EMOZIONI DI CONFINE

EMOZIONI DI CONFINE

di ALDO RUPEL

 

Si erano trasferiti in città con le loro famiglie in tenera età, e lì erano cresciuti. Appartennero prima alla generazione sacrificata e poi a quella della resistenza – inizialmente a difesa della propria nazionalità, e in seguito a quella militare, che dava speranza nella vittoria. Prima della guerra non si erano legati emotivamente a nessuno, mentre durante il conflitto le priorità erano state di carattere sociale, legate ai vari compiti da svolgere. Lui era rientrato nella rete delle forze di sicurezza dell’occupante. Prestava servizio nel centro cittadino e abitava nel settore settentrionale; lei era un’attivista nel quartiere orientale.

 

Nell’ambito del lavoro clandestino non entrarono mai in contatto. Appartenevano a reti diverse e la cospirazione era rigorosa. Poi lui ricevette l’ordine di pedinarla. Svolse il compito con la “fata in tasca” [agendo con furbizia e doppio gioco], poiché copriva i suoi spostamenti invece di svelarli. Dopo alcune settimane si legò a lei, prima con il pensiero, poi prese una decisione e, con un pretesto, la fermò in strada per un controllo dei documenti. Scoccò la scintilla e iniziarono a frequentarsi. Rischiavano, poiché nei rapporti complessi e mai definiti dello spionaggio clandestino, in quel periodo di svolta, non si sapeva mai da quale automobile in corsa sarebbe spuntata una canna di fucile, lasciando un uomo a morire sull’asfalto un momento dopo.

 

Poi arrivarono la vittoria e la libertà; ricominciarono a respirare e a vivere. Recuperarono tutte le privazioni del tempo di guerra. Conobbero e compresero il messaggio dei loro corpi, nell’immobilità e nel silenzio. Si abbandonarono a un flusso di onde che si intrecciavano.

 

Ma dietro le quinte della vita quotidiana e dei destini umani operavano interessi di portata internazionale. Gli ex alleati rinnegarono i patti e diventarono avversari, alleandosi con i vecchi nemici. Al crocevia di popoli e sistemi sociali diversi questo è vero esplosivo: ciò che prima era sicuro divenne pericoloso, ciò che era giusto divenne ingiusto, ciò che era certo, incerto. Anche la vita stessa. Nel settembre del 1947 si verificò una persecuzione sia propagandistica che fisica degli sloveni, con attacchi alle sedi delle associazioni e alle proprietà private. Si susseguirono pestaggi, cacce all’uomo, irruzioni in appartamenti, negozi e uffici; all’improvviso vennero dati alle fiamme 30.000 libri. Tutto questo in un clima di “democrazia” e sotto l’amministrazione militare degli alleati occidentali.

 

Lui fu teso un agguato all’uscita dal lavoro e venne aggredito. Riuscì a stento a sfuggire oltre la linea di demarcazione. Lei fu licenziata dal lavoro, ricevette lettere minatorie e la sua casa, sulla strada verso San Pietro [Šempeter], fu attaccata.

 

In due giorni, per loro, tutto finì. Prima intuivano che un giorno avrebbero pronunciato il loro “SÌ”, ma in quel momento la linea di demarcazione si chiuse ermeticamente, il crocevia si spense e soffiò il vento del nord, più gelido, della guerra fredda. Non c’erano documenti per l’espatrio. Da un lato della rete una città intorpidita, dall’altro prati e rare fattorie fino a due insediamenti più grandi… e la linea ferroviaria. Di fronte a quella separazione forzata non poterono far altro che soffrire in silenzio. Gli sloveni della città e quelli dell’immediato entroterra si avvicinavano ai reticolati a debita distanza per salutarsi, gridarsi notizie sui parenti o anche solo per farsi un cenno con la mano. La campagna rimase priva del suo centro amministrativo, sanitario, industriale e commerciale.

 

Anche loro due ci andavano, e si guardavano muti, senza potersi consolare nemmeno con un tocco delle dita; ma durante il risveglio primaverile, il sentimento dell’amore sa essere molto ingegnoso. Lei si accordò con una famiglia che abitava in una casa colonica proprio accanto alla ferrovia e al filo spinato (in alcuni punti il confine tagliava in due orti e cortili). Tramite posta si coordinarono per un appuntamento: lei lo avrebbe aspettato alla finestra della camera da letto dell’amica, lui, travestito da casellante ferroviario addetto al controllo dei binari, si sarebbe avvicinato alla finestra per scambiare qualche frase senza la presenza di altre persone. Non intuivano che, insieme ad altri piccoli fenomeni lungo il reticolato, stavano iniziando a superare la linea di demarcazione.

 

Lui le accennò che sui prati avrebbero iniziato la costruzione di una nuova città. Non gli era permesso tornare nella città “vecchia”, ma si prospettava la possibilità di stabilirsi in quella “nuova”. Con il tempo, forse, lei si sarebbe trasferita. Non andò così. A causa di una malattia di lei e di un lungo ricovero ospedaliero lontano, non si videro per un anno e mezzo. La vita prese la sua strada. A lui capitò un altro legame affettivo, privo di slanci, ma accettabile.

 

Quando lei tornò dal luogo di cura, la linea di demarcazione si era già leggermente allentata; gli abitanti di entrambe le parti avevano ottenuto una sorta di permessi, chiamati “lasciapassare” [prepustnice]. Permettevano quattro passaggi al mese che, per due persone, significavano otto opportunità. Non si sa se fu per caso o per destino: una volta, alla fine, si incontrarono. La brace tornò a farsi fuoco. Sfruttarono tutta l’esperienza legata ai tempi della cospirazione per informarsi, incontrarsi e lasciarsi nel segreto. I punti di contatto si moltiplicarono poiché, accanto a Gorizia, stava sorgendo una nuova città, Nova Gorica. I luoghi d’incontro aumentarono, riducendo la possibilità che qualcuno li notasse insieme troppo spesso e pensasse a una relazione segreta. Le loro fiamme divamparono fino ai primi segni di gravi malattie degenerative e a lunghi ricoveri, durante i quali si limitarono a scriversi. L’esistenza su quel crocevia, sospesa tra due città, mandò all’aria i loro piani originari, ma a modo suo concesse loro una felicità che probabilmente non sarebbe stata così duratura se avessero vissuto sotto lo stesso tetto. Anche se una simile visione può sembrare un po’ abusata, scriviamolo comunque: si trattava di due città e di un unico, grande sentimento.



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