QUESTO POSTO IO L’HO GIÀ VISTO…

QUESTO POSTO IO L’HO GIÀ VISTO…

di JAN DEVETAK

Questo posto io l’ho già visto, ma era in un altro posto.
Sono innamorato.
Persevero nel prendere treni, «bruchi di metallo.» Mi sento nell’occhio di un ciclone, la notte, quando devo prendere sonno.
Perché devo prendere sonno.
Ieri sera non potevo prendere sonno.
Me lo impediva un forte senso di inquietudine… Poche ore prima di ritrovarmi a casa, sono passato per una corte interna che non vedevo da anni. Nel cinema si chiama doppia esposizione: «una tecnica in cui due immagini o riprese diverse vengono impresse sulla stessa porzione di pellicola o sullo stesso fotogramma.» Mi sono immaginato me lì in quel momento, che arrivavo, e il me di anni prima andarmene. Succede sempre, nei luoghi: sono contenitori di vita.
Nella casa a Gorizia, dove sono cresciuto, ho passato di tutto. Certe volte l’esposizione non è doppia, ma multipla: è l’insieme rumoroso, rutilante, di tutti gli attimi vissuti mai.
Quella stessa porta.
Quelle stesse scale.
La colonna in mezzo al salotto.
Il letto dei miei.
La finestra che dà su quella stessa magnolia. Poi tutti gli angoli di casa che sono stati riordinati nel tempo e di cui col passare del tempo mi dimentico l’antica immagine.
«Sento la nostalgia di camera mia com’era prima, di uno spazio che esiste ancora e al contempo non c’è più.»
Sono innamorato. Mi sono capito, finalmente: ho bisogno di provare tutto contemporaneamente. Di emozioni forti, così forti da farmi strabordare.
Questo stesso corpo.
Sono innamorato della vita. Ci pensi mai, a quanta vita ci attende?
Mi ritrovo a cena con una coppia di amici e tre persone a cui mi sono appena presentato.
Mi ritrovo a raccontare Gorizia. Spiego loro lo splendido paradosso di un confine: uno spazio-pietra focaia. La linea che separa due stati ma che passa per una sola piazza. Le differenze che creano ricchezza: non è retorica, lo penso davvero. E nel mio racconto, trasportato, mi ritrovo a godere del termine: provinciale, ai bordi.
«Le mie Gorizie,» un concetto che ho metabolizzato andandomene via. »Moje Gorice,« ovvero i posti che amo e dove mi sento a casa. Anche se lontano dalle origini.
Bruchi di metallo.
Ritorno spesso a un racconto di papà, un sogno che ha fatto e che ha avuto cura di annotare: »Bila sva ti in jaz. Bil si otrok, imel si pet ali šest let. Hodila sva v temi, ponoči ali skozi tunel. Ni mi znano kam.
Naenkrat se je za nama pojavil volk. Črn, shiran. Oči so mu bile zalite s krvjo. Imel je dolg gobec, spodnja čeljust je bila napol odtrgana in je visela.
Približal se je. Ko je bil na tem, da me bo napadel, si se spremenil v psa, čisto majhnega psa, in se postavil med nama, da bi me zaščitil. Zarenčal si in meril na njegovo odtrgano čeljust. Definitivno bi mu jo odtrgal, če bi me naskočil in poskušal zariti vame svoje čekane.
Volk je odnehal, nekoliko nazadoval in se spremenil v kovček, star kovček s kolesci, in naju še naprej z razdalje zasledoval.
Ko je bila nevarnost navidez mimo, si se spet spremenil v Jana in hodil ob meni. A za kratek čas. Volk je znova šel v napad, ti pa si se znova spremenil … Tako znova in znova, v neskončnost.
Spomin na sanje ima danes konsistenco animirane risanke, a ni zato nič manj strašljiv in istočasno tolažljiv kot tisto noč, ko sem te sanje izsanjal.«
Lo dedico a Z, perché quando ho conosciuto la sua umana, non avevo idea di come ci si relazionasse con un piccolo maltese. Eppure il tempo passa e ci lega, inevitabilmente: mi sono tormentato, recentemente, nel saperla in malattia. Da lì ho sviluppato un pensiero di cui scrivo più avanti in questo stesso testo, sull’amore che passa da una connessione all’altra, che si trasforma.
Stacco: delle volte ho la tendenza, per certi fastidiosa, di fissare la gente sui mezzi pubblici.
Una volta un passeggino, con bambina all’interno, chiede alla madre perché una donna anziana cammini così lentamente.
Un’altra volta mi domando se io e mio nonno, se io e mia nonna, guardiamo allo stesso orologio con altri occhi.
Quella volta mi fermo a riflettere: questo posto io l’ho già visto, ma era in un altro posto. «E sapevi che tutte le cose con un nome non muoiono?» (O era il contrario? Ora non ricordo.)
Crepe sull’asfalto, mentre discorriamo. Poi gli interni di un bar, la macchinetta del caffè che avrebbe bisogno di manutenzione. C’è stato un momento in cui tutto era nuovo? Un momento in cui tutte le prime volte erano possibili, vero?.. Ora mi affascinano di più le ultime.
Amo ripetere gli stessi gesti, dialoghi e itinerari con persone diverse. Portarle e ritrovarle nei medesimi luoghi, condurle in situazioni simili tra loro e creare analogie tra il mio ieri e l’oggi. È un gioco, una manipolazione… È come deve essere: uscire di casa all’alba e tornare, anche giorni dopo, al tramonto. Perché tutte le cose cicliche sono uguali.
Recentemente ho scaricato un’app per le previsioni meteo. Contestualmente ho acquistato un ombrello. Ho ripreso a stirarmi le camicie. Tengo accurata traccia delle spese che faccio.
Per fortuna, tuttora non riesco a prendere biglietti del treno con l’anticipo consigliato… L’odore fuori casa, ora che ha appena piovuto, lo associo all’odore di quando sta per piovere.
Ai miei genitori, che mi hanno dato tutto. A quell’amore così semplice e totale di cui non scrivo, perché non si definisce nemmeno.
L’amore passa da madre padre a figlia figlio, da nipote a nonna nonno e viceversa. Passa dagli amici agli amici, dagli amanti agli amanti. Passa da chi ci ha cresciuti a chi cresceremo, da chi ci ha insegnato ad amare a chi ameremo. E così continua, di persona in persona, finché a mio figlio non dirò che il fallimento di una generazione è in realtà il fallimento dei padri. Dirò che il fallimento di una generazione non esiste…
Quando ho ricevuto quella telefonata, ero in un’altra città (che è casa ora), in un’altra vita (che è la mia vita ora). »Moje Gorice«: anche prima di rispondere, sapevo che dopo non sarebbe stato più lo stesso. E, anche se preparato, non ero pronto alla voce spezzata dall’altro lato della cornetta, perché l’ho sentita così raramente… »Sedaj smo malo več sami,« esordisce papà: «Ora siamo un po’ più soli.»
Noni in Nonotu.
V naši družini ni nič nenavadnega, če se kdo ukvarja s pisanjem.
Zame je to običajno konjiček, včasih prava potreba: v trenutkih, ko mi glava podivja od vseh konceptov in idej, ki jih moram nemudoma preliti na papir.
Večinoma pozabim, kar sem si želel zapisati. Kaj potem ostane? Nocoj ne morem zaspati.
Čutim močan nemir … Pred nekaj urami sem se znašel na notranjem dvorišču, ki ga že leta nisem videl. Tam se za trenutek ustavim, nato pa se vrnem domov.
Končno se soočim s praznim listom. Na papir izbruhnem vtise in občutke, ki so se vame nabrali v zadnjem času, v upanju, da me bodo bralci razumeli … Včasih, ko neham misliti, sta zame kraj in čas eno in isto, hkrati.
Scrivere è faticoso. Anche sentire lo è, ma in modo differente. (Odločim se, da bo besedilo dvojezično, kot moje otroštvo.)
Scrivere richiede cura. La mia mente invece vaga all’impazzata, istintivamente: è come se tutto quello che io fin qui abbia messo nero su bianco, sia stato frutto di un singolo istante: quello appena passato.
È il primo giorno di un nuovo autunno, io sorrido a un passante che verosimilmente non rivedrò mai più.
Quando mi guardo dall’alto, amo il cambio di prospettiva. Quando penso agli attimi più intensi della mia vita, penso ai treni presi, mai a quelli persi. Infine, quando osservo la cicatrice di Z rimarginarsi, penso: «Questo stesso corpo.»



Articolo originale in Italiano.