LO STRANO CASO DEL TESORO DI GABRIA

LO STRANO CASO DEL TESORO DI GABRIA

di ANDREJ DROSGHIG

Le carte d’archivio custodiscono storie piene di vita, la vita di persone, di comunità, di cui si è perso ogni altro ricordo – una vitalità lontana da quei luoghi chiusi e poco accessibili che sono, talvolta, gli archivi. Ciò non è vero, fortunatamente, per il Fondo Torre e Tasso nell’Archivio di Stato di Trieste, che il personale dell’archivio, in primis il già sovrintendente archivistico del Friuli Venezia Giulia dott. Pierpaolo Dorsi, ha dotato anche di un ottimo inventario da cui anche il “passatempista” più occasionale può rifornirsi di tante curiosità, scegliendole comodamente da casa. Come non essere attratti, per esempio, da questa voce d’inventario: “Busta 199.1 –Feudi. Duino. Processi e sentenze. 1472-1780, 7. Circa un tesoro in Gabria. 1560”?


Gabria / Gabrje è una piccola frazione di Savogna d’Isonzo / Sovodnje ob Soči, stretta tra il Vipacco e il Carso, all’imboccatura del Vallone, principale collegamento tra Gorizia e Trieste. È divisa tra una parte superiore (Gornje Gabrje), e una parte inferiore (Spodnje Gabrje); qui, su una piccola altura, si trova la chiesa di San Nicolò, risalente quanto meno al Medioevo, che dall’Ottocento è parrocchia. Nei pressi di questa chiesa si svolge la nostra storia.


Il paese fece parte della Signoria di Duino. Nel 1560 signore di Duino, e quindi di Gabria, era il celebre Mathias Hofer (1518-1587); è per questo che troviamo il processo nell’Archivio dei Della Torre e Tasso, la casata che poi ereditò la Signoria e la tenne per secoli. Gabria era allora luogo di confine tra il Ducato di Carniola (Kranjska), cui apparteneva insieme a Duino, e la Contea di Gorizia; anche lo Stato Veneto non era lontano. Per questa posizione era sede di muda (una specie di dogana) e quindi di un certo movimento; ciò dava al centro un’aria relativamente più “urbana”, permettendo l’attività di qualche artigiano: come Mathia callegaro (o cerdone, o schuoster), cioè calzolaio, che conosceremo in questa storia.


Allora era quasi certamente ancora vivo il ricordo delle incursioni turche – terribile ad esempio quella del 1499, che si stima spopolò oltre metà delle fattorie in tutta la valle del Vipacco – e delle cruente guerre di inizio ‘500 tra gli arciducali (l’Austria) e Venezia. Tra le storie che si raccontavano a Gabria e dintorni nel 1560 c’era forse anche quella di un tesoro, che qualcuno aveva cercato di affidare alla terra in un momento di pericolo, senza più recuperarlo. Questi tesori erano però una prerogativa di cui le autorità andavano gelose; e quando, una notte, qualcuno scavò una buca e circolarono certe voci, fu istituito un processo.


Martedì 24 settembre 1560 il cancelliere del Conte Mathias Hofer ordina infatti di indagare “su alcuni che avevano trovato dei soldi e li avevano asportati” (latino); il primo a presentarsi al castello di Duino per l’interrogatorio fu Gregorius Tomisiz de Gabria. Le testimonianze sono rese in un italiano assai “veneto”, mentre formule giuridiche e le domande sono quasi sempre in latino.


“Essendo questa estade a batter grossame (si riferisce forse ai materiali usati per la copertura delle case, ndr) in Savogna la di Gregor Tomisiz (verosimilmente un parente omonimo, ndr) intese ditto testimonio che erano sta gavadi denari in Gabria appresso la chiesa di essa Villa (…), et quando ritornete (ritornò, ndr) a Gabria, l’intese questo medesimo da tuttj in la ditta villa. (nel paese, ndr)”. In particolare, Anderle Bobech e Gregor Calligar de Rubia gli confermarono di aver visto zappar una busa in quel luogo. Questa buca, Tomisiz dice di averla vista lui stesso in quanto situata “appresso le sue mede” (i suoi covoni di fieno, ndr). Lo scavo era avvenuto il sabbo (sabato, ndr) avanti la vizilia de sant’Ermachora (che cade il 12 luglio, ndr).


Ovviamente i funzionari volevano sapere chi, secondo lui, avesse scavato quella buca. Tomisiz dice di aver appreso dalle persone già citate che a scavare erano stati “Mathia Calligar, Micheu et Miclau Urbanichi fratelli de Rubia, Batta Curticichg de Selza et il prete Scroch di S.to Piero appresso Goritia, et un gorchiz de vertoiba, et gregorio fiol del cossa di gabria”. Aggiunse anche di aver inteso che fossero stati effettivamente trovati dei denari, “et chi disse una zumella, et chi disse che havevano portato via una cassa”.


A questo punto un nuovo elemento fa capolino nella storia. Gli inquirenti chiedono infatti a Gregorius se fosse a conoscenza delle cause delle morte di Mathiae Cerdonis (=calligar=schuoster), e riassumono con una frase in latino la sua risposta: Gregorius dice di non sapere la causa della morte del calzolaio, in paese, però, aveva sentito dire che nella notte in cui scavavano la buca, lo stesso fosse stato “eiectus”, espulso dalla buca. Il ritrovamento del tesoro e la morte del calzolaio sembrano quindi essere messi in relazione.


Tale sensazione si fa più forte leggendo la deposizione di Margeta, relicta (vedova) del calzolaio Mathia con il quale abitava presso la chiesa. La vedova fu interrogata lo stesso giorno, sempre a Duino.

“Nel sabbo avanti la festa de S. hermacora prox pasado Micheu Urbanichg de Rubia viense cerca alle tre hore de notte a casa sua, et cominciete (cominciò, ndr) batter alla porta, et chiamar detta margetta, la qual dimandete chi era, et quello voleva”. Era Micheu Urbanichg che cercava suo marito, e lei lo svegliò; poi quest’ultimo “levete (si alzò, ndr) dal letto et uscite, et parlete con esso (Urbanichg), et ritornato in casa se vestite, et poi tolse la chiave della giesa (la chiesa), et ussite, et serrete la porta di fuora, dicendomi dover restar à dormir, fin chel tornasse”. Mentre avveniva lo scavo della buca, dice Margeta, lei era dovuta rimanere chiusa dentro “ne ho potuto intender dove chel fosse andato”.


Fu invece testimone della strana malattia del marito, che quella notte “(…) ritornete in casa circa tre hore avanti giorno, et dormite (dormì, ndr) fin a mezogiorno, ma nel seguente giorno le persone, che andavano su et giu da li via, dicevano che era sta fatta quella busa, et erano sta gavati denari (…) da quel giorno mio marido comenzete amalarse et andava per casa, et zo per la schalla (scala, ndr) cussi amalado, et D.nega (domenica) pasada sono quatro setemane che è morto”. Dice poi Margeta di non aver mai sentito di questi danari dal marito. Margeta riferisce di aver chiesto a Miclau Urbanichg di questa buca, dicendogli che secondo lei il marito Mathia per lo scavo era morto; Miclau aveva risposto tuttavia che il calzolaio “non era sta la dove che gavavano, ma solamente che era restado alla sua schalla (la scala di casa verosimilmente, ndr)”.


Durante la malattia di Mathia “detto Miclau piu volte viense dal detto suo marito, qnd (quando,ndr) era amalado a parlarli, et ogni volta li parlava, facevano andar fuora ditta Margetta.” Margeta veniva insomma tenuta all’oscuro di tutto, ma evidentemente provò ad indagare di sua iniziativa, parlando con altre persone, che così cita: “Anderle Bobech, con il qual crede (Margeta, ndr) che erano doi suoi fiolli, gli disse, che in quella notte visteno (videro, ndr) à cavar quella busa, et che cognoscete (riconobbe, ndr) Michel Urbanichg, perché parlete con luj, et li altri no posse cognoscer, perché non parlavano”.


Forse contraddicendosi, Margeta ammette di aver sentito dire da suo marito che in quella notte lui, di nascosto, aveva visto quelle persone scavare; le attività erano cessate perché disturbate dal suono delle campane della chiesa di Peez (Peci – Peč), oltre il Vipacco (forse era ormai l’alba). Conclude dicendo che alcuni hanno messo in giro la voce falsa circa la presenza di suo marito allo scavo. A questo punto traspare il sospetto degli inquirenti che Margeta sappia più di quello che dice; la ammoniscono di dire la verità, e le chiedono se i denari fossero stati portati a casa sua. A sua conoscenza, disse di no, e che sapeva si parlasse in giro di questi denari, dei quali lei però non aveva visto né sapeva niente. A Margeta fu chiesto per la terza volta, se stesse dicendo la verità, e se conoscesse le voci a proposito dello scavo di questa buca. Margeta disse che si sentiva dire in giro esser stati “Michlau et Micheu Urbanichi fres (fratelli, ndr), et gregorius filius marcj Cuglich de Gabria, qui (ut dicitur) inspiciebat in cristallo (che si diceva scrutasse nel cristallo, ndr), Baptta de Selza, et et quidam presbiter (un certo prete, ndr) habitans in Territorio montisfalconi (Monfalcone, ndr).


Interessante il riferimento al cristallo: si tratta di una qualche pratica magica? Era un “servizio” per il quale tale Cuglich era famoso, o si svolse solo durante questa ricerca del tesoro? Difficile rispondere: probabilmente le accuse a carico di Cuglich vennero ritenute infondate, perché non ce n’è più traccia tra le persone da convocare per ulteriori interrogatori.


L’ultima domanda per Margeta è se qualche cassa fosse stata trasportata a casa sua, o da casa sua in “territorio alieno” (fuori giurisdizione probabilmente, ndr). Margeta rispose di no, menzionò solo una cassa presente “in canipa (cantina, ripostiglio) ecclesiae gabriae prope domum sua (della chiesa di Gabria vicino a casa sua, ndr)” contenente peciamenta (forse pezze, vestiti? Elementi di cuoio?, ndr) e del frumentum (grano, ndr). Esortata per l’ultima volta a dire la verità, ribadì di non sapere altro.


È interessante notare come la maggior parte dei personaggi citati (specialmente quelli nominati dalla vedova Margeta) non venga convocata per i successivi interrogatori – forse gli atti relativi a loro non si sono conservati. Probabilmente, tra i due venne ritenuto più credibile Gregorius Tomisiz. Alcuni tra i personaggi da interrogare provenivano da altre giurisdizioni, pertanto i funzionari dovettero inviare delle richieste firmate dal conte Mathias Hofer alle altre autorità locali. Si scrisse quindi al capitano di Monfalcone, Potti (o Portis?, ndr), affinché comparissero il prete di Ronchis (Ronchi, ndr) e Gio Batta Curtichigh de Selza (Selz, ndr), sudditi veneti, al capitano di Gorizia Vito di Dorimbergo per ottenere il prete Franc.co Chroco de San Piero (odierna Šempeter pri Gorici) e ad Andrea Chelbel (sempre di Gorizia) per il suddito goriziano identificato come il più giovene figliol del gorchig d. vertoiba de soto. L’appuntamento per tutti fu fissato per il lunedì successivo.


Di tutti i citati, il solo di cui si è conservata la deposizione (forse perché l’unico a presentarsi) fu il suddito veneto Gio Batta Curtichigh di Selz, il quale dovette essere comunque sollecitato il 1° di ottobre con la minaccia – in caso di assenza – che si sarebbe proceduti contro di lui con la “prauda” (cioè, processandolo in contumacia probabilmente, ndr). È questo l’unico punto in tutto il fascicolo, in cui spunta la lingua slovena, maggioritaria tra la popolazione, e infatti molto presente nei nomi di luoghi e persone.


Il 19 ottobre 1560 quindi al Castello di Duino nella “salla magna versus Mare” si svolse l’interrogatorio di Gio Batta Curtichigh da Selz, alla presenza del flegaro (capitano) di Duino Martino Bogarino. Curtichigh dice di essere partito da Selz verso Gorizia per accompagnare il medico “M.ro (maistro, ndr) Antonio Romano, qual hora stantia in Monfalcon, (…) per alcuni nostri particolari negocij (affari, ndr)”. Giunti a Rubbia (Rubije), decisero di passarvi la notte alloggiati presso Miclau Simonichg. “Cenando con esso Miclau (…) ivi alla tolla (a tavola) si parlava di un certo tesoro, che Mathia calligaro de Gabria haveva detto esser in un certo loco in detta villa d Gabria sopra la giesia (la chiesa, ndr), io dapoi che fu parlato di questo un pezzo, disse (dopo che se ne parlò per un pezzo, dissi, ndr), che’l saria sta ben andar a veder, sel fusse qualche cosa, et esso maistro Antonio rispose, et disse, ma de sì (ma certo, ndr) chel saria bono andar che sel fusse qualche cosa, el me basterebbe l’animo di far la experientia”.


In cosa consisteva questa experientia? Presa una zappa, il medico, Gio Batta Curtichigh e Miclau Simonichg che li ospitava si recarono nel punto del presunto tesoro dove (…) fu comenzato con el zappo a far una busa in terra, et dipoi il detto medico à far un circolo de bachete, et alcuni segni sopra detta busa, per ritrovar tal thesoro, ma pero non fu veduta ne trovata cosa alcuna, salvo che dui piere de sasso, che v.s. sa (…)”. Escludendo che le “bacchette” servissero a mettere in sicurezza l’orlo della buca, farebbero piuttosto pensare qualche pratica simile alla ricerca dell’acqua che fanno i rabdomanti. Comunque, a dire di Curtichigh, i paesani udirono i rumori, arrivarono, e li disturbarono, e quindi i tre smisero di scavare; altro giura, “per li santi de vanzeli”, di non sapere.


Il 27 dicembre 1560 venne emessa la sentenza, alla presenza del flegaro (capitano) Bogarino, del suppano (sindaco) di Prosecho e di quelli di altri villaggi della signoria di Duino. In latino, parrebbe di comprendere che per aver cercato questo tesoro senza licenza, gli accusati furono multati con 32 marche, probabilmente da riscuotersi a cura dei suddetti suppani.


Di questo tesoro non si sa nient’altro e non sappiamo nemmeno se davvero non fu trovato – come probabilmente non lo seppero mai gli inquirenti. Il “guardone” del XXI secolo resta colpito dall’immaginario magico di questi nostri “nonni”; e lascia le antiche carte con l’impressione che queste credenze, fonte per loro di speranza e anche angoscia, fossero uno strumento fondamentale per gestire esistenze con molte meno sicurezze delle nostre.


Per informazioni sull’archivio dei Torre e Tasso si consulti l’ottimo materiale sul sito dell’Archivio di Stato di Trieste https://archiviodistatotrieste.it/ cui vanno i miei ringraziamenti; per quanto riguarda la chiesa di Gabria / Gabrje, si veda G.Tavian, Gabria. Un gioiello tutto da scoprire, Voce Isontina, 27 maggio 2017.



Articolo originale in Italiano.