IL CONFINE NON È UN LIMITE, MA UNA SOGLIA

IL CONFINE NON È UN LIMITE, MA UNA SOGLIA

di VALENTINA RODANI

 

«Trasformando temporaneamente la recinzione a confine in una rete da gioco e attivando spazialmente un campo da badminton, la comunità transfrontaliera ha sovvertito il simbolismo del confine come limite e disinnescato il trauma del confinamento, simultaneamente reclamando la spazialità della soglia della Piazza Transalpina-Trg Evrope e con essa la libertà di attraversarla.»

 

Il 12 marzo 2020 rimarrà una data spartiacque nella memoria collettiva della conurbazione transfrontaliera tra Italia e Slovenia. Solo pochi giorni prima, il Gruppo europeo di cooperazione territoriale (GECT GO) aveva lanciato il Concorso internazionale di idee per la progettazione dell’area della Piazza Transalpina-Trg Evrope e della fascia confinaria tra i valichi di Solkan e Casa Rossa-Rožna Dolina. L’atmosfera era densa di visioni future, orientata alla celebrazione della prima Capitale Europea della Cultura congiunta nel 2025. Poi, improvvisamente, la linea di confine è tornata a farsi carne, ferro e separazione. A sedici anni dalla demolizione della recinzione storica eretta nel 1947, le misure emergenziali per fronteggiare la pandemia da COVID-19 hanno reintrodotto una barriera fisica nel cuore pulsante di una comunità che aveva faticosamente appreso l’arte della permeabilità. Quel trauma, tuttavia, ha innescato una risposta spaziale e sociale per certi versi inedita.

 

Proprio attorno a quella barriera, i cittadini di Gorizia e Nova Gorica hanno messo in scena un atto di resistenza poetica e urbanistica: la banale recinzione, nata per dividere e confinare, è stata risignificata in rete da gioco. Giocando a badminton da un lato all’altro della linea di demarcazione, la comunità ha disinnescato il trauma del confinamento e ha ribaltato l’ontologia stessa del confine. La linea rigida del limite è stata sfumata nella performance della comunità, trasformandosi in una soglia. È da questo preciso istante, in cui la rigidità istituzionale collide con la fluidità sociale, che prende corpo il concetto di “architettura liminale”, dando il via ad un percorso di ricerca attraverso i confini dell’architettura.

 

La ricerca dottorale dal titolo Liminal Architecture. Enduring experimentation on the threshold of the moving border, premiata dall’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici con il Premio Gubbio 2024 e recentemente pubblicata come Architettura liminale. Sperimentazione permanente sulle soglie tra Gorizia e Nova Gorica, si inserisce in questo solco critico. L’obiettivo è esplorare l’universo teorico e operativo che si genera quando il progetto di architettura decide di abitare la linea di frontiera, non per celebrarne la divisione, ma, anzi, per esplorarne la potenzialità come terzo spazio, spesso e denso di significato.

 

Sul piano metodologico, il lavoro crea un dialogo tra il campo dei border studies – gli studi multidisciplinari sui confini – e le discipline del progetto architettonico e urbano, trovando nella categoria antropologica e filosofica del “liminale” una lente di ricerca. La liminalità – teorizzata originariamente da Arnold van Gennep e Victor Turner e più recentemente resa operativa da Homi K. Bhabha – diventa qui una condizione di trasformazione sociale, spaziale e temporale.

 

La ricerca abita la tensione critica tra due modi di intendere il confine, mai limite, ma terzo spazio liminale dove il limes – il confine inteso come frontiera, un bordo spesso in transizione – e il limen – il confine inteso come soglia architettonica, spazio interstiziale di transizione – si incontrano e interagiscono.

 

L’architettura liminale è lo studio di come le teorie e le prassi progettuali possano operare all’interno di questa tensione, trasformando il limes in limen, e investigando con quali posture, sguardi e dispositivi gli architetti affrontino questa condizione nel progetto.

 

Pochi mesi dopo l’episodio del badminton, in pieno isolamento, veniva annunciato il progetto vincitore del concorso internazionale per Piazza Transalpina, promosso nell’ambito di GO! 2025. La proposta dello studio BAN ha incarnato perfettamente questa tensione liminale, infatti il progetto dava forma a un edificio capace di attraversare fisicamente la linea fantasmatica del confine, sdoppiando la piazza attraverso un ampio passaggio semi-ipogeo e una copertura a piazza gradonata: un palcoscenico dinamico, scenografico e flessibile pensato per accogliere la vita pubblica transfrontaliera.

 

Eppure, come spesso accade nella storia urbana della conurbazione goriziana, quell’architettura è rimasta sulla carta, non trovando una sua completa realizzazione fisica. Questo esito, lungi dal decretare il fallimento del progetto, spalanca un interrogativo centrale per la disciplina: cosa significa per l’architettura misurarsi con l’incompiuto o con la “mancata realizzazione” sui confini?

 

La tesi centrale del libro suggerisce che l’esperienza del progettare il confine – anche quando non si traduce in un manufatto permanente – offra all’architettura un’interessante condizione limite. Il processo progettuale stesso, infatti, attiva un intenso flusso di sperimentazioni all’intersezione tra interventi architettonici, visioni urbane e pratiche estetiche e socio-spaziali. È un laboratorio in cui cooperano attori diversi, politiche complesse, lingue e culture differenti. La negoziazione che avviene durante il disegno della soglia è essa stessa architettura, intesa come produzione di conoscenza situata e costruzione sinergica della Capitale Europea della Cultura transfrontaliera.

 

Il nucleo operativo della ricerca scava dentro la specificità del “laboratorio goriziano” attraverso una mappatura critica di casi studio, progetti architettonici e urbani ma anche pratiche estetiche e socio-spaziali che hanno interpretato il confine italo-sloveno durante le sue varie fasi di transizione storica e politica non come un limite ma come una soglia in divenire: dal serraglio mobile di Leonardo da Vinci alla Villa sul Rafut di Antonio Lasciac, dalla Villa e giardino Ferrari/Ferrarijev al Piano di ricostruzione dei paesi e delle città dell’Isontino/Posocje fino alla Via d’Acqua Adriatico-Mar Nero con il canale transcarsico di Max Fabiani, la Nova Gorica di Edvard Ravnikar, ma anche l’Hotel Argonauti del Gruppo OHO e Niko Lehrmann, le litopunture e i monumenti disseminati nel paesaggio italo-sloveno da Marko Pogačnik, dalla Stazione Topolò/Postaja Topolove all’Acdemy of Margins di Robida, fino alle sperimentazioni progettuali avviate con l’Europan 2 e che porteranno a Progettare il confine di Alfonso e Antonio Angelillo per giungere infine alle esperienze di progetto in Piazza Transalpina/Trg Evrope e della fascia frontaliera nell’ambito di GO!2025.

 

In definitiva, qual è il senso del confine per l’architettura? E, specularmente, qual è il confine dell’architettura stessa? Come ammoniva radicalmente Daniel Libeskind nel 1987, «l’architettura non può risolvere alcun problema – essa stessa è intrinsecamente problematica e discutibile».

 

Il libro non pretende di offrire risposte manualistiche o soluzioni definitive a queste domande universali. Piuttosto, mira a dimostrare come la conurbazione di Gorizia e Nova Gorica non sia una periferia geopolitica marginale, ma un epicentro di produzione teorico-critica per i tempi complessi in cui viviamo.

 

Lavorare sulle soglie della frontiera significa non di rado attraversare veri e propri campi minati. Questo è vero in senso letterale – come dimostrano i recenti ordigni bellici emersi nei cantieri dello scalo ferroviario della stazione Transalpina – ma lo è soprattutto in senso figurato, laddove si sovrappongono strati profondi di confini culturali, sociali, linguistici e politici. Il ruolo dell’architettura che emerge da questo studio è duplice: da un lato, essa ha il compito di disfare i muri fisici e mentali, rallentandone la drammatica proliferazione globale; dall’altro, ha la responsabilità di dare forma, materia e spazio ai luoghi della coesistenza, dell’interazione e del dialogo. L’architettura liminale, codificata a partire dal laboratorio goriziano, si offre così come una lente per informare il pensiero e la prassi architettonica contemporanea, ricordandoci che la qualità di una civiltà non si misura dai muri che erige per difendersi, ma dalla dignità e dalla bellezza delle soglie che sa progettare per accogliere.

 

«Un muro di cemento quasi impercettibile data la sua dimensione – è alto meno di cinquanta centimetri e spesso meno di una trentina – e la sua posizione – delimita infatti alcuni spazi vaghi e di passaggio – accoglie spontaneamente e in numero sempre maggiore persone in attesa, che si siedono, si incontrano, parlano, aspettano. Alcuni bambini ci giocano, ci saltano oltre, sondando gravità ed equilibrio reimmaginano quel muro, gli spazi che lo attraversano e le visioni del mondo che portano con sé. La quotidianità del gesto è inversamente proporzionale all’intensità dell’esperienza che può svelare: stare nel confine, sondando un limite, in bilico, col fiato sospeso, sulla soglia. Il muro in questione materializza infatti la linea di demarcazione tra i cippi della Piazza Transalpina-Trg Evrope e dell’ex valico di via San Gabriele-Erjavčeva ulica, tra Gorizia e Nova Gorica, tra Italia e Slovenia. Lo stesso muro è stato più volte nel corso degli anni trasgredito, contestato, dimenticato, vissuto, ripensato, riprogettato, ed infine trasformato, diventando un palcoscenico diacronico di esperienze progettuali in divenire.»



Articolo originale in Italiano.