GAP THE MIND. THE DARK SIDE OF THE MOON
di MARCO MARANGONE
Usando la Luna come metafora, se Gap the mind è un invito all’esplorazione dello spazio (mentale), dirigere l’osservazione verso il suo lato oscuro promette (anche musicalmente parlando!) un’indagine decisamente più intrigante.
Se il lato visibile della lingua è il suo essere codice di comunicazione organizzato e regolato che consente alla comunità umana che lo condivide di riconoscere la relazione tra il simbolo scritto/fonetico e ciò che rappre- senta, il suo lato oscuro è probabilmente il suo legame con l’identità. Con le lingue si comunica e al contempo si scomunica, si dialoga e si litiga: esse non garantiscono comprensione e concordia. Jahvè non me ne voglia (è un Dio notoriamente rancoroso: se non avrete più notizie di me sapete a chi rivolgervi) ma la biblica moltiplicazione delle lingue inflitta agli uomini per complicare il cantiere della Torre di Babele generando incomprensione, non era affatto necessaria; se avesse partecipato ad almeno una riunione di condominio si sarebbe probabilmente risparmiato la fatica. L’identità profonda non è una questione di anagrafe e di dati storicizzati; essa affonda nel piano emozionale, non visibile per definizione, tanto quanto lo è l’apparato radicale di un albero. La forza identitaria della lingua si palesa nella sua accezione di legame materno, emozionale per definizione (la lingua-madre), nella stessa misura in cui la Patria, la cui radice etimologica è evidentemente derivata dal Padre, incrementa la sua potenza evocativa quando accostata alla Madre (la madre-patria).
Identità è un termine interessante, esso deriva da idem, lo stesso, uguale.
Ci rivela che l’identità risponde ad un bisogno di appartenenza, di “essere parte di”. Questo perché siamo animali sociali, perché in gruppo ci si aiuta, ci si protegge, ci si difende. Ma queste interpretazioni mi sembrano più proprie alla faccia illuminata della Luna, certamente vere ma non sufficienti. Torniamo dunque insieme a rovistare nell’oscurità.
L’esperanto è una lingua artificiale, una lingua-Frankestein, creata a fine Ottocento con intenti di fratellanza e uguaglianza per essere un ponte universale tra i popoli. Il suo vocabolario attinge alle principali lingue europee: ognuna vi si ritrova solo in una porzione e, per quanto lo scopo fosse ineccepibile anche sul piano pratico, l’esperanto non è mai riuscito ad affermarsi, forse proprio perché incapace ad evocare nelle persone un senso identitario sufficientemente intenso. Oggi l’esperantolo è una lingua quasi morta (è l’ultima battuta, prometto). In quanto a intento universalistico, all’inglese andrà meglio, sospinto dalla forza egemonica statunitense sul piano economico e di cultura pop (il dollaro, il marketing, Hollywood, …), senza dimenticare l’estensione delle ex-colonie dell’Impero Britannico sparse sul globo. Spostiamo ora lo sguardo su un altro aspetto dell’identità: sul fatto che essa sia, per definizione, esclusiva e non inclusiva. Se nel mondo fossimo tutti goriziani (o novogoriciani, o friulani, o sloveni) questa categoria non avrebbe più efficacia identitaria, nella stessa misura in cui evidentemente non lo è il sentirci semplicemente esseri umani. L’identità implica una separazione rispetto a chi appartiene ad un gruppo connotato da caratteristiche (etniche, religiose, ideologiche, linguistiche) diverse dalle proprie. Un ambito che conforta questa lettura interpretativa è quello calcistico. Esso è divisivo per eccellenza in quanto costituisce uno dei pochi aggregatori rimasti capaci di fornire un senso di identità emozionalmente forte: i colori, le bandiere, i simboli che solo pochi secoli fa marcavano il tuo far parte di una città o di una contea (periodicamente contro tutte le altre) oggi li ritrovi solo nelle curve degli stadi. Il Palio senese attiva le stesse passioni violente: anche lì simboli, bandiere, appartenenza (e risse). Ma se in quest’ultimo caso la natalità relativa ad un particolare rione cittadino (Contrada) giustifica un legame naturale, nel calcio puoi essere uno juventino sanguigno pur non avendo alcun legame con la città di Torino. L’appartenenza identitaria può quindi essere sì artificiale (nessuno nasce juventino e non è necessario avere un padre tifoso per diventarlo poi da adolescenti o da adulti) ma per essere emotivamente efficace deve separare e non unire come invece intendeva fare l’esperanto. Ci sono studi che hanno evidenziato come la passione calcistica per un determinato club non muti nel tempo, si è fedeli ad esso per tutta la vita. La violenza con la quale alcuni tifosi sottolineano la loro fede (!) calcistica evidenzia la necessità esistenziale di affermare e difendere quello che probabilmente è per essi l’unico profilo identitario di cui dispongono. Da giovane ho giocato a calcio e poi per molti anni ho seguito con coinvolgimento, perlopiù televisivo, la squadra della mia città (Udine) e ho osservato come la rabbia e la frustrazione fossero sentimenti inevitabili in conseguenza di un esito negativo delle partite: se la squadra definisce la mia identità, quando essa perde anch’io divento un perdente. E questo, a livello psicoemotivo, è insopportabile. Ma nella storia, ben più del calcio, è stata la lingua a definire un’appartenenza identitaria: “le minoranze germanofone nei Sudeti” e quelle “russofone nel Donbass” sono state la paglia sulla quale è stata posta la scintilla del nazionalismo dal quale è divampato l’incendio della guerra.
Le ideologie e le religioni agiscono come grandi ombrelli identitari e a ciò devono le loro fortune. Dunque, derivare la tua identità dall’appartenenza a qualche categoria e definirti grazie ad esse porta sempre con sé delle dinamiche comparative e competitive. La fragilità di tale accrocchio è intrinseca nella ineluttabile esigenza di difesa che ne consegue, facilmente constatabile nella frizione che avverti quando ricevi una critica o la tua opinione non viene condivisa: a ciò che viene percepito come un’aggressione al proprio io, si reagisce alzando il ponte levatoio e caricando le balestre. All’origine della frustrazione e della rabbia c’è sempre la paura.
Il problema dell’identità diventa tale (un problema, appunto) nella misura in cui si richiede all’esterno di noi una risposta abbastanza convincente e rassicurante alla domanda “Chi sono io?”.
Ramana Maharshi, un maestro spirituale indiano del Novecento invitava a porsi ripetutamente tale quesito, ancora e ancora, fino allo sfinimento. Le risposte convenzionali e descrittive (età, sesso, ruolo sociale o pro- fessionale, titolo di studi, interessi, caratteristiche caratteriali o fisiche, appartenenza a qualche gruppo o a qualche fede, ecc.) non bastavano, bisognava insistere. L’esercizio, tutt’ora valido e praticato, agisce come i quesiti zen formalmente paradossali portando alla resa delle strutture mentali di controllo razionale e la risposta, l’unica, quella vera, talvolta emerge: sei un riflesso dell’esistenza unica e indivisibile. L’identità si manifesta per quello che è: un’illusione non necessaria. L’identificazione (ai pensieri ed alle emozioni) è, secondo il buddismo, una delle cause principali della sofferenza umana e se noti qualche assonanza tra identità e identificazione sappi che non è un caso.
Solo nello spazio e nel silenzio mentali trovi la libertà da te stesso e dalle tue convinzioni (più o meno) divi- sive.
A quel punto puoi contemporaneamente e serenamente sentirti (ad esempio) di Straccis, goriziano/a, friula- no/a, italiano/a, europeo/a e cittadino/a del mondo perché da queste etichette non dipendi più, sei libero, esse non hanno più potere su di te.
Anche se abito a Monaco, l’abito non fa più il monaco.
Avevo promesso che quella sull’esperanto era l’ultima battuta. Ebbene sì, ho mentito. Gap the mind!
Articolo originale in Italiano.