LA PUNTA DELL’ICEBERG

LA PUNTA DELL’ICEBERG

di KATARINA VISINTIN

 

Questa volta vorrei dedicare questo spazio a una battaglia che mi sta molto a cuore. La violenza sulle donne. So che di fronte a questa espressione in molti scrollano le spalle, perché l’hanno già sentita tantissime volte. Proprio per questo la scrivo ancora una volta. Perché riguarda ogni singolo individuo e la società nel suo complesso. Perché i numeri dimostrano che si tratta di un problema sociale che ancora esiste. Cova come brace e, anche se alcuni cercano di ricoprirlo nuovamente di cenere, non si spegne. Perché esiste tra le vostre colleghie, vicine, parenti e amiche.

 

Guardiamo innanzitutto cosa dicono i dati, e cioè da entrambi i lati del confine. In Italia l’anno scorso sono state uccise 97 donne. 87 sono morte in casa, in famiglia o all’interno di una relazione di coppia. In 62 casi l’omicida era il partner o l’ex partner. La cifra è inferiore rispetto all’anno precedente. Ciononostante, restano 62 donne uccise dall’uomo con cui condividevano la vita. Si tratta di circa cinque al mese. L’Istat, in occasione dello scorso 25 novembre, ha aggiunto un quadro più ampio con cui ha confermato che quasi un terzo delle donne italiane, poco più di sei milioni, ha subito nel corso della vita violenza fisica o sessuale. Il pericolo non proviene da sconosciuti, bensì da partner, parenti e conoscenti. Di queste donne ne sporge denuncia solo il 13 percento circa. In Slovenia il quadro è diverso per dimensioni, ma non nella sostanza. Secondo i dati dell’Ufficio statistico, il 28 percento delle donne che hanno vissuto in una relazione ha subito dal partner almeno una forma di violenza, il più delle volte psicologica, e un buon 12 percento fisica o sessuale. Per quasi la metà di loro la violenza è durata per più di cinque anni, che è notevolmente superiore alla media dell’Unione Europea. Ha denunciato alla polizia circa una donna su cinque, sebbene quasi due terzi delle donne ne abbiano parlato con qualcuno. L’anno scorso la polizia ha trattato oltre 1.100 casi di violenza domestica e ha emesso più di 900 divieti di avvicinamento.

 

Due anni fa, per la mia tesi di laurea, ho scelto proprio questo tema: come i giornalisti scrivono della violenza sulle donne. Solo allora ho compreso davvero che cosa significhi questa violenza. Quando sentiamo la frase «violenza sulle donne», la maggior parte di noi pensa all’omicidio. Dobbiamo essere consapevoli che il femminicidio è solo la punta dell’iceberg. È l’atto più estremo all’interno di un sistema basato sulla disuguaglianza di genere. Prima di esso arrivano di norma altre forme di violenza e maltrattamento che la società e le istituzioni ancora oggi ignorano o sottovalutano. La parola stessa “femminicidio” è nata nel 1976. È stata introdotta da Diana Russell per denominare l’uccisione di una donna in quanto donna e per sottrarre questa esperienza alla categoria informe di “omicidio”, nella quale prima si perdeva.

 

Che cosa si nasconde dunque sotto la superficie? La Dichiarazione delle Nazioni Unite definisce la violenza contro le donne come qualsiasi atto che provochi alla donna un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica, comprese le minacce, la costrizione e la privazione arbitraria della libertà. Non si tratta quindi solo di percosse o pestaggi. Vi rientrano anche la violenza psicologica, fisica, sessuale, economica e verbale, lo stalking, lo stupro e infine il femminicidio.

 

Si tratta di azioni che si nascondono in modo sottile nella quotidianità. Mi riferisco alle scene in cui qualcuno ti umilia ridendo, quando a una festa qualcuno ti tocca senza permesso, quando semplicemente non hai un conto tuo e devi sempre chiedere i soldi al marito, quando sull’autobus uno sconosciuto ti fissa. E ancora lo stalking del partner dopo la separazione, che non ti permette di andare tranquilla al parco. Niente di tutto ciò finisce sui giornali. Eppure, quasi ogni storia che alla fine leggeremo, quando ormai è troppo tardi, comincia proprio così.

 

È proprio questo che ho capito solo con il tempo nella mia tesi di laurea. La violenza sulle donne non είναι una serie di episodi isolati: è una costante storica della società e della sua cultura, che normalizza la violenza nello spazio privato e in quello pubblico. Le radici, che affondano nell’ineguale distribuzione del potere tra uomini e donne, consolidano il controllo, i ruoli sociali e i relativi stereotipi. Ed è proprio per questo che la parola «tragedia» nei titoli dei giornali mi dà così tanto fastidio. Le tragedie sono inaspettate. Il femminicidio invece no. Ha un suo inizio, le sue fasi e i suoi testimoni.



Prvotni jezik tega članka je slovenščina.