QUANDO LA MANCANZA DIVENTA AMORE

QUANDO LA MANCANZA DIVENTA AMORE

di KATJA CANALAZ


Preoccuparsi significa prendersi cura di ciò che manca all’altro. Qui possiamo riflettere su una delle formule più acute che Lacan ha fornito per definire l’amore. L’amore consisterebbe nel dare all’altro ciò che non si possiede. Amare significa dare ciò che non si ha. (…) Donare la mancanza nell’amore significa proprio questo: dare la sensazione che la presenza dell’altro sia ciò che risveglia in me la sua mancanza. Quando diciamo “ti amo”, stiamo comunicando a qualcun altro che la nostra vita, senza questo amore, è una vita a cui manca qualcosa, e che questo amore genera mancanza. Il dono più grande che un innamorato possa fare a chi ama è regalargli la mancanza di chi lo ama. È come dire: “Mi manchi” – questa è la parola fondamentale dell’amore.»

Quando ho sentito per la prima volta queste parole e la definizione dell’amore di Lacan, presentata dallo psicoanalista ed saggista italiano Massimo Recalcati nel programma televisivo Lessico Amoroso (RAI, 2019), un ricordo si è subito delineato nella mia mente.

Ho trascorso i miei anni d’infanzia nelle Valli del Natisone, per la precisione nella Valle del Alberone (Rečanska dolina), in un piccolo paesino che non aveva altro che le sue case e i suoi abitanti. Nessun negozio, nessuna osteria… Trascorrevamo il tempo giocando per le strade del paese, dalla vicina che ci offriva qualche caramella o gelato d’estate, andando in bicicletta fino al fiume, giocando con i bottoni che una donna del paese custodiva con cura in una scatola di latta. Ogni tanto ci sgridavano, e allora correvamo lontano a nasconderci. Giorni d’infanzia semplici, che mi hanno formata e con cui la Benecija (Slavia Friulana) si è radicata profondamente dentro di me.

Poi con la mia famiglia mi sono trasferita a Udine, ma lì avevo solo la residenza ufficiale; lì andavo a dormire e mi svegliavo. La mia vita, invece, continuava e si svolgeva senza dubbio nella Benecija: prima per via della Scuola Bilingue, a Cividale per le attività sportive, poi a Gorizia, a Lubiana e infine a Capodistria, prima del mio ritorno nella natia Benecija.

Ho menzionato un ricordo che mi è tornato alla mente quel giorno ascoltando le parole di Recalcati. Crescendo, ricordo bene che durante i viaggi in macchina con mia madre amavamo ascoltare i CD, perché sì, all’epoca non era ancora possibile collegare una chiavetta USB, per non parlare del telefono o delle odierne piattaforme musicali online.

Nel 2007 fu pubblicato il CD Kekko Bergnach Unplugged, in cui il gruppo musicale Beneške Korenine, con l’aiuto della sede RAI in lingua slovena, incise le canzoni più amate del musicista natisoniano più popolare, Kekko Bergnach. Dopo la sua morte pubblicarono questo CD e, tra le varie canzoni, il brano Vsaka vičer (Ogni sera) mi commuove sempre profondamente, quasi come se ogni volta mi trafiggesse il cuore.

Pa tudi ti ne pozabi,
(E anche tu non dimenticare,)

De v ti dolini si se rodiu,
(Che in questa valle sei nato,)

De še vse rože bojo jokale,
(Che persino tutti i fiori piangeranno,)

 

Če ti pa zdaj jih Zapustiš.
(Se tu adesso li abbandoni.)

Ne pozabi na tvoje navade,
(Non dimenticare le tue abitudini,)

Ne pozabi na tvoj jezik,
(Non dimenticare la tua lingua,)

Ne pozabi na smrieke zelene,
(Non dimenticare gli abeti verdi,)

Tud na slaviča opunoči.
(E neanche l’usignolo a mezzanotte.)

(Vsako vičer, Kekko Bergnach)

Era ed è tuttora tra i CD più amati.

Torniamo al ricordo. Quando presi la patente, la mia casa era a Udine, ma vivevo a Lubiana. Quando tornavo a casa, amavo salire in macchina e guidare fino alla mia Benecija, fino alla mia Valle del Alberone. Non andavo a trovare nessuno, guidavo solo verso la valle e lungo di essa. E, naturalmente, il CD girava nell’autoradio.

Perché? Solo per non dimenticare che ero nata in quella valle. Per notare come le cose fossero cambiate durante la mia assenza, come le stagioni avessero colorato le case e i boschi. Sentivo dentro di me un grande dolore, perché sapevo che non potevo restare lì.

E se oggi ripenso a quei viaggi in macchina, sentivo quanto mi mancavano le mie valli, la mia terra natia, i vicini, i bambini, gli anziani, i momenti in cui qualcuno ti fermava per strada e ti chiedeva: «Di chi sei figlia?» (Čigava si?), i pomeriggi al fiume, il ritmo della vita così puramente umano… Mi mancava tutto questo, perché era ed è parte di me. Ed è proprio in questa mancanza che ho avvertito quella stessa contrazione del corpo che si può provare alla fine o nelle difficoltà di una relazione di coppia, o nella concezione più semplice dell’amore. Convivevo con tutto questo, ma sapevo che sarei ritornata, e così ho fatto.

La Benecija agli occhi della maggioranza è un luogo abbandonato, e spesso dagli osservatori esterni viene eccessivamente romanticizzata.

Spesso, quando ricevevo visite da amici, le domande ricorrenti erano: «Mamma mia, ma come fate a guidare su queste strade così strette? Quanto tempo ci mettete per arrivare al primo negozio? Non ti senti sola qui, in questo luogo così silenzioso?»

All’inizio vivevo queste domande quasi come un’offesa. In realtà le loro domande erano del tutto legittime, poiché nel paese ci sono solo case e i servizi primari sono lontani; sei circondato da un bosco trascurato, dove le strade sono strette e vi cadono sassi e alberi, dove la connessione telefonica e internet dipende spesso dal tempo, dove le case attorno alla tua sono chiuse e abbandonate, dove magari nell’arco della giornata non incontri nessuno in paese, dove non hai un garage davanti a casa…

Sono nata in questo ambiente e questo ambiente mi ha formata per la vita. Mi ha educata al rispetto e al dialogo con le persone; il silenzio del paese mi ha educata all’ascolto e alla comprensione di me stessa, all’ascolto delle storie degli anziani, che erano allo stesso tempo le storie di tutti noi. Mi ha educata anche a capire il tempo, ossia a come gestire il tempo in modo corretto e di qualità.

E sì, forse il mio primo amore è proprio la Benecija: la terra natisoniana, le melodie e gli accenti del nostro dialetto sloveno, la voce degli anziani che oggi non risuona più per il paese, i loro volti solcati da rughe che testimoniavano una vita piena di sorrisi e di sacrifici, il vento che spazza via le foglie e i prati che di anno in anno scompaiono.

Probabilmente la Benecija non ha davanti a sé un futuro dorato, ma so per certo che senza di essa io non esisterei e non sarei la donna che sono oggi.



Prvotni jezik tega članka je slovenščina.