LA SPIA DELLA PORTA ACCANTO. CARLO HAKIM DE MEDICI, “ESTETA EPICUREO MODERNO”
di LUCIO FABI
Vatti a fidare dei letterati. Apprezzi la figura appartata di uno scrittore gotico di indubbie capacità, bravo anche a disegnare, vissuto a Gradisca d’Isonzo agli inizi del Novecento, scoperto qualche anno fa e diventato in breve un caso letterario nazionale, che te lo ritrovi spia del regime, con tutto quel che ne consegue. Quell’ombra di mistero che aleggiava su di lui non era altro che un’efficace copertura.
È quello che è accaduto a Carlo Hakim de Medici (Parigi 1887 – Como 1956), unico rampollo di un agiato finanziere ebreo che diramò i suoi affari tra Alessandria d’Egitto, Parigi, Milano e Gradisca d’Isonzo, attivo tra gli anni Venti e Trenta, autore di libri e racconti noir illustrati da lui stesso, ripubblicati con successo dalla casa editrice Cliquot di Roma (“Gomoria”, “I topi del cimitero”, “Racconti crudeli”, “Nirvana d’amore”). Nel novero degli scrittori maledetti dei primi decenni del Novecento, apprezzato dal pubblico degli estimatori del genere al punto da essere apparso in un fumetto horror, de Medici si definiva “un esteta epicureo moderno”, ma era in realtà una delle figure più spregevoli utilizzate dal regime di Mussolini per controllare i movimenti e i pensieri degli italiani. Quella bieca spia, per intenderci, tratteggiata senza indulgenza in tanti film e fiction sul ventennio fascista.
L’infanzia di Carlo, passata in gran parte nella villa di famiglia di Gradisca, ma anche a Milano e Parigi, dove si interessa precocemente di spiritismo e testi esoterici, trascorre felicemente, nonostante la morte del padre nel 1900 e la conseguente perdita di gran parte delle entrate finanziarie della famiglia. Parigino di nascita, ebreo per parte di padre, polacco per discendenza materna, appena maggiorenne si iscrive alla Lega Nazionale, associazione filo-italiana con sede a Trieste e collegamenti a Gorizia e Gradisca. Continua gli studi esoterici, pubblicando a sue spese saggi in italiano e in francese. Irredentista, acceso sostenitore dell’italianità di terre che evidentemente considera sue ma non al punto, allo scoppio della guerra con l’Austria, di arruolarsi e rischiare la vita in trincea, Carlo si ripara a Milano, dove conduce una vita da intellettuale bohémien. Alcune attività imprenditoriali, portate avanti con scarsa fortuna, lo costringono nel 1921 a vendere la villa di Gradisca per onorare vari debiti. Tra il 1921 e il ‘25 pubblica con l’editore Facchi “Gomoria” e “I topi del cimitero”, racconti macabri e voluttuosi. E poi ancora “Nirvana d’amore” e “Leggende friulane”, recentemente riedito da Cliquot.
Tutto bene, dunque, fino a quando, con un salto di 100 anni, lo troviamo all’interno dell’Elenco nominativo dei confidenti dell’OVRA pubblicato dal Ministero dell’Interno nella “Gazzetta Ufficiale” del 2 luglio 1946. In compagnia di oltre seicento spie e informatori della polizia politica del regime fascista, voluta dallo stesso Mussolini nel 1926 con ampi poteri. Secondo lo storico Mauro Canali, dal marzo del 1931 Carlo Hakim de Medici, codice 440 e criptonimo di copertura “Cam”, inizia l’attività di spia e informatore, che eserciterà tra Cormòns, Gorizia e Trieste allo scopo di scovare e controllare persone sospettate di attività contrarie al regime fascista.
Per la sua attività, Carlo si trasferisce a Gorizia, in via Petrarca, in affitto al primo piano del numero tre, di fronte ai giardini pubblici. Viaggia molto, in treno e in corriera, e ha così modo di sondare i discorsi delle persone con cui viene in contatto. La sua zona di operazioni comprende la cittadina di Cormòns, Gorizia e i borghi sloveni dei dintorni, ma si spinge anche a Monfalcone e Trieste. Adeguatamente finanziato dai fondi segreti dell’Ovra, si avvale di alcuni collaboratori, come lo sloveno Vittorio Simsič da cui riceveva informazioni sugli ambienti proletari allogeni e un certo monsignor Maghet, ex cappellano della marina militare austriaca, abituale frequentatore dell’aristocrazia di Gorizia e di Cormòns, in gran parte filo-austriaca, perciò invisa al regime.
Si spiega così il mistero che fino ad ora aleggiava sull’esistenza di Carlo Hakim de Medici, informatore dell’Ovra di cui non si doveva sapere nulla. L’avrà certamente fatto per sollevare le sue disgraziate finanze, visto che come confidente fidato e affidabile, capace di muoversi in un ambienti che conosceva bene e dai quali era riconosciuto come stimato scrittore e artista, poteva contare sull’appannaggio di diverse migliaia di lire, ma non gli sarà stato estraneo il sentimento irredentista e anti-slavo che pervadeva certa società triestina e giuliana d’inizio Novecento, sfociato poi in maniera quasi del tutto naturale in quel “fascismo di confine” precocemente nato nei territori della nascente Venezia Giulia.
Di fatto, i documenti emersi dalle ricerche di Mauro Canali delineano la figura certamente non limpida di un informatore che, agendo nell’ombra e con buona dose di doppiezza, individua, relaziona, denuncia e fa arrestare dalla polizia chi in maniera diversa mostra di non approvare il regime fascista. Si dedicava principalmente all’individuazione e al controllo di nuclei sovversivi tra le componenti comuniste e slovene, ma controllava anche personaggi sloveni influenti, come gli ex deputati don Virgil Šček e l’avvocato Karel Podgornik, confinato a Macerata nel 1941.
Le sue molte informative riguardavano principalmente militanti comunisti italiani e sloveni del Goriziano, che in alcuni casi fotografava. Contribuì all’arresto e all’incriminazione di diversi gruppi giovanili di resistenza a Cormons e nell’immediato circondario goriziano, molti dei quali finirono davanti al Tribunale speciale del fascismo. Riceveva indicazioni sul suo operato dal commissario Luigi De Michele, funzionario dell’Ovra di stanza a Fiume, che incontrava a Gorizia. Quando occorreva, si recava a Roma dalle autorità centrali di polizia.
Nei giorni dell’entrata in guerra dell’Italia non manca di segnare lo scarso entusiasmo della cittadinanza. In una corrispondenza del 14 giugno 1940 informa che le dichiarazioni del Duce non avevano sollevato, «fra la gente di Gorizia, l’entusiasmo patriottico che si poteva sperare, anzi». La nomea di scrittore (pubblica nel 1936 “La papessa Johanna” e “Aquileia seconda Roma”) gli consente di entrare in contatto con diversi ambienti. Frequenta intellettuali e artisti triestini e goriziani, come il futurista Sofronio Pocarini a cui dedica un suo libro. Sceglie come base il lussuoso Caffè Garibaldi, lungo il Corso principale, ritrovo dell’intellighenzia goriziana, da dove scrive a mano, con bella e rotonda scrittura, le informative che manda a Roma. Oltre 1880, una ogni due giorni, dal 1931 al 1941.
A Gorizia dava lezioni di disegno alla figlia dei padroni di casa di via Petrarca, nel grande appartamento al primo piano, mentre nel cortile interno un magazzino al pianoterra fungeva da studio. Proprio lì doveva aver iniziato a scolpire la lapide per la tomba di un ricco ebreo triestino, certo Bruno Baar, lasciata incompiuta quando, alla fine del 1941, deve riparare a Milano, probabilmente per il timore di essere scoperto e di fare una brutta fine, stante la recrudescenza in città della resistenza slovena, accresciuta dopo l’occupazione della Jugoslavia.
Con la fine della guerra termina la carriera di spia di Carlo de Medici, infine domiciliato a Como, da dove mantiene contatti epistolari con alcuni amici locali, tra cui il triestino Edgardo Loy, amico d’infanzia. In alcune lettere all’amico tra il 1944 e il ’49, non fa alcun cenno all’attività passata, ma offre molti spunti sul suo stato d’animo e sulle sue residue velleità letterarie.
Non tornerà più sui luoghi in cui aveva operato, stante la mutata situazione internazionale e locale, con Gorizia tagliata in due dal confine con la Jugoslavia e Trieste sotto il governo alleato, ma aderisce, a distanza, alla ricostituita Lega Nazionale, sciolta durante il periodo fascista e “rinata” nel dopoguerra.
Nelle lettere all’amico Loy, oltre a lamentarsi del precario stato economico in cui si trova a vivere, denuncia con asprezza la divisione delle terre per lui irrinunciabilmente italiane. Si scaglia violentemente contro gli “occupatori slavi” del maggio-giugno 1945, accusati di voler accaparrarsi definitivamente Trieste e l’Istria. Il suo odio maggiore è però volto a chi, in Italia, pareva giustificare i trattati internazionali e incolpare di bieco nazionalismo chi voleva, al contrario, il ritorno dell’Italia. Contro certa opinione pubblica italiana, che sembrava non considerare le istanze nazionaliste locali, visto che la guerra era stata persa e che un prezzo si doveva pagare, ha parole di forte sdegno. Recrimina il fatto che, storicamente, l’irredentismo giuliano, di cui si sente parte, negli anni del fascismo non sia mai stato considerato, in favore di una immigrazione italiana che ha spolpato le risorse locali. Sono le teorie dell’autonomismo triestino, condito con un represso e inascoltato amor di patria. Soli contro tutti, i nazionalisti locali dovrebbero reagire in massa. Sogna addirittura un ritorno con il cannone e la mitraglia in Istria e in tutti i luoghi ora affidati alla Jugoslavia del maresciallo Tito. Infine, si definisce un “non fascista”, di non esserlo mai stato, e di aver agito solo in favore delle sue terre, di quella Venezia Giulia italiana in cui solo si riconosce. Stupefacente. Quanta doppiezza, da parte dello scrittore spia, dell’esteta moderno epicureo, come si definisce in un suo scritto. All’uomo ormai sconfitto dalla storia, percorso da demoni assai più presenti di quelli da lui stesso fermati sulla carta, non resta altro che riprendere gli antichi progetti, vagheggiare la ristampa dei sui scritti, l’impossibile opera omnia puntigliosamente tratteggiata nell’ultima lettera all’amico, assieme al progetto di un’enciclopedia letteraria di quattromila pagine su luoghi e paesaggi friulani che non farà a tempo di ultimare. Morirà pochi anni dopo, nel 1956, e sarà sepolto nel cimitero di Como.
Articolo originale in Italiano.