UNA DONNA TRA DUE MONDI
di ELIO CANDUSSI
“Una donna tra due mondi – La mia vita all’ombra di Saddam Hussein e la mia fuga dalla tirannia” è il titolo di un libro pubblicato nel 2005, consigliatomi da mia figlia, che alcuni anni fa a Venezia ha avuto modo di conoscere di persona l’autrice. Me l’ha raccomandato affinché riflettessi su un particolare aspetto del racconto e cioè il dramma delle donne oggetto di stupro, di crudele violenza sessuale, non in ambito familiare, ma in specifici contesti storici e bellici. Il volume è la biografia di Zainab Salbi che, da bambina, ha vissuto all’ombra del dittatore dell’Iraq in una condizione privilegiata, non consapevole della crudeltà di Saddam e delle sue ossessioni sessuali.
Però, nemmeno ventenne, Zainab prende coscienza della situazione e fugge negli Stati Uniti, dove inizia a ricostruirsi una vita libera ed indipendente e decide di dedicarsi ad aiutare le donne vittime di stupri più o meno “organizzati”. Si sa che, da quando mondo è mondo, durante le guerre spesso l’esercito vincitore consente ai propri soldati, come “premio” per il loro coraggio e la loro fedeltà al leader, di perpetrare razzie nei confronti dei vinti, non più solo verso i soldati dell’esercito sconfitto, ma nei confronti dei civili innocenti; oltre a rubare cibo e oggetti di valore, incendiare case, i soldati possono finalmente sfogarsi e violentare tutte le donne che casualmente incontrano. Questi fatti si sono svolti ovunque nel mondo ed in ogni tempo, dall’epoca del ratto delle Sabine di romana memoria. Era ed è “normale” che ciò avvenisse. Tutto ciò non mi ha particolarmente colpito, perché è storia nota e documentata, il più delle volte avvenuta lontano dalla mia città e dal mio mondo, ad es. in Iraq come nel libro in questione.
La mia sensibilità nei confronti degli stupri organizzati è mutata quando Zainab narra di aver letto sul “Time un articolo sui campi di stupro in Bosnia – Erzegovina e in Croazia, dove le donne venivano imprigionate e violentate giorno e notte, sembra da soldati serbi”. Lei va in quei paesi, incontra alcune di queste donne stuprate e così decide di creare un’apposita fondazione in loro difesa, chiamata “Women for Women in Bosnia”.
Si parla di fatti di solo poco più di una trentina di anni fa, cioè degli anni 1992-95, ai tempi di Slobodan Milošević. Zainab si documenta e afferma che il dittatore serbo organizzò dei “campi di stupro”, cioè dei luoghi dove venivano imprigionate donne di tutte le età, in modo da violentarle sistematicamente ed umiliarle, così da annichilire la loro personalità. “Non si trattava di bivacchi informali nelle foreste; l’esercito serbo aveva occupato a questo scopo alberghi, scuole ed edifici pubblici e continuava a operare sotto gli occhi di tutto il mondo, praticamente indisturbato. Rilasciava le vittime a gravidanza avanzata, perché non potessero più abortire i loro figli serbi”. I soldati vincitori non violentavano di propria iniziativa, ma all’opposto erano obbligati allo stupro, erano comandati a farlo, come accade in guerra quando si deve uccidere per sopravvivere. Di conseguenza in alcuni casi i soldati non se la sentivano di farlo, specie se la vittima era troppo giovane, quindi venivano, se va bene, sbeffeggiati dai commilitoni o, peggio, puniti dai superiori. Le donne si vergognavano dello stupro subìto e stavano zitte per non gettare nel discredito le proprie famiglie. Era in tutto e per tutto una strategia di guerra pianificata, peggiore della pulizia etnica, perché mirava a terrorizzare e distruggere intere famiglie e gruppi sociali.
Onestamente devo dire che non ne sapevo nulla, nonostante questi fatti fossero accaduti a poche centinaia di chilometri da casa mia, in un tempo così vicino ed in modo scientificamente organizzato, molto più cinico degli stupri della storia passata. Queste vicende mi apparivano impossibili, irreali, ingenuamente non credevo che si potesse arrivare a tali livelli di crudeltà e freddezza. Decido di fare delle ricerche su internet, oggi molto più semplici. E’ stato sufficiente visitare il sito di wikipedia alla voce “campi di stupro” per documentarsi dettagliatamente sul loro uso come strumento di guerra psicologica, arricchito dal racconto di episodi storici, dai tempi più antichi, arrivando agli stupri proprio del 1992-95 di Bosnia ed Erzegovina. Secondo le stime del Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia si parla di un numero da 20 a 50 mila vittime, in gran parte donne musulmane. Quindi la testimonianza e il racconto di Zainab sembra confermato!
Sono passati oltre 30 anni e mi chiedo: chi si è macchiato di questi delitti o ne è stato complice più o meno consapevole come vive oggi, è stato processato e condannato? Che ne è delle donne sopravvissute, adesso potranno avere 50-60 anni, sono riuscite a ricostruirsi una vita nuova da qualche parte nel mondo oppure sono rimaste ancorate alla famiglia patriarcale di origine, mantenendo il segreto sulla paternità del figlio che hanno partorito?
Ma la domanda più angosciante riguarda i bambini nati a seguito dello stupro, che oggi avranno 30-35 anni.
Qualcuno sarà stato soppresso dalla madre alla nascita per la vergogna, altri saranno stati abbandonati in un orfanotrofio e poi adottati, molti altri probabilmente saranno rimasti con la madre, in Bosnia o emigrati lontano. Ma il dramma sarà esploso quando, da adulto, il “figlio dello stupro” avrà saputo la cruda verità o dalla madre o da parte di terzi che magari volevano ferirlo, oggi starà vivendo una doppia identità, quella iniziale da bambino innocente e poi quella da adulto in crisi. Riuscirà a rifarsi una vita “normale” o dovrà emigrare lontano dalla Bosnia, come hanno fatto diverse donne per ricostruire la propria vita? Che rapporto avrà con la madre biologica e con quella adottiva? Di rifiuto o comprensione? Sarà andato in cerca del padre biologico? Ogni caso sarà una storia a sé, ma comunque una storia drammatica.
Non ha importanza quanti siano i “figli dello stupro”, si stima di poche migliaia o di decine di migliaia, a seconda degli interessi di parte nell’esagerare in un senso o nell’altro, ma non lo sapremo mai e in fondo ha poca importanza. In realtà nel web si incontrano diverse storie, tutte testimonianze personali, raccontate dalle donne che hanno subito violenza o dai figli dello stupro una volta divenuti adulti, storie che il mondo preferisce dimenticare o nascondere in un cassetto o in un baule in soffitta. Al lettore curioso il compito di indagare.
Sono domande a cui non so dare risposta, ma qualcuno si è curato di queste vittime? O il mondo occidentale, come d’uso, si è voltato dall’altra parte?
Alla fine non mi resta che ringraziare Zainab per avermi aperto una finestra sugli orrori di questo mondo così vicino e così lontano. Vedi: https://www.womenforwomen.org/, oggi diventata “Women for Women International.”
Articolo originale in Italiano.