IERI LA MILANO DA BERE, OGGI LA MILANO URBANISTICA. E A GORIZIA COM’È ANDATA IERI? E OGGI COME VA?
di DIEGO KUZMIN
Ha tenuto banco quest’estate sulle cronache nazionali la vicenda dei grattacieli della “Milano urbanistica”, con la partecipazione di politici amministratori imprenditori e professionisti inquisiti, ma che ha colpito soprattutto per l’alto numero dei tanti architetti in vario modo coinvolti, oltre quaranta, con tra le più prestigiose firme della capitale lombarda come quella di Stefano Boeri, l’archistar cui si deve l’invenzione del “bosco verticale”. Una vicenda che inevitabilmente ricorda quella della “Milano da bere” dell’epoca craxiana degli anni 80 del 900, sfociata nella saga di “Mani pulite” che ha scoperchiato il vaso di Pandora di quel fenomeno poi storicamente noto come “Tangentopoli”, con le tante e diverse vicende conseguenti, che hanno determinato la fine di quella Politica che era nata dalla Resistenza e che si era sviluppata nel corso del dopoguerra.
Tutto ebbe inizio a Milano, il 17 febbraio 1992, quando l’ingegner Mario Chiesa, socialista e presidente del Pio Albergo Trivulzio fondato per anziani e meno abbienti, venne colto sul fatto dai Carabinieri di Di Pietro mentre tentava di smaltire 37 milioni di lire, frutto di tangenti sugli appalti, buttando le banconote nel water, cosa sconsigliata da qualsiasi idraulico perché sarebbero state ritrovate subito nel pozzetto d’ispezione. In un primo momento l’evento fu definito da Craxi opera di un “mariuolo isolato”, una scheggia impazzita all’interno dell’altrimenti integro Partito socialista, ma in breve il fenomeno dilaga in tutta Italia coinvolgendo politici ed amministratori, in particolare socialisti e democristiani, con immune il Partito comunista che all’epoca fruiva di altri finanziamenti. Ma per le procure italiane era ormai quasi un’equazione matematica: un amministratore democristiano o socialista, che si occupasse di appalti, non poteva non essere al contempo tangentista.
Un’equazione che prese piede anche a Gorizia, specialmente dopo che il procuratore di Pordenone, Raffaele Tito, aveva rintracciato nel 1993 una tangente collegata coi lavori dell’Autoporto di Sant’Andrea, opera dello Stato, versata dall’Impresa appaltatrice all’onorevole democristiano pordenonese Agrusti, per il tramite del Direttore dei lavori l’ingegner Gelserino Graziato, goriziano e pure lui democristiano. In quel momento a Gorizia l’Amministrazione era di centro-sinistra, con sindaco il democristiano Antonio Scarano e vicesindaco il socialista Mario Del Ben, il quale con la delega ai lavori pubblici e all’urbanistica teneva teoricamente “le mani sulla città”, con l’equazione: socialisti + opere = tangenti, che prende consistenza quando le Coop decidono di costruire un supermercato in via Lungo Isonzo, affidando per di più il progetto a un architetto socialista, Bruno Brunello, del quale era peraltro nota l’annosa amicizia con il vicesindaco e compagno di partito. Non poteva non esserci qualcosa di strano. Parte l’indagine, vengono interrogate una sessantina di persone, politici tecnici e funzionari, e in particolare tutti i dipendenti comunali che avevano partecipato alle pratiche che riguardavano la Concessione edilizia, le varie Convenzioni urbanistiche e Licenza commerciale relativa il nuovo supermercato della Coop, che peraltro non faceva parte della Lega delle Cooperative e Mutue, la Legacoop di sinistra, trattandosi invece delle Cooperative Operaie di Trieste Istria e Friuli, di area democristiana. Che peraltro in analogo modo e solo una decina d’anni fa, con varianti urbanistiche e concessioni edilizie hanno realizzato con fin troppo favore da parte del Comune un nuovo supermercato in via Boccaccio, al posto del punto vendita sul Corso Verdi, troncando così ogni iniziativa capace di risollevare l’andamento del Mercato coperto coi banchetti tutti pieni di vecchie fotografie di com’eravamo, ma desolatamente vuoti di verdura e ortaggi.
L’usanza a Milano era che quando l’interrogatorio non soddisfaceva le aspettative dell’inchiesta, ai testimoni ritenuti perciò complici venisse consegnato l’avviso di garanzia che arrivava immediatamente alla stampa, scatenando quella gogna mediatica che anche a Gorizia ha distrutto una classe politica e la vita di molte persone che sempre avevano lavorato onestamente per il progresso della città, con spirito ancora quasi asburgico, mai pensando di trovarsi coinvolti in simili faccende. I reati contestati erano tantissimi, anche una trentina ciascuno, personalizzati sull’indagato in relazione alla sua attività professionale. Nell’indagine, a seguito dell’accaduto con Graziato e Agrusti fu scoperto anche come fossero stati imputati alla contabilità dell’Autoporto di Sant’Andrea, con false fatturazioni alcune opere minori per conto del Comune, cosiddetti “lavoretti”, cioè la pitturazione delle aule dell’asilo di viale Virgilio, il parcheggio a lato sx della porta Leopoldina e alcune manutenzioni allo stadio della Campagnuzza.
Nel corso dei molti processi la gran parte degli imputati fu prosciolta, alla spicciolata per non aver commesso alcunché, per qualcuno giunse la prescrizione ma, nella convinzione della buona fede dell’operato, l’ex vicesindaco Del Bel e l’ex collega di giunta Salvatore Colella fecero ricorso al processo d’appello venendo entrambi assolti nel 2008 con formula piena. Dopo 16 anni! Una durata spropositata per una vicenda finita in nulla: “in quegli anni sono stato coinvolto anche in altri tre processi [i lavoretti] e ne sono sempre uscito assolto -ricordava Del Ben su Il Piccolo del 21.12.2008-: volevo che la mia correttezza fosse riconosciuta pure in questo caso, era una questione di principio”, ricordando il particolare accanimento nei suoi riguardi ma anche che “la lunghezza dei procedimenti giudiziari in Italia è qualcosa di straordinariamente disumano. Distrugge le persone”.
Per quanto riguarda la durata dei processi, oggi siamo messi anche peggio e per capire cos’è successo e succeda a Milano ci vorranno un bel po’ d’anni, mentre nel frattempo sono cambiate le condizioni nei comuni. Con il varo delle diverse leggi di riforma degli Enti locali, ispirate dal ministro per la funzione pubblica Franco Bassanini, ex socialista, si è cercato di rimuovere le occasioni tangentizie ai politici amministratori, possibili in quanto da assessori erano di fatto pure i dirigenti del settore di competenza. Del Ben era stato infatti rinviato a giudizio perché sua era la responsabilità della firma su ogni atto emanato dal suo settore Urbanistica e Lavori Pubblici, del quale sovrintendeva peraltro su ogni cosa in arrivo, richiesta lettera o lamentela, che leggeva personalmente e poi smistava per l’istruttoria all’ufficio competente. Presiedeva le gare d’appalto e la Commissione edilizia, che nella Gorizia odierna che non vuole lacciuoli è stata soppressa un paio d’anni fa. Con la Bassanini venne decuplicato lo stipendio dei sindaci e quello degli assessori che era la metà, con il milione e mezzo di lire di Scarano (750 mila Del Ben) che diventa 15 milioni con Valenti e 7500 euro con Romoli, ma che oggi pare sia di circa 9500 euro lordi siamo o non siamo una regione autonoma a statuto speciale, con competenza diretta sugli enti locali e l’indennità degli amministratori?
Nel contempo pure qualsiasi responsabilità gestionale, prima per l’appunto in capo all’amministratore politico come succede ancora oggi in Slovenia e a Nova Gorica, viene tolta per essere affidata ai dirigenti che diventano gli unici responsabili di ogni procedimento (Rup di gare, appalti, convenzioni, atti amministrativi, ecc.) secondo gli indirizzi pratici e politici forniti dalla amministrazione all’inizio dell’anno, con relativo giudizio e pagella alla fine. Diversamente dall’assessore Del Ben, che nella relazione personale con i tecnici approfondiva ogni questione fosse tecnica o giuridica, i nuovi amministratori post Bassanini non hanno idea delle tematiche loro affidate né tantomeno conoscono le complicatissime normative che si sono susseguite in edilizia, dalla “Merloni” in poi, leggi da 200 pagine ciascuna con il brutto vizio di farsi modificare radicalmente con cadenza annuale con una nuova versione di altre 200 pagine. Ignoto della materia, l’organo politico fornisce spesso indirizzi che si rivelano impraticabili per le tante norme da seguire. Diversamente da prima repubblica infatti, con la Merloni i tempi per la realizzazione di un’opera pubblica si sono dilatati un bel po’, passando dai 3 anni, tra progetto gara ed esecuzione dell’opera, a 5 anni solo aprire il cantiere. Tempi troppo lunghi rispetto il mandato del sindaco, che nel frattempo si era ridotto a quattro anni ancorché presto ricondotti a cinque, perché non si riusciva nemmeno a posare la prima pietra di un’opera che arrivava la nuova amministrazione avversa, la quale demoliva il programma com’è capitato a Gorizia con l’ascensore orizzontale nella galleria Bombi, stralciato per realizzare la via Rastello in porfido col segno dei binari del tram di una volta.
Bisogna sveltire i tempi. Ma come fare, se nulla si sa fare e nulla si conosce? Bisogna affidarsi ai dirigenti tecnici. Ma quelli di ruolo, da prima della legge Merloni, abituati a seguire le normative non sono così rapidi nella realizzazione e ad un certo punto sembra quasi remino contro la nave e il suo capitano: meglio levarseli di torno. S’instaura così la moda dei dirigenti a contratto, inaugurata da Riccardo Illy quand’era diventato presidente della Regione vent’anni fa, con la sua legge per il pensionamento anticipato a 58 anni dei dipendenti degli Enti locali, a mezzo stipendio, cosa difficile per l’impiegato da 1 milione al mese che ne avrebbe preso mezzo, ma senz’altro un buon incentivo per il dirigente scomodo che da 6 milioni passava a 3 per starsene a casa, togliendosi di mezzo i vecchi tecnici burocrati pur anche a caro prezzo per i contribuenti. Dopodiché i nuovi dirigenti, non solo tecnici, arrivano in tutta Italia a chiamata, con contratto legato al raggiungimento degli obiettivi e al mandato del sindaco nello stile dello Spoils System americano, che impone il raggiungere ad ogni costo l’obiettivo indicato dall’organo politico, sorvolando pure il rispetto le leggi urbanistiche come nell’esempio classico capitato a Milano, dove una semplice Scia sostituiva il Piano attuativo e la Variante urbanistica. Nella Bassanini c’era anche un contentino per il popolo, risposta o silenzio-assenso entro 30 giorni per qualsiasi richiesta, presto evaporata con una miriade di regolamenti locali, diversi per ogni struttura e ufficio, tantoché per una autorizzazione edilizia che prima in 30 giorni veniva rilasciata (previo sopralluogo e acquisizione di parere sanitario, urbanistico, stradale e quello della Commissione edilizia), qualche anno dopo con la Bassanini e senza sopralluoghi all’Edilizia privata di Gorizia con opportuno regolamento il termine era diventato 60 giorni, o anche 75 perché è meglio tenersi larghi. Del pullulare dei grattacieli che a Milano spuntavano d’improvviso nei cortili, se ne parlava da almeno un paio d’anni ed erano sempre gli stessi nomi di architetti che giravano in città, professionisti o dirigenti comunali, membri della Commissione paesaggistica che approvavano progetti delle stesse ditte palazzinare con le quali tenevano incompatibili rapporti professionali. Oppure incarichi dalla Amministrazione comunale, sempre per il tramite dei dirigenti ai quali era stata indicata la linea d’indirizzo politico-urbanistica per la quale con semplice Scia (segnalazione certificata d’inizio d’attività) si poteva procedere alla realizzazione di un condominio da trenta appartamenti, senza un piano attuativo per l’inserimento armonico del nuovo edificio nella città e senza il versamento dei costosi oneri di urbanizzazione dovuti alla città, affinché questa provveda alle opere necessarie per l’accoglimento dei nuovi insediamenti. A Milano non pare siano state riscontrate tangenti ma, oltre Stefano Boeri, gli oltre quaranta architetti implicati presentano tutti un fatturato con cifre notevoli per consulenze e incarichi dagli imprenditori o dall’amministrazione comunale, con regolare fattura e tasse incluse.
E a Gorizia cosa succede? Diversamente dalla capitale lombarda, grattacieli da noi non sono ancora pervenuti, ma anche qua e da un bel po’ d’anni nelle opere pubbliche girano sempre gli stessi nomi di due studi d’architettura, lo Stradivarie di Trieste e quello goriziano DDM, che con criteri progettuali intelligibili hanno cambiato il volto della città cancellando irrimediabilmente con grande leggerezza professionale parti materiali notevoli della memoria storica di Gorizia, quali la cancellata alla Transalpina sul confine con la Jugoslavia o i parapetti lignei di Max Fabiani in Borgo Castello e nel Mastio. Decine e decine di incarichi professionali, diretti perché sotto la soglia dei 150 mila euro prevista per velocizzare le opere pubbliche oltre la quale serve una gara che si porta via 3-4 mesi, non solo dal comune di Gorizia ma pure dall’ex Provincia, dall’Erpac, Gect e anche altri comuni dei dintorni, Mariano per il centro storico di Corona ma anche Udine nel Parco del Cormor, salvo due incarichi fiduciariamente affidati dal Rup del Verde pubblico per la fermata bus in corso Verdi e la vasca del Parco della Rimembranza, a un’architetta diversa, solo per caso sorella della sua dirigente ingegnera. Come mai, vien da chiedersi, gli incarichi delle opere pubbliche non sono mai stati affidati col criterio della rotazione? Eppure dovrebbe essere l’indirizzo politico per ogni amministrazione imparziale. Ma forse, e forse più semplicemente, all’organo politico non è mai venuta in mente che questa quisquilia penalizza senz’altro gli altri architetti, oltre 200 che operano nell’Isontino, che non si può credere non siano senz’altro altrettanto capaci.
Dall’epoca della legge Bassanini il referente politico ha pensato bene che sia meglio non immischiarsi in questioni che si possono diventare difficili, com’è capitato a Del Ben, rifilandole invece al Responsabile del Procedimento, che si arrangi pure lui come meglio crede, purché raggiunga il risultato. Impossibile imputare qualcosa al referente politico. La facoltà di architettura di Gorizia, finanziata peraltro dal Comune, licenzia 50 architetti all’anno, 500 architetti in dieci anni, con gran parte di questi che trova lavoro negli enti locali, magari dopo una tesi di laurea sostenuta con gli architetti di Stradivarie o DDM che insegnano la progettazione nella stessa facoltà. Inevitabile qualche segno di referenza riguardo il docente simpatico, ma la continua reiterazione degli incarichi agli stessi soggetti, senza gara o doverosa rotazione, pare senz’altro in contrasto con la direttiva europea della libera concorrenza, potendosi configurare in abuso. E poi, se il referente politico non è nemmeno in grado di concepire un risultato funzionale per la città per focalizzarsi invece sull’effimero, come l’ultima perla della costosissima galleria Bombi multimediale da 9 milioni, con bici e pedoni che non possono più sotto passare la collina del Castello, o anche i precedenti pupazzetti giganti di plastica colorata, milionari pure quelli, oppure le precedenti biciclette bianche costate 1 milione e sparite in breve tempo, quando ancora 1 milione sembrava una grande cifra. Che fine hanno fatto? Le ha prese qualcuno?
Che fine farà questa città dove girare con l’automobile è difficile per via della zona pedonale di corso Verdi, che si abbraccia coi sensi unici scoordinati da tutte le parti, ancorché il Comune sia dotato di un Ufficio del Traffico che con cadenza biennale dovrebbe aggiornare la viabilità cittadina, secondo le mutate esigenze minute e senza attendere un nuovo Piano del Traffico che solitamente ha lunghe scadenze? L’ansia di gigantismo cozza sulla funzionalità.
E ancora oggi è arduo comprendere come nella mente del sindaco Ziberna si sia infilata l’idea del senso unico in corso Italia. Senz’altro non farina del suo sacco, ancorché uno dei suoi primi provvedimenti sia stato proprio viabilistico, con la lodevole inversione dei sensi unici sulle laterali del Giardino pubblico. Qualcuno deve aver suggerito la ‘buona’ idea di sperimentare, anche solo parzialmente dato l’ostacolo dell’isola di corso Verdi, il concetto primario del Piano del Traffico del 1991 che vedeva una circonvallazione a senso unico con entrata a Gorizia per via Duca d’Aosta e uscita per corso Italia, come non potesse essercene una diversa, peraltro dimostrata, con uscita per via Leoni e il lungo Isonzo con il Corso indenne. Qualcuno che ha consigliato pure di fare le cose al contrario. Cioè appunto l’inversione del senso unico sul Corso, in ingresso invece che in uscita, in totale incoerenza peraltro rispetto la visione globale dei flussi prevista dagli ingegneri udinesi del Piano del Traffico primordiale, fondato comunque su una certa logica.
Pare che la cuoca di Lenin sia stata la fonte di molte delle sue riforme e così è inevitabile chiedersi chi sia il grande suggeritore di tutte queste strampalate idee che albergano nella mente di Ziberna, trasformata dalla bella città di quando lui era un giovane studente in una città vecchia e senza musica come oggi, con gli studenti che da via IX Agosto dall’autostazione Ribi andavano a scuola, mentre oggi se la fanno a piedi dalla stazione bus e ferroviaria lungo tutto il Corso, e domani magari fino in fondo a via Vittorio Veneto? Ma chi è questo brillante Spin doctor di Ziberna? Ci si faccia sapere. Pare che alle multinazionali siano molto graditi i manager con un trascorso di grandi errori, ritenendo che in futuro non ne facciano più: potrebbe essere il prossimo candidato sindaco di Gorizia!
Articolo originale in Italiano.