CITTÀ VUOTA

CITTÀ VUOTA

di ELEONORA BRISSI

 

All’imbrunire dell’Ottocento – il secolo testimone della nascita degli Stati-Nazione e della Rivoluzione industriale – Charles Baudelaire camminava per le vie di Parigi e osservava come la città si fosse modificata attorno a lui.

Le vie brulicavano dei primi negozi e le strade erano gremite dalle più vaste categorie di persone. Mentre vagava senza meta per la città, come un flaneur, si interrogava su quanto quelle modificazioni lo affascinassero e quando fosse semplice soccombere a quel fascino.

Walter Benjamin, filosofo tedesco di inizio Novecento, sosteneva che il grande impatto del capitalismo era identificabile nelle trasformazioni che la città aveva subito a seguito della Rivoluzione industriale e della conseguente industrializzazione del lavoro. Egli vedeva nei passages, visibili ancora oggi a Parigi, il primo simbolo di questo cambiamento epocale. Si tratta di costruzioni in ferro e vetro che mirano a collegare le vie della città con dei tetti, sotto i quali sono sviluppate le attività commerciali, che esponevano la propria merce in vetrina. Benjamin riprende la visione marxista della merce, ovvero: artefatti che celano nella loro apparente bellezza il fascino del consumo. Tale merce viene fortemente criticata da Marx all’interno del testo Il Capitale, in quanto la sua fantasmagoria, ovvero l’aura di mistero che nasconde la vera natura dei manufatti, ci conduce a dimenticare il lavoro di chi l’ha prodotta e a cancellare il legame tra persone. 

La città diventa per Benjamin il ricettacolo della merce e della sua fantasmagoria e Baudelaire tenta di sfuggirle pur subendone l’attrazione.

Ci siamo veramente dimenticati cosa siano i legami tra persone?

Camminando per il centro di Gorizia, come di qualsiasi altra città, siamo ammaliati da scintillanti vetrine sempre uguali. Le vie dello shopping dei grandi centri urbani sono invase da multinazionali che ci incantano con la loro merce apparentemente a buon mercato, ma che spesso si trovano al centro di inchieste che hanno come argomenti la mancanza di etica del lavoro e ambientale. Eppure, si soccombe all’offerta, ai saldi, al black friday, non dando minimamente importanza a come la riduzione dei prezzi impatti negativamente sul salario di chi la produce e di chi la rivende.

Ci si lamenta di prezzi alti ignorando il costo delle materie prime che grava sui cittadini come sui commercianti, che per garantire la qualità del prodotto venduto, sono costretti a imporre cifre elevate. Quest’ultime però li tagliano fuori dal mercato, perché pur di risparmiare, i consumatori si recano nei grandi centri commerciali, dove il lavoro è logorante e alienante, svuotando così la città delle proprie botteghe, dei propri artigiani e della vita frizzante che un centro abitato con vetrine può offrire.

Siamo tristemente prigionieri della fantasmagoria della merce e non riusciamo a sfuggirle. Le alternative proposte si assottigliano e stentano a difendersi dall’ennesimo Calzedonia, Burger King o Tedi che ruberà il posto alla merceria, al fornaio o alla drogheria.

Le persone che conoscono i nostri gusti, che ci consigliano con premura e attenzione vengono sostituite da lavoratori che sono costretti ad accaparrarsi qualche soldo, con contratti precari e innegabilmente questo ha un riflesso negativo sul modo di lavorare e di interessarsi al cliente. Intanto, ai cittadini non resteranno che vie vuote, senza sapere a chi attribuire la colpa di questa miseria.

Forse per ridare vita alle nostre città e smetterla di arroccarci nei centri commerciali o riempire carrelli digitali, dovremmo staccarci dalla nostra avidità ammettendo che non sia indispensabile possedere tutto e subito, ma che un singolo capo, magari non firmato, prodotto in un contesto sostenibile abbia molto più valore. Quest’ultimo si può riflettere negli occhi di chi ce lo vende, di chi crede che gli oggetti e soprattutto le persone valgano più del vile danaro.

E forse, nel camminare senza meta per le vie del centro, riscopriremmo la bellezza della merce, che esercita su di noi quel fascino proibito, ma che ci impone di chiederci se ne siamo solamente stregati o se con l’acquisto, daremo dignità alla professione di molti artigiani.

Nel secolo scorso, Benjamin criticava i passages che, modificando l’assetto urbano, obbligavano i passanti ad assistere allo spettacolo della merce. 

Noi oggi dovremmo ricordarci che la città è composta da persone, non solamente da palazzi: nel nostro vagare stanco osserviamo i nostri vicini e valorizziamo anche il loro essere, non solo le strutture che li contengono.



Articolo originale in Italiano.