MONFALCONE, DA CITTÀ TERMALE A CITTÀ DIFFUSA
di PAOLA BARBAN E CLAUDIO SINISCALCHI
C’è un filo sottile che lega la storia urbana di Monfalcone alla domanda, oggi più che mai attuale, su cosa significhi costruire una città “a misura d’uomo”. Non si tratta soltanto di architettura, ma di equilibrio tra lavoro, abitare, servizi, relazioni sociali e qualità dello spazio urbano. Guardando alla storia della città, emerge con chiarezza come le trasformazioni economiche abbiano progressivamente modificato non solo il paesaggio, ma anche il modo di vivere la comunità.
In epoca romana Monfalcone era conosciuta per le sue terme, considerate luogo di cura e benessere. Una vocazione riconosciuta anche durante il periodo asburgico (già prima durante quello veneziano) quando l’imperatore Francesco Giuseppe ne confermò ufficialmente le proprietà terapeutiche. In quegli stessi anni, Grado consolidava invece la propria fama legata alle sabbiature marine. Due identità complementari che raccontavano un territorio attento alla salute, all’accoglienza e alla qualità della vita.
Le fotografie di inizio Novecento mostrano un Corso del Popolo di Monfalcone animato da alberghi, attività e presenze legate al turismo termale. Ma il destino della città cambiò rapidamente con l’espansione industriale dei Cantieri Cosulich. Monfalcone divenne una città-fabbrica e il quartiere di Panzano rappresentò uno dei più interessanti esempi di urbanistica industriale dell’epoca. Il quartiere era progettato secondo una precisa gerarchia sociale: abitazioni per operai, impiegati e dirigenti, servizi comuni, spazi collettivi e perfino strutture ricettive per i lavoratori. Un modello paternalistico, certo, ma capace di offrire un’organizzazione urbana coerente.
Le due guerre mondiali segnarono profondamente questo equilibrio. Eppure, per decenni, Panzano mantenne una propria identità urbana e sociale. Oggi, confrontando quella stagione con la realtà contemporanea, il contrasto appare evidente. Molti immobili riscattati dagli ex cantierini hanno perso una gestione unitaria della manutenzione, soprattutto nei condomini frammentati tra piccoli proprietari. Interi edifici conservano ancora gli intonaci originari del primo Novecento, simbolo di un patrimonio architettonico lasciato progressivamente deteriorarsi.
Una parte del patrimonio ex AEUP, successivamente passata allo IACP e poi all’ATER, è stata riqualificata nei primi anni Duemila. Tuttavia il resto del quartiere continua a mostrare i segni di una trasformazione urbana incompiuta.
Dagli anni Novanta, inoltre, il sistema dei subappalti legato alla cantieristica ha attirato una forte immigrazione, necessaria a sostenere la richiesta di manodopera. La pressione abitativa si è concentrata soprattutto nel centro cittadino, dove il mercato immobiliare privato ha risposto spesso con soluzioni improvvisate: appartamenti sovraffollati, subaffitti e difficoltà crescenti nella convivenza condominiale. In molti casi, le tensioni sociali si sono intrecciate con problemi economici e gestionali, accentuando il senso di fragilità urbana.
Il paradosso è che questa pressione sociale e abitativa convive oggi con una fase di straordinaria espansione economica del settore navalmeccanico. La società quotata in Borsa che gestisce il cantiere ha infatti registrato nel 2025 risultati record, superando il consensus degli analisti: utile netto a 117 milioni di euro e portafoglio ordini oltre i 20 miliardi. Tra gli obiettivi strategici più rilevanti figura il raddoppio della capacità produttiva dei cantieri italiani per rispondere alla crescente domanda nel settore della croceristica e della difesa, insieme a una riorganizzazione del sistema produttivo globale per aumentare competitività e marginalità.
Numeri che testimoniano la forza industriale del comparto, ma che rendono ancora più evidente il divario tra crescita economica e qualità urbana. Perché mentre il sistema produttivo accelera, il territorio continua a fare i conti con servizi insufficienti, patrimonio abitativo fragile e una pianificazione urbana che fatica a governare i cambiamenti sociali.
Parallelamente, molte giovani coppie hanno progressivamente lasciato Monfalcone per trasferirsi nei comuni limitrofi — Staranzano, Ronchi dei Legionari, Fogliano Redipuglia, San Pier d’Isonzo, Turriaco, San Canzian d’Isonzo — dove si è sviluppata una nuova edilizia residenziale estensiva fatta di villette e quartieri periferici. È nata così una “città diffusa”, priva però di un vero disegno urbanistico condiviso.
La vicenda di Monfalcone racconta quindi una questione che riguarda molte realtà europee di confine: quando il lavoro cresce più velocemente della capacità di pianificare gli spazi urbani, il rischio è che la città perda la propria misura umana. Recuperare quella dimensione oggi significa ripensare non solo gli edifici, ma il rapporto tra comunità, servizi, integrazione e qualità dell’abitare. Perché una città non è fatta soltanto di case e strade, ma delle relazioni che riesce a costruire nel tempo.
Non è un caso che proprio in questi giorni la Regione stia rivedendo la LUR, la Legge Urbanistica Regionale, il cui passaggio in commissione regionale è previsto per metà giugno. Un tema di enorme importanza che tuttavia, almeno finora, sembra aver coinvolto poco la collettività, la società civile e il mondo dell’associazionismo, anche a causa delle tempistiche ristrette imposte al confronto pubblico. Il rischio percepito è quello di una legge nella quale contributi e osservazioni possano incidere solo marginalmente.
Una legge urbanistica, però, richiede tempo, approfondimento e un’analisi attenta delle sue ricadute sul territorio. Non basta evidenziarne singole carenze o necessità: occorre comprenderne l’impianto complessivo. È probabile che la nuova LUR definisca soprattutto principi generali, demandando poi ai decreti attuativi le modalità applicative e i contenuti concreti degli strumenti di pianificazione.
La vera domanda sarà allora capire se questa riforma rappresenterà ancora una legge per il governo del territorio oppure se finirà per arretrare rispetto al proprio ruolo, lasciando maggiore spazio alle trasformazioni dettate dal mercato e dalla normativa edilizia.
Articolo originale in Italiano.