L’AMORE CHE UNISCE

L’AMORE CHE UNISCE

piše KARLO NANUT

Lungo il confine che un tempo separava due mondi, oggi sorgono due città che imparano sempre più a parlare la stessa lingua: la lingua della prossimità.

Gorizia e Nova Gorica non sono soltanto due città sul confine. Sono due metà di una storia che la storia ha diviso violentemente, ma che le persone oggi stanno lentamente e con costanza ricostruendo, anche se questo percorso richiederà parecchio tempo e un notevole impegno. Dietro di loro non c’è più la cortina di ferro, non c’è più quel confine che un tempo stabiliva dove potevi e non potevi mettere piede. Ma la storia è rimasta. È visibile nelle strade, nelle piazze, nell’architettura, nei ricordi delle generazioni più anziane e anche nella lingua. Tuttavia, è proprio la storia che un tempo ha creato la distanza a dare oggi al loro avvicinamento un valore speciale. Gorizia e Nova Gorica sono insolitamente vicine; si può attraversare il confine in pochi minuti e passare in modo quasi impercettibile da una città all’altra. Ma più importante della distanza in chilometri è ciò che negli ultimi anni è accaduto nella testa delle persone: il confine non è più prima di tutto una linea sulla carta geografica, sta diventando un ricordo. L’amore tra le due città non è un amore senza ferite, è un amore nato da una storia dolorosa e che per questo sa bene quanto siano preziosi l’incontro e la collaborazione. Soprattutto per le generazioni più giovani, il confine non rappresenta più un muro, ma sempre più uno spazio di incontro. Oggi gli abitanti delle due città si muovono liberamente e vanno “di là” per un caffè, per pranzo, per fare acquisti, per una passeggiata, per eventi culturali o semplicemente per stare insieme. I giovani crescono con un senso del confine diverso da quello dei loro genitori e nonni. Sta proprio in questo, forse, la bellezza delle due città: il loro futuro non si costruisce solo con grandi progetti politici e programmi europei, ma con i gesti quotidiani: partecipando a un evento comune, stringendo amicizie, salutandosi in entrambe le lingue. Più volte noto che esistono dubbi e incertezze su cosa rappresenti il bilinguismo. Il bilinguismo lungo il confine non consiste nella perfetta padronanza di entrambe le lingue da parte di entrambi i popoli. Si tratta di un bilinguismo “passivo”, in cui ciascuno dovrebbe parlare nella propria lingua madre, ma ascoltare e comprendere l’interlocutore nell’altra lingua. Tuttavia credo che qui ci siano ancora degli ostacoli. Non vorrei che dietro la resistenza e il dubbio verso la lingua del vicino si nascondesse qualcos’altro. Alcuni italiani vedono forse nello sloveno la “lingua dei barbari” (come si esprimeva Benito Mussolini), mentre alcuni sloveni vedono nell’italiano la lingua del colonizzatore. Gorizia e Nova Gorica potrebbero diventare l’esempio dell’Europa che desideriamo: un’Europa in cui la storia non viene cancellata, ma superata; un’Europa in cui le diverse lingue non significano estraneità e nemmeno più una ferita, bensì il ricordo di un tempo in cui la libertà era meno scontata. «L’amore non si vanta, non ha bisogno di grandi parole, non pensa il male, non si rallegra dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità», si legge nella Sacra Scrittura. L’amore vive negli incontri quotidiani per le strade, nelle piazze e nei caffè. Vive nel bilinguismo, nei progetti comuni e nei giovani, nello spirito e nel corpo, che pensano sempre meno a quale lato del confine si trovino. Tra i libri che ho letto quest’estate c’è anche l’opera del famoso scrittore austriaco Robert Musil Der Mann ohne Eigenschaften (L’uomo senza qualità), che mi ha dato l’ispirazione per un articolo in cui vedo un legame tra il romanzo e il significato delle due città, Gorizia e Nova Gorica, Capitale europea della cultura. Nel romanzo di Musil, che rappresenta una sintesi e la realizzazione dell’utopia della scrittura saggistica, il mondo — che era innanzitutto il mondo asburgico — è crollato a causa della propria incompresa genialità. Al centro del romanzo c’è la Parallelaktion (“Azione Parallela”), una sorta di nostro GECT GO, in cui nel 1913 i cerchi politici di Vienna cercano un’idea guida, preparano ogni sorta di progetto e pianificano attività per l’anniversario dell’imperatore nel 1918. L’Azione Parallela avrebbe dovuto svolgersi secondo quattro temi: la glorificazione della pace, lo Stato austro-ungarico come monarchia multinazionale, la monarchia como potenza economica e la monarchia come potenza culturale. Avevano pianificato il 1918 come l’anno dell’armonia di questi quattro principi. Musil svela con ironia tutta l’assurdità di questo progetto. Tutti i loro sforzi si riveleranno vani, poiché con la guerra l’Austria-Ungheria, che Musil nel romanzo chiama Kakania, crollerà. Speriamo che anche i nostri sforzi per l’unificazione di Gorizia e Nova Gorica non si rivelino vani e che non dovremo esprimerci come Musil: «In realtà non abbiamo vissuto nulla, non siamo cambiati affatto, abbiamo visto molto, ma non abbiamo notato nulla.» In queste righe di Musil è sorprente la constatazione che nulla di essenziale sia cambiato, e ciò nonostante i grandi sconvolgimenti geopolitici portati dal conflitto. Nella prima guerra mondiale i soldati tornavano dalle zone di guerra muti, incapaci di unire le esperienze frammentate in una visione chiara. La catastrofe della guerra non aveva insegnato loro nulla.

 

 



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