OLTRE IL 2025: È L’ORIZZONTE A DEFINIRE LA CULTURA
di ANDREJA REPIČ AGREŽ
«La società è definita dai confini, la cultura è definita dall’orizzonte». Con questa frase di James P. Carse (professore americano di storia e letteratura delle religioni) concludevo spesso le presentazioni del concetto e del programma della Capitale Europea della Cultura Nova Gorica – Gorizia. Presentazioni rivolte a studenti, imprenditori, rappresentanti di varie città europee, ambasciatori, operatori turistici e molti altri. Tutti hanno sempre ascoltato con entusiasmo e sincero interesse ciò che accadeva nelle due città nel corso del 2025. Ho sempre avuto la sensazione che comprendessero l’importanza e la grandezza del progetto: io stessa sentivo la pelle d’oca durante l’esposizione, e negli occhi degli ascoltatori vedevo l’emozione unita a un pizzico di sorpresa e a una profonda comprensione del messaggio che volevamo trasmettere.
Perché «l’arte è emozione». Questa è la seconda citazione rimasta impressa nella mia memoria. L’ha pronunciata l’artista giapponese Tatsuo Miyajima durante la sua visita a Nova Gorica per la presentazione del progetto Kaki, l’albero della vita, parte del programma ufficiale di GO! 2025. Certamente, il progetto della Capitale Europea della Cultura ha risvegliato e lasciato in eredità molte sensazioni che elaboreremo ancora per molto tempo.
Per me, il viaggio è iniziato il 1° luglio 2022, il mio primo giorno di lavoro presso l’ente pubblico GO! 2025 come responsabile marketing. Seguivo il progetto già da molto prima e il 18 dicembre 2020 ricordo di aver saltato come una matta nella cucina di casa quando Nova Gorica fu proclamata seconda Capitale Europea della Cultura 2025 (Chemnitz era stata annunciata qualche settimana prima). Di solito conservo ricordi molto precisi su dove mi trovassi in occasione di grandi eventi storici (come la morte di Tito, quella di Freddie Mercury o l’attacco alle Torri Gemelle), perciò quel ricordo in cucina mi è ancora più caro.
Tutti noi che siamo entrati a far parte del team di GO! 2025 siamo stati letteralmente “buttati in acqua” fin dall’inizio, e per me non è stato diverso. Già nella mia prima settimana di lavoro ho partecipato alla presentazione della nuova identità visiva di GO! 2025 e, poche settimane dopo, presentavo l’idea di “assenza di confini” nella città “sorella” di Chemnitz. Ogni mese portava una nuova sfida e, più il 2025 si avvicinava, più queste sfide diventavano frequenti. Pochi mesi dopo l’inizio, ebbi un colloquio con Ivan Šarar di Fiume (Rijeka) 2020, che condivise con me e le mie colleghe la sua esperienza, dandomi soprattutto consigli su cosa evitare (non solo per avere successo, ma per preservare la salute mentale). Rileggendo oggi gli appunti di quell’incontro con un po’ di distacco, vedo che non abbiamo evitato quasi nulla. Ma fa parte della realtà: s’impara dai propri errori, quasi esclusivamente sulla propria pelle. Ogni Capitale Europea della Cultura è un universo a sé e, sebbene si ricevano informazioni e scambi di esperienze attraverso la ECoC Family (gli incontri annuali delle capitali passate, presenti e future), alla fine siamo definiti soprattutto dal territorio in cui ci troviamo e dalla situazione socio-politica che ci circonda.
È del tutto evidente che Nova Gorica e Gorizia sono definite dal confine che le attraversa. Un confine di stato, linguistico, amministrativo e, non ultimo, il confine tra due culture diverse, quella latina e quella slava. Quando ho chiesto a vari artisti quale fosse il primo pensiero associato alla parola “confine”, Tomi Janežič ha risposto: la pelle. Perché tutti abbiamo una pelle — le persone, la società, anche le famiglie — e l’essenza della pelle è la permeabilità. «Se pensiamo ai confini in modo rigido, come fossero barriere, in un certo senso manchiamo il punto», ha affermato Janežič. Non è necessario, quindi, guardare ai confini sempre come a un fenomeno negativo. In fondo, senza il confine, Nova Gorica non sarebbe mai nata né esistita.
Guardare oltre il confine (soprattutto quello politico) è stata l’idea cardine e definitoria di GO! 2025. Nel team abbiamo sempre visto lo slogan GO! Borderless non solo come un concetto politico, ma come un’idea che apre nuove prospettive e ci dà la libertà di fare le cose in modo diverso. Certo, l’idea è una cosa, la realtà un’altra. Ma cosa ha portato concretamente al territorio la Capitale Europea della Cultura?
Le prime analisi si sono concentrate soprattutto sui numeri: eventi realizzati, partecipanti, aumento dei turisti. Questi dati sono i più facili da misurare e sono senza dubbio invidiabili, specialmente se visti dalla prospettiva del team che ha gestito il progetto. Nell’ente pubblico GO! 2025, che ha curato il programma ufficiale, lavoravano al massimo 17 persone (spesso meno, a causa dell’alto turnover). È stata sicuramente la squadra più piccola che abbia mai gestito una Capitale Europea della Cultura. C’erano ovviamente collaboratori esterni, studenti e il team della parte italiana (GECT GO), che però si occupava anche di altri progetti oltre alla Capitale. A Chemnitz, per fare un paragone, le persone assunte erano 97, con altre 100 coinvolte nell’amministrazione comunale e centinaia di volontari. Eppure il Bid Book di Chemnitz (la “bibbia” per l’attuazione del progetto) era vasto quasi quanto quello di Nova Gorica.
Nonostante nel 2025 siamo riusciti a realizzare tutti i progetti previsti dal programma ufficiale, abbiamo avuto altre difficoltà. Insieme alla grande idea di “borderless” e di fare le cose diversamente, siamo rimasti intrappolati come ente pubblico negli ingranaggi dell’amministrazione e di una burocratizzazione crescente, tipica di ogni settore della società moderna. Data la natura unica del progetto, il nostro lavoro non è mai stato di routine. Non avevamo stagioni o eventi ciclici come altri enti culturali; avevamo oltre 90 progetti diversi, ognuno con la propria tabella di marcia, culminati tutti nel 2025. Io stessa ho commesso l’errore fatale di leggere Bullshit Jobs di David Graeber proprio nel periodo di massima stesura dei report: un libro che parla del proliferare di lavori burocratici inutili e senza senso. Per fortuna mi ha salvata il contenuto: la cultura e gli eventi artistici che ci hanno sommerso ogni settimana.
Non è un segreto che altri enti culturali di Nova Gorica non abbiano sentito la Capitale Europea della Cultura come propria. Ivan Šarar ci aveva consigliato che il progetto avrebbe dovuto fungere da “plastilina” per unire enti pubblici e organizzazioni non governative del settore culturale. Purtroppo, il nostro team era troppo piccolo per farlo in modo efficace. E anche se all’inizio avevamo creato scherzosamente della plastilina come gadget promozionale, ne avremmo avuta bisogno a tonnellate per riuscire a “incollare” insieme gli operatori culturali goriziani, che vedevano il progetto attraverso i propri diversi bisogni e interessi. Soprattutto, è emersa la grande differenza tra la percezione slovena e quella italiana della cultura. In Italia si avverte chiaramente che la cultura è un pilastro fondamentale non solo della società, ma anche del turismo e dell’economia. Viene finanziata in modo significativo e ne vanno estremamente fieri. Non sorprende che ci sia stata una tendenza a voler “appropriarsi” un po’ della Capitale. In Slovenia, d’altro canto, la cultura è ancora percepita come qualcosa di elitario, distante dalla gente. Noi sloveni non ci identifichiamo sempre come una nazione di cittadini sicuri di sé e dei propri straordinari traguardi (cosa che invece nota chiunque ci guardi dall’esterno). Fortunatamente, la visione e l’ambizione del Ministero della Cultura stanno cambiando radicalmente questa logica.
In Slovenia, la Capitale Europea della Cultura ha avuto lo status di progetto di interesse nazionale. Con un budget considerevole per il programma e uno straordinario supporto dalle istituzioni (Comune di Nova Gorica, Ministero della Cultura, Ente del Turismo Sloveno), come team abbiamo sentito di non essere soli. Nonostante ciò, abbiamo vissuto un alto turnover di personale: persone che arrivavano con entusiasmo e se ne andavano per i motivi più disparati. Abbiamo cambiato direzione e persino sede. Dagli uffici della stazione ferroviaria (dove la Capitale è nata) siamo passati a via Erjavec, poi a via Delpin (sede del dipartimento programmi accanto all’Xcenter) e infine ci siamo espansi in via Kidrič (dipartimenti amministrativo e internazionale). A queste sedi si sono aggiunti infine l’EPIC e il suo caffè.
Ma alla fine siamo sopravvissuti. Esausti, quasi fuori di testa e ancora increduli di aver portato a termine la Capitale Europea della Cultura. Certamente ogni membro del team può elencare almeno cinque “perle” viste nel 2025 che lo hanno toccato, segnato o cambiato. Non vedremo per molto tempo una tale frequenza di eventi culturali e artistici, ma è rimasto il desiderio di continuare a nutrire i nostri sensi attraverso l’arte.
L’assenza di confini è una storia immensa. Non è importante solo per l’Europa (e per la Commissione Europea che, nell’anno del Covid e delle chiusure, scelse coraggiosamente Nova Gorica con Gorizia per realizzare questo progetto transfrontaliero), è un’idea vitale per tutti noi che viviamo qui. Andare oltre i confini è fondamentalmente un cambio di mentalità, una ricerca di nuove strade e possibilità. Sarebbe utopico aspettarsi che tutti i grandi cambiamenti avvengano nel solo 2025; il fatto è che quest’anno è stato sparato il colpo di pistola (se mi passate il gergo sportivo in ambito culturale) che dà inizio alla corsa. E non è uno sprint, è una maratona.
Se saremo intelligenti, faremo in modo che l’anno della cultura 2025 si estenda in qualcosa che definisca e costruisca le due città e i loro abitanti a lungo, nel futuro. Questo non dipende solo dalle autorità comunali o dalla politica attuale, ma da ognuno di noi che vive in questo spazio. Spetta a noi scegliere ogni giorno. E se la cultura sarà il nostro modello, la scelta resterà ricchissima. È utopico pensare che le informazioni ci pioveranno addosso da sole; nessuno verrà a invitarci personalmente a teatro, a mostre, concerti o performance come forse accadeva nel 2025. Ora siamo abbastanza esperti per farlo da soli. Non ci sono scuse. Abbiamo un patrimonio di istituzioni culturali su entrambi i lati del confine, spazi alternativi, festival: anche nel 2026 ci sarà un evento culturale quasi ogni giorno. Bisogna solo cercarlo.
In fin dei conti, invece di lamentarci, guardiamo oltre i confini e verso l’orizzonte. Laggiù, oltre la linea della vista, c’è qualcosa di nuovo.
Prvotni jezik tega članka je slovenščina.