INTUIZIONE FRATTALE IN FORMA RICORRENTE

INTUIZIONE FRATTALE IN FORMA RICORRENTE

di PATRIZIA DUGHERO

 

“La libertà è un respiro. Ma tutto il mondo respira non solo l’uomo. Respirano le piante, gli animali. 

C’è ritmo (che è respiro)… Le maree sono un respiro… il rollio inavvertibile e misterioso della vita.”

Anna Maria Ortese, Corpo celeste, 1991

 

Ho conosciuto Tanja Badalič come program manager durante la realizzazione del progetto CROSS-CULTURE, l’innovativo Festival “Incontro di Culture: Natura Senza Confini”, su diverse aree culturali, soprattutto sulla letteratura ecologisticamente orientata, in cui vengono presentati autori del passato e del presente focalizzandosi nella regione della Goriška. Da anni sto cercando con scarsi risultati di leggere, e possibilmente curare, i lavori di eco-poete italiane. Sembra che quel movimento dagli anni ’80 del secolo scorso non abbia avuto un prosieguo, pur se una delle linee più vivaci e incisive del movimento delle donne è stata quella dell’incrocio tra prospettive femministe ed ecologiste. Dopo il disastro nucleare di Cernobyl di 40 anni fa, ci fu infatti un’immediata presa di parola di tante che vollero, e seppero, leggere nel singolo “incidente” la manifestazione esemplare di una logica socio-economica e di un modello di sviluppo in cui non si riconoscevano, identificandosi immediatamente in quella “coscienza del limite” delineatasi riguardo alle risorse, oltre i miti prometeici e oltre l’“antopocentrismo grezzo” di cartesiana memoria.

 

Quando mi sono imbattuta nelle poesie di Tanja ho capito immediatamente di essere di fronte a una coerenza e a una sensibilità speciali. L’ecologismo è nei dettagli, come sostiene l’autrice, e ci aiuta a comprendere la vita in generale, le relazioni tra la cosiddetta natura vivente e non vivente. Ho subito pensato che per una visione dell’architettura delle Gorizie avremmo avuto un materiale originale e promettente per un work in progress, di unire le nostre visioni, in maniera progettuale e creativa. Per quanto riguarda la vecchia Gorizia, ho sempre pensato che la problematica stesse nella rigenerazione degli edifici, così incredibilmente immersi, anzi affioranti dal verde, e che per questo sarebbe auspicabile creare un focus laboratoriale, un’esemplare pratica metapolitica, una rigenerazione anche del concetto di “città utopia”. Un modello che per Tanja Badalič non è del tutto sufficiente perché prima occorrerebbe radicalizzare “la consapevolezza di non essere soli al mondo”. Il bisogno di lasciare alle altre creature non solo il loro habitat, ma anche e soprattutto la libertà e la pace, con una riflessione sobria su ciò di cui veramente necessitiamo, è realizzabile soltanto in maniera immersiva e totale, ed è il principio che muove ogni gesto artistico della poeta. La maggior parte dei suoi scritti infatti si basa su teorie di animalismo critico e di ecocritica cui, sostiene, vanno aggiunti creatività e immaginazione. Passando dalla scrittura scientifica a quella letteraria e poetica, ha sentito che avrebbe toccato più persone, perché non tutti i miglioramenti sono positivi, non tutti contribuiscono al benessere delle persone, dell’ambiente naturale e della convivenza, ci vuole un grande e lento cambiamento nella mente delle masse per farle uscire dal conformismo. E molto impegno, aggiungo, trovandomi d’accordo con lei, che ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Comparativi di idee e culture, concentrandosi su una branca degli studi letterari che esamina il rapporto dell’uomo con l’ambiente e gli animali nella letteratura, con particolare interesse alle opere di donne. Vive e lavora a Osek, nella valle del Vipacco. Ha pubblicato diversi libri illustrati: Jazburček in njegovo zeleno poslanstvo; Lisjaček Pituralko v rajskem sadovnjaku, con un arricchimento calligrafico in alcune pagine; Zajčev prostor, su carta riciclata; Sledi mesečine, da qui in poi pubblicando anche col cognome della nonna materna, Volk; la raccolta di poesie per bambini V mojem svetu, musicate da Miran Rustja, corredato di cd; due raccolte di poesie per adulti: Rosa canina e Razraščanja. Tra le mani ho due splendidi albi illustrati, che Tanja Badalič Volk, mi ha narrato sfogliandoli, Te lahko malo požrem? e Srečece, muc s pristriženim ušeskom. Le sue illustrazioni sono realizzate con tecniche miste e “risuonare con decorazioni fiabesche” sembra un altro assunto dell’autrice, intenta a conservare il patrimonio culturale del luogo compreso quello materiale. 

 

“Dobbiamo trovare un modo di convivere nelle due città e anche nei loro dintorni senza distruggere l’architettura delle altre entità che coesistono”. Potrebbe sembrare un messaggio semplice, ma rivoluzionario se fatto seguire da azioni istituzionali. Quando Tanja mette in luce che anche altri esseri viventi e “non viventi” hanno una loro architettura che si intreccia con la nostra, che a sua volta però interferisce con l’ambiente naturale, ingombrandolo, ci offre una certa teoria di sociologia urbana, in cui si può intravedere fondersi ecologia profonda/deep ecology e lawscape: “è la volpe, che con i suoi sentieri attraversa la strada asfaltata umana o siamo noi umani che con il nostro asfalto attraversiamo i loro sentieri/la loro architettura?”

 

Ci accostiamo così alla scelta delle 4 poesie qui proposte, sugli alberi e sull’acqua. Dalla prima, Lipa, vengo a sapere che il maestoso albero che si trova nella piazza, al centro di Osek, è simbolo dell’axis mundi, anch’esso chiaro riferimento artistico-architettonico. ‘Os’, ‘asse’ in sloveno, dà il nome al paese, non quello etimologico, ma quello ancorato alla tradizione tramandata. Il tronco del tiglio è vuoto, ha un grande buco, la poesia un’incitazione a scavare sotto il possente albero per misurare la distanza col centro assoluto, rappresentando una micro-utopia. Così come nel secondo componimento, Pravi kostanj, colgo una poetica del dettaglio, che mi riporta a Raymond Carver nella ritmica attenzione a inquieti particolari verso l’attesa, che si chiosa epifanicamente. “Dato che le piante e gli animali si esprimono in altro modo, occorre solo saper vedere.” Dice Tanja, ad esempio osservando gli animali e le piante nel fiume Vipava, come nella poesia Navadna krvenka:i frammenti dei gusci degli unio che l’acqua ricompone di continuo in aggregazioni casuali”. Fa parte delle poesie sull’acqua musicate e messe in scena al Festival Cross-Culture, che mi hanno subito colpito attraverso le traduzioni di Jasmin Franza. Mi sembrò d’acchito si disponessero come un dittico naturalistico, e pure ontologico, in cui l’elemento vegetale dei titoli diventa una soglia simbolica per un’esperienza di immersione, metamorfosi e memoria. Mi ha colpito la scrittura per l’attenzione minuziosa al paesaggio fluviale, che si apre a una dimensione arcaica, quasi cosmologica. Non un semplice canto della natura, ma una meditazione sulla continuità materiale tra umano e non umano. In Salcerella il soggetto lirico attraversa il fiume accompagnato da una lontra, figura liminale, animale anfibio che incarna il passaggio tra superficie e profondità. L’io si affida al paesaggio e col verbo ‘scivoliamo’ stabilisce subito un moto fluido, collettivo e non gerarchico, in cui l’acqua diventa medium conoscitivo. La densità nominale è notevole, ma non decorativa, e produce un effetto di realtà che ancora l’esperienza facendo sì che la concretezza sia continuamente trascesa, mentre il fiume diventa principio ordinatore provvisorio. L’immagine della scomparsa mette in scena una poetica della dissolvenza dell’io/soggetto che diventa materia tra le materie. Memoria, estinzione, forma e movimento appaiono diversamente in Navadni netresk: non più adagiarsi al flusso, ma discendere “in un antro della memoria”, come profondità psichica e richiamo a una cavità carsica, matrice biologica in cui i versi finali introducono una frattura etica. Il motivo dominante, “una fiaba in cui gli animali scomparivano”, incombe con il rischio di estinzione. Il gesto salvifico – raccogliere un’ape che sta affogando – è minimo ma decisivo. Viene restituita al volo e il contatto fisico, “ho sentito le sue ali inzuppate”, è un punto di passaggio tra vulnerabilità e ripresa; senza sentimentalismo, le “minutissime scorie di pioggia” che filtrano nel palmo si trasformano in linee, spirali, anelli. Diventa una poetica della forma ricorrente, quasi un’intuizione frattale in una grammatica che unisce micro e macrocosmo culminando nelle “costellazioni / dello zodiaco animale” e nelle maree di “mari sconosciuti” da cui emergono le tracce dei primi passi della vita. 

 

Da questa consapevolezza, sembra dirci, occorre ripartire per ogni dettagliata pianificazione urbana ed extra-urbana. Perché, con Laura Conti, siamo convinte che “Di notte, la nostra città, per sempre deserta / si rianima. // Lì vivono di un’insonne memoria gli alberi…

 



Articolo originale in Italiano.