QUALE FUTURO PER MONFALCONE

QUALE FUTURO PER MONFALCONE

di PAOLA BARBAN

Oltre la polemica sulle scuole: il lavoro, l’immigrazione, la casa e la nuova trasformazione industriale di Monfalcone

 

In questi giorni Monfalcone è tornata al centro della cronaca nazionale per la controversia che riguarda le scuole e la presenza di alunni di origine straniera. Ma ridurre la vicenda monfalconese alla sola questione scolastica significa guardare soltanto a una parte di una trasformazione molto più profonda che, da anni, sta interessando la città. Monfalcone è ormai conosciuta anche oltre i confini nazionali per le dimensioni assunte dal fenomeno migratorio. La presenza di cittadini stranieri, superiore al 30 per cento della popolazione, è strettamente legata alla trasformazione del mercato del lavoro locale e, in particolare, alla crescita del sistema della cantieristica navale. Una città tra Gorizia e Trieste è così diventata un osservatorio di una trasformazione che riguarda non soltanto l’economia, ma anche il tessuto sociale, il mercato immobiliare, i servizi pubblici e la stessa identità urbana.

 

     Un caso studiato anche all’estero

 

La vicenda di Monfalcone ha attirato da tempo l’attenzione della stampa internazionale. Nel 2024 il Financial Times e il Guardian hanno dedicato ampi reportage alla città, raccontando la presenza della numerosa comunità bengalese e musulmana, il suo legame con la cantieristica navale e il conflitto con l’amministrazione comunale sui luoghi di culto. Anche Euronews ha successivamente dedicato un servizio alla situazione monfalconese, descrivendola come un caso emblematico del rapporto tra immigrazione, lavoro e politica. Sono numerose le testimonianze di lavoratori che lamentano condizioni difficili e una distanza significativa tra il valore delle professionalità impiegate nella costruzione delle grandi navi e il riconoscimento economico e contrattuale che, secondo alcuni lavoratori, viene loro riservato. Una frase attribuita a uno di loro sintetizza efficacemente questo sentimento: «Ci portano qui a costruire belle navi dove la gente va in vacanza, ma quando devono riconoscere i tuoi diritti, vogliono che tu sia uno schiavo». È una denuncia che merita di essere ascoltata e verificata, perché pone una domanda più ampia: quanto del successo internazionale della cantieristica italiana è stato costruito anche attraverso una progressiva compressione del costo del lavoro?

 

     La globalizzazione della cantieristica

 

La competitività internazionale della cantieristica è il risultato di molti fattori: tecnologia, organizzazione, capacità industriale, specializzazione delle maestranze e dimensione internazionale dei gruppi. Ma la trasformazione della filiera ha prodotto anche una crescente articolazione del lavoro e una forte presenza di imprese appaltatrici e subappaltatrici. Questo processo non nasce oggi ma arriva dagli anni Novanta: osservando da vicino le trasformazioni del settore ebbi modo di incontrare Carlo Ripa di Meana, che era venuto a Monfalcone per raccogliere informazioni sulla delocalizzazione e sulla trasformazione dei contratti di lavoro in un sistema sempre più globalizzato.

 

     Una città cambiata insieme al suo lavoro

 

Monfalcone è diventata una delle realtà industriali più importanti del territorio proprio grazie alla cantieristica. Ma la crescita del settore non ha impedito un progressivo impoverimento di altre parti dell’economia urbana vuoi per le basse retribuzioni, o vuoi per la questione di delocalizzazione del denaro verso il paese d’origine. Il centro cittadino ha visto negli anni la chiusura di numerose attività commerciali storiche, con un avvicendamento di soli negozi etnici, con prodotti lontani dai generi di acquisto dei monfalconesi che hanno visto man mano depauperarsi il centro città e il tradizionale equilibrio tra industria, piccola impresa e commercio.

 

     Il grande problema dimenticato: dove abitano i nuovi lavoratori?

 

Monfalcone, già nei primi anni del Novecento, aveva iniziato a svilupparsi urbanisticamente in funzione della propria vocazione industriale. La crescita della città non fu soltanto spontanea: vennero progettati e realizzati nuovi insediamenti abitativi destinati alle diverse componenti del mondo del lavoro, dagli operai agli impiegati fino ai dirigenti. Un esempio significativo era la vera e propria cittadella operaia di Panzano, concepita per offrire alloggi a chi arrivava in città per lavorare nelle nuove industrie. A questa struttura abitativa si affiancavano anche due alberghi destinati a fornire una prima sistemazione ai lavoratori provenienti da fuori, in attesa che potessero trovare una soluzione abitativa stabile.
Oggi l’arrivo di migliaia di lavoratori stranieri avrebbe richiesto una risposta abitativa adeguata, invece, una parte significativa del problema è stata lasciata al libero mercato, senza un sistema pubblico o privato sufficientemente strutturato per accompagnare l’arrivo di una popolazione così numerosa. Il risultato è stato un mercato degli affitti sottoposto a una forte pressione, con fenomeni di sovraffollamento e situazioni problematiche all’interno di molti condomini, dovute ad abitudini molto distanti dalle nostre e casi di abitazioni trasformate per attività incompatibili con la loro destinazione. Tra gli episodi più singolari vengono citati anche alcuni ritrovamenti di allevamenti di galline all’interno di abitazioni. Secondo quanto riferito, nel 2025 sarebbero stati effettuati sei interventi legati a situazioni di questo tipo. Sono stati inoltre segnalati casi di appartamenti nei quali alcune stanze sarebbero state trasformate in piccoli orti, con problemi di infiltrazioni d’acqua negli appartamenti sottostanti.
Sono episodi che, proprio perché eccezionali, non possono essere automaticamente utilizzati per descrivere un’intera comunità. Ma rappresentano comunque un campanello d’allarme sulla necessità di governare il fenomeno abitativo anziché subirlo.

 

     Il peso che ricade sui condomini

 

C’è poi un problema meno spettacolare, ma forse ancora più importante: quello delle spese condominiali (immobili con caldaie centralizzate), dato che quando in uno stabile una parte dei condomini non versa regolarmente le proprie quote, il costo della morosità finisce inevitabilmente per ricadere sugli altri proprietari. A Monfalcone questo problema assume una particolare delicatezza, perché molti condomini del centro sono abitati anche da persone anziane e da vedove di lavoratori dell’amianto, persone che hanno già alle spalle una storia sociale e familiare segnata dal lavoro industriale. La domanda, quindi, non è soltanto come integrare i nuovi arrivati ma anche come evitare che i costi della trasformazione sociale vengano scaricati sulle fasce più fragili della popolazione già residente, vista la presenza di immobili energivori degli anni 60 con caldaie centralizzate e spese elevate. Per queste carenze economiche, molte attività di manutenzione degli immobili non vengono più effettuate, lasciando al deterioramento sempre più immobili in centro.

 

     Dal Bangladesh a Monfalcone

 

Il carattere internazionale della vicenda è emerso ancora una volta il 5 maggio 2025, quando il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi incontrò a Dacca il capo del governo del Bangladesh, Muhammad Yunus. L’incontro ebbe anche una ricaduta nel dibattito politico monfalconese, dando origine a un botta e risposta tra esponenti della politica locale. Non è un dettaglio secondario. Dimostra quanto la realtà di Monfalcone sia ormai collegata a dinamiche che vanno ben oltre i confini della città.

 

     Una nuova variabile: la demografia del 2050

 

A rendere ancora più interessante il caso Monfalcone sono oggi le nuove previsioni demografiche. Nel 2026 l’Istat ha pubblicato le nuove previsioni demografiche comunali 2025-2050, elaborate sulla base della popolazione al 1° gennaio 2025: i dati riguardano i 7.896 comuni italiani sopra i 5.000 abitanti. L’Istat precisa tuttavia che, soprattutto sul lungo periodo e nei piccoli territori, si tratta di scenari previsivi da leggere con cautela: sono costruiti sulla base di determinate ipotesi riguardanti fecondità, sopravvivenza e migrazioni. Secondo le nuove proiezioni, la città potrebbe arrivare nel 2050 a circa 38.000 abitanti. Il dato è stato evidenziato anche dalla stampa locale, che sottolinea come Monfalcone potrebbe diventare il comune più popoloso della provincia, superando Gorizia e in netta controtendenza rispetto all’intera regione Friuli Venezia Giulia. Il quadro regionale elaborato dall’Istat mostra quindi una dinamica nella quale Monfalcone potrebbe rappresentare una significativa eccezione rispetto alla tendenza demografica generale del territorio. Questo significa che la città potrebbe trovarsi davanti a un paradosso solo apparente: mentre una parte consistente del Friuli Venezia Giulia affronta il problema dello spopolamento e dell’invecchiamento, Monfalcone potrebbe continuare a crescere proprio grazie alla capacità di attrarre popolazione in età lavorativa.

 

     Ma quale lavoro ci sarà nel 2050?

 

Ed è qui che entra in gioco una variabile che fino a pochi anni fa sembrava appartenere alla fantascienza: la robotica umanoide. Sarà molto interessante capire quale sarà l’impatto dell’intelligenza artificiale e dei robot umanoidi sulla costruzione delle navi. La questione non è più puramente teorica. In diversi settori industriali sono già in corso sperimentazioni e le previsioni internazionali sulla diffusione degli umanoidi sono diventate estremamente ambiziose. Un dato spesso citato è quello elaborato da UBS: circa 2 milioni di robot umanoidi al lavoro entro il 2035, con una crescita che, nello scenario indicato dalla banca, potrebbe portare a circa 300 milioni di unità entro il 2050. Si tratta naturalmente di previsioni e non di un dato certo sul futuro. La dimensione del fenomeno è comunque sufficiente a porre una domanda molto concreta per una città come Monfalcone. Già adesso dentro la fabbrica delle grandi navi sono presenti i cani robot, utilizzati per il controllo di alcune lavorazioni. Se una parte significativa delle attività oggi svolte manualmente nei cantieri potesse essere progressivamente automatizzata, che cosa accadrebbe al modello occupazionale che negli ultimi decenni ha attirato qui migliaia di lavoratori? E soprattutto: cosa succederebbe a una città che contemporaneamente aumenta la propria popolazione e riduce la quantità di lavoro umano necessario in alcune delle sue principali attività industriali?
Per anni il problema della cantieristica è stato raccontato soprattutto come un problema di reperimento della manodopera. Se però la robotica e l’intelligenza artificiale riusciranno a sostituire una parte significativa delle attività ripetitive, pesanti o pericolose, il problema potrebbe cambiare radicalmente natura. Non è detto che i robot provochino semplicemente una distruzione netta dei posti di lavoro. Potrebbero creare nuove professionalità, modificare quelle esistenti, aumentare la produttività e rendere economicamente conveniente riportare determinate lavorazioni in Europa. Ma potrebbero anche ridurre la domanda di alcune categorie di lavoratori. Oggi non sappiamo ancora quale dei due effetti prevarrà, né in quali tempi. La tecnologia umanoide è ancora in una fase di sviluppo e presenta importanti problemi di costo, affidabilità, sicurezza e capacità di operare in ambienti industriali reali. È però evidente che la discussione sul futuro di Monfalcone non può più limitarsi alla domanda: quanti lavoratori servono ai cantieri? Dovrebbe cominciare a porsi anche la domanda opposta: di quali lavoratori avranno bisogno i cantieri quando una parte crescente delle attività sarà svolta da macchine dotate di intelligenza artificiale?

 

     La Serbia è già entrata nella nuova fase

 

Un segnale concreto arriva dalla Serbia, dove il 29 agosto 2026 è stata inaugurata a Šabac la prima struttura serba dedicata alla produzione in serie di robot umanoidi, realizzata da Minth in collaborazione con AGIBOT. La prima fase dell’investimento è indicata in 20 milioni di euro, mentre per il successivo parco industriale della robotica a Inđija è previsto un investimento complessivo che potrebbe arrivare a 200 milioni di euro. La capacità produttiva prevista a regime arriva fino a 20 mila robot umanoidi e robot quadrupedi all’anno. È un esempio interessante perché mostra come la robotica non sia soltanto una tecnologia che verrà utilizzata nelle fabbriche: sta diventando essa stessa un settore industriale capace di attirare investimenti, creare nuove filiere e modificare la geografia produttiva europea. E c’è un ulteriore elemento che merita attenzione: i robot prodotti in Serbia sono destinati anche ai mercati europei: come li cambierà?

 

Concludo con un post pubblicato nel gruppo Facebook “Sei di Monfalcone se e dintorni” e, al di là delle opinioni personali, credo abbia colto molto bene il nodo del problema.
Monfalcone non è diventata fragile semplicemente perché è arrivata più gente, né perché i monfalconesi siano diventati razzisti. È diventata fragile perché il cambiamento demografico, sociale ed economico è avvenuto molto rapidamente, mentre sono venuti meno quei punti di incontro che per decenni avevano favorito l’integrazione: una lingua comune, regole di lavoro condivise, la scuola e luoghi di socialità. Quando questi ponti vengono meno, le persone tendono naturalmente a cercare la propria comunità e le proprie reti. Così, invece di costruire una comunità più grande, si rischia di crearne diverse che vivono una accanto all’altra, praticamente due Monfalcone. Ed è proprio questo il punto: vivere e lavorare nella stessa città non significa necessariamente essere una comunità. Per esserlo bisogna incontrarsi, conoscersi, comunicare e partecipare insieme alla vita del territorio.
Credo che la società civile abbia capito il nodo del problema e, come in molti altri casi, è più avanti della politica.



Articolo originale in Italiano.