GAP THE MIND. LE CITTÀ IN(DI)VISIBILI

GAP THE MIND. LE CITTÀ IN(DI)VISIBILI

di MARCO MARANGONE

 

Gorizia/Nova Gorica è una città transnazionale le cui due parti che la compongono ho tipograficamente separato (o fatto combaciare) con il glifo “/”, icona e memoria della sbarra confinaria nei valichi. Linea inclinata che gli ottimisti vedono mezza alzata e i pessimisti mezza abbassata, tale sbarra sussiste ancora di fatto, benché non fisicamente, nel presidio poliziesco dei valichi cittadini ripristinato da alcuni anni. Questo trattino separativo evoca anche la linea tracciata nel 1947 e poi ribadita nel 1975 con quel Trattato di Osimo da cui più di qualcuno, al tempo, si sentì maltrattato, linea che stabiliva dove finiva un’entità statuale (l’Italia, la Jugoslavia) e dove ne cominciava un’altra (la Jugoslavia, l’Italia).

 

Quella linea, che inizialmente fu tracciata su una mappa e che in seguito fu trasposta al territorio, separò Gorizia dal suo passato e, ridefinendo l’intero contesto, consentì di far sorgere una nova città dove prima i bombardamenti avevano infranto l’eterno riposo di un cimitero.

 

Ora facciamo un po’ di fuoripista su percezione, immaginazione e attribuzione di senso allo spazio, rimescolando giocosamente ciò che crediamo vero.

 

Flatlandia è una delle realtà immaginarie descritte da E.A. Abbott nell’omonimo libro pubblicato nel 1882. Nella realtà monodimensionale (Linelandia) tutti gli esseri che la abitano giacciono sulla medesima linea retta e, dal loro punto di osservazione, si percepiscono vicendevolmente come punti. Invece, nella realtà bidimensionale di Flatlandia, i poligoni non possono che “vedersi” l’un l’altro come tratti lineari; quando una sfera (un abitante di Spacelandia, realtà tridimensionale) attraversa Flatlandia, occupa una superficie circolare prima crescente e poi decrescente corrispondente alla variabilità della sua sezione man mano che attraversa il piano bidimensionale; tuttavia la circonferenza viene percepita dai “flattesi” solo come un segmento che si estende e si restringe. La comparsa di un abitante dotato di una dimensione superiore che cercasse di spiegare la propria condizione, generava incredulità e irritazione in chi esisteva nella dimensione inferiore. Ecco cosa dice la sfera al quadrato: “Anche voi potreste lasciarlo, questo piano, se solo riusciste a raccogliere tutta la forza di volontà necessaria”.

 

Se parlo di punto e di linea che cosa fa la tua mente? Ti proietta una rappresentazione visiva di essi perché l’immaginazione funziona, appunto, per immagini. Geometricamente parlando, il punto è un’entità a-spaziale (zero dimensioni), mentre il puntino (probabilmente nero) che hai immaginato è invece un minuscolo disco che occupa una superficie, per quanto possa essere piccolo come quello che termina questa frase (eccolo:). Analogo discorso vale per la linea (segmento), che è un’entità monodimensionale (la lunghezza); in quanto successione di punti a-spaziali, essa è a sua volta non graficamente riproducibile perché, per essere visibile, il tratto che la raffigura ha necessariamente anche una larghezza. Veniamo ora alle figure geometriche bidimensionali, cerchi, ovali, poligoni: esse occupano una porzione di spazio ma la loro ontologia non prevede una linea perimetrale di contorno. Quando disegni tale traccia di contorno sulla superficie piana di un supporto fisico o digitale che sia, tu non stai creando dal nulla (ad esempio) un quadrato ma stai separando la porzione di spazio inclusa nella forma quadrata da quella circostante. Tale superficie esisteva dunque anche prima che la isolassimo dall’area che la circonda (ammesso che si possa circondare un quadrato!) tracciandone i lati. Se rispetti la natura del poligono come forma che non prevede linea di contorno, quel quadrato esiste sul foglio anche senza che lo disegni e potenzialmente su quella medesima porzione di spazio può esistere qualsiasi forma geometrica, regolare o irregolare che sia: il foglio/lavagna/tavola digitale può ospitare un numero infinito di forme.

 

Se per renderlo visibile evitando la traccia perimetrale ritagli il quadrato, ti stai ingannando: per quanto sottile sia, la carta ha inevitabilmente uno spessore e ciò che avrai in mano non sarà più un quadrato ma un parallelepipedo. Per poter liberare il quadrato dalla bidimensionalità in cui, se non disegnato, giaceva indistinto, lo hai portato a una dimensione superiore.

 

Ma … stiamo parlando di geometria o di consapevolezza?

 

Resisti, abbiamo quasi finito. Dogville è la cittadina immaginaria che dà il titolo al film diretto da Lars Von Trier nel 2003. È un film teatralizzato: tutta la vicenda si svolge in uno spazio chiuso scenograficamente quasi asettico, illuminato artificialmente di giorno e dalla pavimentazione nera sulla quale sono disegnate delle linee bianche che definiscono la pianta degli edifici. Di tridimensionale ci sono le persone, qualche mobilio e le suppellettili. Il cane è anch’esso disegnato come sagoma sul pavimento. La comunità di Dogville partecipa alla vicenda, che ha il suo fulcro nel personaggio di Grace (Nicole Kidman), come se fosse del tutto normale l’assenza di pareti, tetti e porte reali.



Articolo originale in Italiano.