AMORI SUL CONFINE
di ALDO RUPEL
Il gallo Gizdalin era diventato un vero splendore. Sul Rafut dominava il cortile in modo sovrano, ma gli ormoni gli giocavano brutti scherzi e litigava per le galline anche nel cortile del vicino. Le piume volavano ovunque. Era fantastico. Aveva quasi dimenticato come, dopo la sua nascita, scoppiettasse e sibilasse attorno alle orecchie, finché non erano passati dei giovani con una canzone sulle labbra: «Chi sono mai questi giovani ragazzi che marciano attraverso il paese?» Ma perché infastidiscono la gente, se non sanno nemmeno che Gorizia è una città? E quelli, ancora più perentori: «Che cos’è questa giovane armata che marcia ora attraverso il paese?» Come facevano a vincere i combattimenti, se non sapevano a quale esercito appartenessero?
Dietro di loro, oltre la fattoria, verso il centro della città arrivavano folle di persone. Non agitavano più di tanto Gizdalin, perché era ancora un pulcino e degli spintoni dei bipedi per le strade non gli importava nulla. Tutte quelle urla sul fatto che Gorizia appartenesse alla Zona A o alla Zona B non lo riguardavano. Per lui era lo stesso: dappertutto i galli cantavano e le galline chiocciavano. Dopo due anni il trambusto si ripeté. Imparò la parola diktat, usata sia dai nostri che dai loro. In autunno, uomini in uniforme con vari distintivi passarono davanti alla fattoria senza sparare. Si aggiravano attorno alle case, osservavano, prendevano misure, indicavano con il dito la ferrovia Transalpina e verso l’Isonzo. Tra di loro non c’erano solo ragazzi con le stelle rosse. Molti usavano parole sconosciute e in mezzo c’era un uomo di colore, nero come la notte.
Con la calce tracciarono una linea bianca sul muro dietro la stalla. Alcuni sapientoni stesero anche del filo spinato. Nacque così la linea di demarcazione. La concimaia rimase dall’altra parte. I ragazzini di casa non potevano più andare a far pipì lì e il padrone non poteva più portare via il letame con la carriola per metterlo nel grande mucchio che si accumulava sotto la finestrella della stalla. La stalla dal lato jugoslavo, la concimaia da quello italiano. Il letame della stalla volava da Est a Ovest con la speranza che col tempo qualcosa cambiasse. E invece no! I vicini dormivano persino in uno Stato e andavano alla latrina “a secco” nell’altro.
Per Gizdalin nacque un grave problema. Era rimasto senza l’harem del vicino e si mise a riflettere: “Se il letame vola attraverso la finestrella dall’altra parte, ci proverò anch’io.” Fu così che, spinto dalla brama d’amore, attraversava illegalmente la linea bianca; una volta accadde che la finestra venne chiusa a causa di un temporale pomeridiano. Quasi quasi voleva chiedere asilo, pur di dormire da qualche parte al riparo, ma non voleva danneggiare la rivoluzione: i giornali reazionari goriziani avrebbero di certo scritto che nemmeno il pollame resisteva nel comunismo! Il suo prestigio tra le galline aumentò, ma con il tempo, a causa dello stress, il suo testosterone calò. La colpa era dei bipedi!
Il gallo non fu l’unico sfortunato a cui la linea di demarcazione privò i piaceri della vita. Una mattina da Medana — passando per Ceglo, Jazbine, Hum, Sovenco, Ščedno, Oslavia, Koštabona, oltre l’Isonzo e la piana di Solcano — giunse una notizia chiocciante sul Maiale Basec. Il proprietario Lojze, al momento della delimitazione del confine, lo aveva tirato con sé con una corda verso Subida e Cormons, insieme a due mucche, un carro con i buoi e la famiglia, dopo aver deciso di optare per l’Italia. In due giorni aveva trasportato parti dei mobili e delle attrezzature a Ovest, poiché lo avevano convinto che il sistema delle “COOPERATIVE” (ZADRUGE) significasse letteralmente lavorare “PER GLI ALTRI” (ZA DRUGE). Quando nel tardo pomeriggio si fermò a Čemajna per andare ad annaffiare un cespuglio a bordo strada, il Maiale Basec approfittò dell’occasione e tirò la corda con cui era legato al carro. Con un grugnito a mezza voce se la diede a gambe oltre il fosso stradale e poi, sfiancato, in mezzo al mais. Sentiva l’attrazione verso l’alto, verso il paradiso del Collio, orchestrato da qualche settimana attorno a una pozzanghera insieme alla Maiala Klobasica, che lo guardava con fascino con i suoi occhietti bordati di rosa mentre grufolava con il grugno nella terra, e si giuravano amore eterno. Quando durante la fuga arrivò alla fine del campo, il padrone Lojze non riuscì più a raggiungerlo fin laggiù verso il paese. Il caporale dei granatieri di guardia, originario della Lika, puntò contro Lojze lo fucile che lo accompagnava fin dalla battaglia di Knin; questi infatti, al far della sera, come se niente fosse, aveva attraversato il confine internazionale. La guardia aggiunse uno slogan che in pubblico avremmo sentito soltanto sette anni più tardi: “Non vogliamo ciò che è d’altri, non diamo ciò che è nostro. Il capitalismo è vostro, il maiale è nostro.” Il soldato salvò la storia d’amore.
Una complicazione simile Gorizia la conobbe nei pressi della Stazione Nord. Il filo spinato e più tardi la rete metallica avevano tagliato il sentiero che univa due cuori miagolanti. Il gattone Baffon di via del Santo Monte e la gatta Fuca di Blanče nei mesi primaverili piantavano un casino dell’inferno prima di cadere l’uno nelle braccia dell’altra. La commissione internazionale, con la delimitazione del confine, avrebbe dovuto stroncare il trambusto felino. E invece iniziò un miagolio straziante. Il gattone Baffon cercava una soluzione, ma in quel tratto ogni notte pattugliava la guardia di frontiera Brane con il lupo Korenjak, che durante la guerra si era addestrato nella scuola di partito di Cerknica. Al corso su “come si tempra la dentatura” in venti secondi aveva sbranato uno stivale da paracadutista tedesco. Durante un tentativo di attraversamento attese in imboscata il gattone Baffon. A nulla servì che questi portasse attorno al collo un nastrino rosso. Il padrone Baldo glielo aveva ritagliato da un fazzoletto garibaldino per dare sui nervi al vicino Benito dall’altra parte della strada, dato che al colore rosso era sensibile come un toro andaluso. Il lupo Korenjak si scagliò sul gattone Baffon come quando nella Val Bača caricava i bunker quando qualche anno prima facevano saltare la ferrovia, ricevendo in premio un osso succoso. I peli volarono da tutte le parti, ma il gattone Baffon si portò a casa la pelle. La gatta Fuca poi, notte dopo notte, insisteva e miagolava da dietro la stella rossa e la scritta COSTRUIAMO IL SOCIALISMO. Come eco riceveva l’invidioso ululato del gattone, mentre i passeri in stormi sfacciati, come gruppi di monelli, svolazzavano ora di qua ora di là attraversando liberamente la rete e persino posandovisi sopra durante la ricerca di accoppiamenti frenetici.
Peggio andò con la malinconia che assaliva il lupo Korenjak nelle ore notturne durante il turno di guardia con Brane sulla loro “guardia della morte”. Non capiva esattamente cosa gli stesse succedendo: non lo opprimeva il solito desiderio di unirsi ai cugini lupi nelle profondità dei boschi sugli altipiani boscosi. A stento infatti aspettava che dalla vicina città, nel silenzio notturno, percepisse un abbaio particolare. Era vellutato e invitante, morbido e avvolgente. Con lo sguardo e l’olfatto rimaneva in “servizio di guardia”, ma drizzava le orecchie verso il lontano cortile cittadino. E se per una volta avesse seguito il gattone Baffon fino alla “sua” cuccia da cani? Se avesse cercato di fermarlo lungo la strada qualche “figlio di cane” o un guardiano notturno in bicicletta, lui, guerriero temprato, li avrebbe tritati come qualche anno dopo avrebbe fatto nei film il vendicativo Rambo. Pensò a come le trote dell’Isonzo durante la frega sopra la foce del Peumeno attraversavano liberamente nell’acqua un confine che di fatto non esisteva.
Grazie a numerosi animali la barriera di demarcazione era bucherellata come l’Emmental. Le persone si riappropriavano dei fenomeni descritti con lasciapassare, permessi per bipropietari, camminate, pedalate, canottaggio e, davanti alla Stazione Nord, con la pallavolo.
P.S.: La cattiveria umana inventò per gli animali ancora un altro ostacolo. Gli uomini in uniforme di entrambe le parti, anche da civili, non potevano uscire dalla propria pelle. Durante gli auguri di Capodanno con lo spumante trovarono il modo di aggirare il problema che ostacolava la loro malata passione venatoria. Quando organizzavano le battute di caccia lungo la zona di confine ricoperta di vegetazione, le lepri e i fagiani scappavano oltre la linea sul territorio straniero. Non potevano accoppiarsi liberamente e “oltre confine”, poiché in certi giorni era mortalmente pericoloso. Sarebbe nata una tensione internazionale se un solo sparo fosse finito “di là”. Questo causava loro una vera ossessione. Perciò si accordarono di muoversi contemporaneamente con le loro “cerbottane” lungo i propri percorsi di guardia paralleli. Avrebbero inseguito e sparato alla selvaggina sempre dal “proprio lato”, senza che i pallini di piombo finissero all’estero.
Con il tempo la selvaggina trovò una soluzione anche per questo inganno…
Prvotni jezik tega članka je slovenščina.