di KATARINA VISINTIN
Mi chiedo di cosa sia capace l’uomo. Ha inventato la ruota, la stampa, l’automobile, l’aeroplano, il computer, il telefono e così tante altre cose che hanno radicalmente cambiato il corso della storia. Ha eretto maestosi palazzi, alti grattacieli, ha costruito ponti, cattedrali, moschee e templi. Ha composto sinfonie eterne, condotto ricerche, scritto romanzi, drammi, opere poetiche e filosofiche. Ha custodito il sapere negli anni attraverso le enciclopedie, lo ha arricchito e lo ha diffuso da un angolo all’altro del mondo. Ha dipinto tele, cappelle e intere sale che hanno catturato il tempo, fermandolo per sempre. Ha sviluppato numerosi campi della conoscenza, dalla scienza e la medicina alle scienze umane, contribuendo in modo significativo al progresso dell’umanità. Ha imparato le lingue, anche quelle dei vicini, per poter comunicare con loro. Ha rafforzato le relazioni, nonostante le più diverse difficoltà che si presentavano ancora e ancora. Ha imparato a perdonare e a iniziare un nuovo capitolo.
Mi chiedo di cosa sia ancora capace l’uomo. Ha raggiunto traguardi che gli antenati non avrebbero nemmeno potuto immaginare. Sembra invincibile quando interviene nella natura, quando costruisce ciò che ha ideato dall’oggi al domani, quando distrugge tutto ciò che potrebbe fargli da ostacolo, quando sfrutta le risorse come se fossero inesauribili. E si sente come se fosse l’essere più forte su questo mondo. Unico e solo sovrano. Come se niente e nessuno potesse sbarrargli la strada. È diventato avido di potere, denaro, spazio, influenza. Guarda egoisticamente a se stesso e ai propri interessi. Litiga per un pezzo di terra, costruisce muri, usa le parole come armi. Le relazioni gli scivolano tra le dita, si gira dall’altra parte di fronte all’altrui sofferenza, corre oltre chi è ignorato e ferito.
E in questa forza, che sembra non avere limiti, ha dimenticato di essere solo un uomo e di essere effimero.
Vive come se fosse eterno, come se la Terra avesse una pazienza infinita, come se potesse lasciarsi alle spalle rifiuti e macerie. Costruisce centri commerciali, zone industriali, resort sulle ultime spiagge incontaminate, strade attraverso gli habitat naturali, nuove città su terreni svuotati. Come se il profitto avesse più valore della vita, della natura e dell’uomo stesso. È spinto da un desiderio inarrestabile di progresso, dove ogni invenzione apre la porta a quella successiva, ogni traguardo rivela una nuova meta. La forza dell’uomo è cresciuta, ma parallelamente ad essa è cresciuta anche la cecità. Il desiderio di un potere ancora più grande, illimitato, spietato, avido, privo della consapevolezza dei limiti.
Come siamo piccoli. E come siamo presuntuosi. Abbiamo dimenticato che non siamo i padroni di questo mondo. Che lo abbiamo ereditato e che dobbiamo tramandarlo. Abbiamo dimenticato che dopo di noi ci sarà qualcun altro che avrà diritto a una vita dignitosa, esattamente come noi. Abbiamo dimenticato ciò che è veramente importante nella vita: non il denaro, non il potere, ma le relazioni. Abbiamo dimenticato il rispetto per la natura e la compassione per il prossimo. Abbiamo dimenticato di fermare il passo e di essere, semplicemente. Abbiamo dimenticato che nessun successo può riscaldarci come un abbraccio sincero e che nessun palazzo costruito può sostituire una casa in cui siamo davvero accolti. Abbiamo dimenticato la gratitudine per le piccole cose, per il tempo che ci è concesso, per la mano che ci sostiene quando ci mancano le forze. In questa infinita bramosia, nel cieco desiderio di dominare tutto e avere tutto, abbiamo perso di vista la verità più elementare. Abbiamo dimenticato che sulla Terra siamo solo passeggeri effimeri.