COSA INTENDIAMO QUANDO DICIAMO CHE L’UOMO ABITA, RISIEDE?

COSA INTENDIAMO QUANDO DICIAMO CHE L’UOMO ABITA, RISIEDE?

di KARLO NANUT

 

Le cose fondamentali nella vita dell’uomo sono semplici, ma non sempre facili da comprendere. Dopo la seconda guerra mondiale Berlino, la capitale del Reich tedesco, era completamente distrutta: il 90% degli edifici era raso al suolo e bisognava ricostruire tutto da capo. Ci si chiedeva come e da dove cominciare, dato che ovunque c’erano solo macerie. Gli architetti e gli ingegneri chiamarono per primo il noto filosofo Martin Heidegger, affinché spiegasse loro cosa significasse effettivamente abitare in un luogo, cosa intendiamo quando diciamo che l’uomo risiede (in tedesco: wohnt). La ricostruzione di una città non può significare semplicemente la riedificazione di uno spazio. Ricostruire significa ripristinare i luoghi di incontro, di scambio e di memoria; significa ripristinare l’habitat, lo spazio vitale di cittadini liberi e uguali.

 

Oggigiorno è assolutamente necessario che i diversi campi del sapere collaborino tra loro. D’altra parte la filosofia, come ontologia dinamica, si interessa alle relazioni tra gli individui più che ai singoli in sé, e guarda allo spazio come a un campo del futuro. Nell’ambito delle sue opere Heidegger è tornato più volte sul tema del luogo e dell’abitare, sviluppando intorno a questi termini un’ampia riflessione sul significato più profondo dell’esistenza umana e della natura dell’uomo. In un’epoca in cui la scienza e la tecnica hanno già raggiunto una corrispondente perfezione della conoscenza, ci si aspetterebbe e al contemmo si auspicerebbe che una simile chiarezza venisse raggiunta anche nello svelare l’immagine interiore dell’uomo, ovvero la sua essenza, le sue dimensioni culturali e spirituali nel mondo. Dire semplicemente “sono un essere umano” significa dire molto poco.

 

Heidegger si interrogava sul significato più profondo dell’espressione «ich bin» (io sono). Nel tedesco antico il verbo «bauen» (costruire, edificare) significava anche «abitare, essere», concetto che oggi viene espresso con il verbo «sein» (essere) e che al presente si coniuga: «ich bin», «du bist» (io sono-abito, tu sei-abiti). Il modo in cui “tu sei” e “io sono” nel mondo, il modo in cui “noi uomini siamo, viviamo sulla terra”, è «bauen». Al contempo questo verbo significa anche prendersi cura di un campo e coltivarlo (in tedesco: den Acker bauen), coltivare una vigna. Essere uomo, dice Heidegger, significa essere sulla terra come mortale; e questo significa: abitare. La grande ipotesi di Heidegger quindi recita: “io sono” significa “io abito”, oppure anche: “l’uomo esiste come uomo perché abita da qualche parte”; il che significa, tra le altre cose, che solo l’uomo, in quanto uomo, “abita” nel vero senso della parola. L’uomo condivide con gli altri esseri viventi molte azioni: respira, si nutre, riposa, si arrabbia, ecc. Ma tra tutte le creature solo l’uomo “abita”. In questa prospettiva l’abitare non appare come “una” tra le tante azioni umane, ma come l’orizzonte che racchiude e regola ogni attività umana: ogni atto umano, proprio in quanto umano, è espressione o manifestazione dell’abitare. L’uomo è inoltre un “essere aperto”, il che significa che è “esposto” a un’alterità che non può essere assimilata; il suo modo di essere è un inevitabile stimolo e una costante riapertura verso qualcosa di diverso da se stesso che lo supera: questa è anche la primigenia inquietudine della condizione umana.

 

L’uomo non è un cerchio chiuso, è colui che è sempre aperto, che tende verso qualcosa, un essere in continuo mutamento, sempre dinamico e mai statico. Dove siano i suoi confini spaziali e temporali non lo sappiamo; lo chiamiamo homo viator (espressione latina che significa uomo viandante/pellegrino). Da questo punto di vista va compresa l’affermazione secondo cui esiste anche qualcos’altro di squisitamente ed esclusivamente umano, che in quanto tale è segno della sua “spiritualità”: l’uomo è un essere spirituale perché il suo modo di essere è aperto, itinerante, “esposto”, da sempre in movimento verso l’altro in quanto altro. Perciò l’uomo esiste e vive come uomo solo in quanto “abita”. E se l’abitare è il modo con cui l’io modella il mondo, è altrettanto vero che il modello di abitare lo spazio che ci viene proposto o imposto a livello sociale non è quello che mette l’uomo al centro dello spazio stesso.

 

Cosa ci dice dunque sull’uomo il fatto che le città da lui stesso create siano diventate alienate, ovvero “non-luoghi” concepiti solo per il flusso rapido e il consumo veloce, che generano sofferenza e dove gli individui rimangono anonimi e isolati? Il punto di partenza per definire il concetto di abitare è scritto nel libro della Genesi: Dio creò il giardino dell’Eden e vi pose l’uomo perché lo coltivasse e ne avesse cura, lo custodisse. Due cose contemporaneamente: coltivare e custodire, ovvero prendersi cura di. Ma cosa fa la smania della società odierna? Sicuramente promuove la coltivazione, la produttività, mentre si dimentica della custodia e della cura. Queste città che causano sofferenza sono strutture edilizie, ma sono probabilmente luoghi in cui è presente un’unica preoccupazione: il consumismo, che distorce lo spazio o lo organizza secondo i propri bisogni. Nella nostra società dei consumi il desiderio di imitare lo stile di vita attualmente raccomandato dalle ultime offerte di mercato non è più legato a una pressione esternna. Al contrario, questo desiderio viene percepito come un’ulteriore prova e manifestazione di libertà personale, il che però non corrisponde alla verità. La vera azione richiesta dalla vita consiste nel fatto che, oltre a coltivare e a costruire un nuovo mondo, dobbiamo anche esserne davvero responsabili.

 

L’architettura può agire dignitosamente nella ricostruzione solo se si schiera dalla parte della vita, dalla parte della memoria e della dignità di tutti i cittadini. La vera crisi dell’abitare non è la mancanza di alloggi, bensì il fatto che gli uomini abbiano dimenticato come abitare in modo “autentico”, ovvero come vivere “liberamente” sulla terra.



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