere orecchio alla sua voce timida mentre le dice: “Ti ascolto, è bello parlare con te.” Se tra le lettrici c’è una sognatrice che ambisce a un amore da “Ragione e sentimento”, sappia che esistono ancora Edward Ferrars che costudiranno con cura le promesse d’affetto eterno.
Quanto all’autrice posso solamente dire che, dopo anni di visioni sentimentali e irreali sul sentimento in questione, oggi è fidanzata e da quattro anni ha smesso di chiedersi cosa sia l’amore. Per lungo tempo lo aveva immaginato come filamenti dorati che fluttuano nell’etere, bellissimi, certo, ma, in fin dei conti, intangibili. Credeva che l’amore fosse un premio e si muovesse su dei binari invisibili che viaggiavano in direzione contraria alla sua e che non sarebbe mai riuscita ad agguantare quella bellissima lucciola, che ci riporta alla magia di quando eravamo bambini, con il mondo tutto da scoprire, e nessun guaio che non si potesse risolvere con il bacio della mamma. Credo che l’amore abbia smesso di essere un quesito teoretico intorno al quale definire l’esistenza, ma che sia diventato la pragmatica realtà di quel bacio che annulla i dolori ed esalta le gioie del quotidiano.
Articolo originale in Italiano.