IL FLANEUR TRANSFRONTALIERO

IL FLANEUR TRANSFRONTALIERO

di MIRT KOMEL

 

originale in sloveno, tradotto dalla redazione

Nei quattro numeri della leggendaria serie a fumetti Nathan Never, pubblicati al tempo della Capitale europea della cultura GO! 2025 da Bonelli editore e in seguito anche tradotti in sloveno dall’editore ZRC SAZU, possiamo conoscere il nostro futuro fantascientifico – o almeno uno dei possibili futuri – che mette in atto la transfrontalierità in maniera molto specifica, ovvero con il triangolo geopolitico Trieste-Gorizia-Lubiana, unite nell’unità autonoma del Protettorato. 

 

Nella spy story firmata da Bepi Vigna, ma soprattutto nelle visioni futuristiche di Trieste, Gorizia e Lubiana – ma anche di Bled e della Valle dell’Isonzo – illustrate da Romeo Toffanetti, possiamo vedere come sarà o come potrebbe essere un territorio che si è liberato dai confini nazionali e che ha al contempo riunito tutte le diverse culture, prendendo nuova vita. Dal punto di vista architettonico si tratta di antichi nuclei cittadini, attorno ai quali si sono sviluppate vere e proprie metropoli urbane con grattacieli che si elevano nel blu creando particolari skyline, mentre per le vie e le piazze vediamo come passeggiano le folle del futuro, tra le quali – come nell’architettura – possiamo riconoscere famosi volti storici, disegnati di nascosto dall’illustratore nelle varie vignette. Nella moltitudine di questi volti noti e ignoti emerge il protagonista del fumetto, Nathan Never, agente dell’Agenzia Alfa, in una nuova missione.

 

Ma a tratti, qua e là, il nostro eroe si prende qualche momento di pausa dal suo compito, per esempio quando passeggia per Trieste e si avventura nella caffetteria/libreria San Marco, dove sfoglia i libri come fossero artefatti del passato – gli stessi libri che, in un futuro ancor più remoto, nel quale gli umani combattono contro i Tecnodroidi, colleziona e conserva nel suo sottomarino Nautilus – azione che lo porta a sentire quel particolare senso di colpa da ozio che, come vedremo a breve, è tipico anche del viandante contemporaneo: “Mi sento in colpa a stare qui senza fare niente. Quest’affare sta diventando paradossale. Ogni volta che vengo in questa zona della vecchia Europa, mi ritrovo in situazioni complesse che devo risolvere. Forse la complessità è parte di questo territorio… e per molti versi anche la sua ricchezza.” (Arrestate Nathan Never)

 

Nathan Never, il flâneur transfrontaliero del futuro?

 

Ciò che appare come lontano futuro è possibile già oggi – il viandare flâneuristico appunto, seppur come anacronismo archeologico di una cultura nata nel XIX secolo con l’ascesa dei grandi centri urbani come Londra o Berlino, ma soprattutto Parigi, dove nacque il flâneur, al quale Charles Baudelaire dedicò sia una poesia che un saggio dal titolo Il pittore della vita moderna, nel quale scrive, tra l’altro: “La folla è il suo regno, come l’aria è il regno degli uccelli, e l’acqua è quello dei pesci. La sua passione e professione è sposare la folla. Per il perfetto flâneur, per l’osservatore appassionato, è causa d’immenso godimento prendere dimora nel numero, in ciò che fluttua e si muove, è fuggitivo o infinito. Essere fuori casa e sentirsi dappertutto a casa propria; vedere il mondo, esserne al centro e rimanergli nascosto: ecco alcuni dei più comuni piaceri di questi spiriti indipendenti, appassionati, imparziali, che la lingua fatica a definire. Lo spettatore è un principe che gode ovunque dell’incognito.”

 

Il momento dell’incognito, dell’anonimato, è fondamentale nella verifica delle possibilità del viandantismo sull’asse Trieste-Gorizia-Lubiana, poiché ciò che vale per il rapporto tra le due Gorizie vale anche per il rapporto tra Lubiana e Trieste. 

 

In effetti, a Nova Gorica tutti sanno tutto di tutti, persino cose che neanche tu sai di te stesso, ma basta spostarsi nella vicina Gorizia e già puoi godere del piacere dell’anonimo principe-viandante, nonostante Gorizia non sia affatto una metropoli. E persino nel futuro fantascientifico di questa conurbazione, come ce lo mostra Nathan Never, in nessun quadro appare una qualche pazza folla in cui il vagabondo possa immergersi. E comunque, il momento transfrontaliero funziona in modo tale che sia noi nel presente che Nathan Never nel futuro possiamo fonderci con la città, che funge da paesaggio di viandantismo.

 

Lo stesso si può dire del rapporto tra Lubiana e Trieste: a Lubiana, nonostante venga rappresentata la vita cittadina, tutti sanno tutto di tutti, e se i lubianesi vogliono riprendere fiato da Lubiana devono andare a Trieste, dove possono assaporare cosa significa la città nel senso flâneuristico del termine. Nonostante paia che, sotto le pressioni dell’attuale ideologia capitalista della produttività e del consumismo, essi debbano giustificare ognuna di queste gite, sia a sé stessi che agli altri – con acquisti volgar-materialisti o con qualche scopo più nobile, come la visita a qualche mostra, dove però non apprezzano l’arte, bensì la consumano. Questo ovviamente non è il vero viandantismo, che, al contrario, presuppone il passeggiare tranquillamente (senza meta), il guardare le vetrine (senza acquisti), e soprattutto l’osservare le persone (senza interesse).

 

Ciò che ostacola questo vagabondaggio è proprio la sensazione tipicamente capitalista, una sorta di versione secolarizzata del senso di colpa cristiano che deriva dal non fare alcunché – esattamente così come lo prova Nathan Never nel passo sopracitato: “Mi sento in colpa a essere qua e non fare niente”. Ma è proprio questo il punto: non fare niente o, meglio, fare niente. Attivamente non-fare.

 

Partendo dal saggio di Baudelaire, Walter Benjamin riforgiò il viandante nell’archetipo dell’uomo urbano, moderno e perfino modernista del XX secolo, che con la libertà del viandantismo, la serenità dell’osservazione delle persone e il piacere dell’indagine da detective prova a liberarsi dai ganci di una società capitalista produttivista. “La folla è in realtà il gioco della natura, se ci è concesso di portare questo termine nelle relazioni sociali. La strada, lo scoppio di un incendio, l’incidente stradale riuniscono persone che non sono divise in classi. Si vedono gruppi concreti; dal punto di vista sociale rimangono però astratte, isolate nei propri interessi. Il loro modello sono i consumatori, che – ognuno per il proprio interesse – si riuniscono in piazza attorno alla “cosa comune”. Questi gruppi il più delle volte esistono solo statisticamente. La statistica nasconde ciò che in realtà hanno di mostruoso… ovvero la concentrazione di individui in quanto tali a causa della casuale identità dei loro interessi privati. Quando questi gruppi diventano visibili – e a questo pensano gli stati totalitari, comandando che la concentrazione dei loro clienti sia costante e obbligatoria per tutti i progetti – si palesa chiaramente la loro duplice natura; soprattutto alle vittime. La casualità di economia di mercato che li ha così riuniti viene vista come “destino”, nel quale si ritrova e riconosce la “razza”. In questo modo si lasciano andare sia all’istinto gregario che a comportamenti automatici.” (Flâneur)

 

Da qui il significato del flâneurismo transfrontaliero, che deve essere in grado di attraversare “la sorte” di razza e classe, ma contemporaneamente ribellarsi all’istinto del gregge e al comportamento automatico, che lo porta a spendere in negozio, a sperperare tutto il guadagno, a favore di una mescolanza con la folla statistica nell’“unità superiore” del consumatore, che appare sovra-ideologica, ma è in realtà estremamente imbevuta di ideologia capitalista. 

 

Appena prima dell’arrivo al grande magazzino il viandante deve già difendersi, con il suo viandare senza meta, in modo da sfuggire all’inesorabile logica produttivo-consumista: “Se la galleria è la forma classica dell’interno – mostra frammenti di strada al viandante – il grande magazzino è l’immagine del suo declino. Il grande magazzino è la zona finale del flâneur. Se la strada è diventata interno, allora quest’ultimo è diventato strada e lui si perde nel labirinto della merce offerta, come prima nel labirinto della città.” Questa vicendevole trasformazione dell’interno nell’esterno e viceversa, cioè l’esternizzazione dell’interno e l’internizzazione dell’esterno, è uno dei fenomeni più distintivi della città nella quale possiamo riconoscere la forma concreta dell’astratto e, perciò, il problema ancor più fondamentale del fatto che nel capitalismo i rapporti personali sono mercificati, mentre i rapporti delle merci sono antropomorfizzati. Ma l’uomo urbano, in queste condizioni di capitalismo sviluppato, dice Benjamin, non si accorge di essere merce e neanche, al contrario, che la merce è antropomorfa, quindi non c’è da stupirsi se lo spazio pubblico è sempre più privatizzato e che in sua vece lo spazio privato si presenti come nuovo spazio pseudo-pubblico, la “sintesi ideale” di questo duplice movimento è poi rappresentata dai social network, che non sono né pubblici, né privati.

 

Di questo duplice movimento possiamo convincerci oltreché sui social anche con l’esempio più empirico dell’attuale fenomeno dei centri commerciali, che appare a Lubiana come BTCity, a Nova Gorica come Qlandia, a Trieste come Torri d’Europa: conglomerati commerciali che sia dalla facciata esterna che soprattutto dall’organizzazione degli spazi interni esprimono quella calma appiattita, quell’uniformità economica che vediamo poi anche fuori, nella vita cittadina adattata al turismo, quando tutti i locali in tutte le città propongono sempre le stesse bevande e gli stessi cibi (hamburger gourmet, avocado toast con uova, smoothie alla frutta ecc.). Da questo punto di vista, il viandante contemporaneo non è uguale al turista, che vede la città come quinta della sua esperienza, che deve essere identica a quella che vive nel suo quotidiano, poco importa da dove lui venga, ma al contrario deve essere esperienza straniante, che gli consenta di riconoscere ciò che è estraneo in mezzo a ciò che è familiare (non il contrario, come fa il turista, che cerca il familiare nell’estraneo). Da questo punto di vista il turismo si configura come un’estensione del vecchio colonialismo alle condizioni del globalismo contemporaneo, il cui rovescio della medaglia altro non è che la guerra, cosa di cui ci siamo potuti del tutto convincere quando guardando le immagini dei turisti in fuga da Dubai allo scoppio del conflitto tra Iran e Israele, per il quale si stanno prosciugando gli USA.

 

Deleuze & Guattari nel loro Anti-Edipo osservano correttamente che il tipico meccanismo d’azione dell’attuale sistema capitalista è un duplice, solo apparentemente paradossale, legame tra produzione e anti-produzione: lavoro e consumo, costruzione e guerra, conoscenza e sciocchezza, tutto ciò viaggia a braccetto, quando al contempo si costruisce e demolisce, si lavora e si consuma, si insegna e si rende sciocchi. Il consumo secondo il proprio budget è l’altra faccia del lavoro secondo le proprie possibilità, che porta al burnout; la guerra di distruzione è l’altra faccia della costruzione di infrastrutture turistiche; le sciocchezze condivise sui social sono l’altra faccia dell’istruzione contemporanea, che in teoria produce sapere. 

 

Il flâneur transfrontaliero, se non fosse solo un anacronismo, e se fosse già ora a livello del suo ideale, pronto per le sfide del futuro, deve opporsi a tutto quanto accennato con linee di fuga che siano trasversali, in modo tale da permettergli di non costruire né demolire, di non lavorare né consumare, di non insegnare né rendere sciocco, ma in modo da fare niente – e non di “non fare niente” – il non-fare sarà il suo principio.



Prvotni jezik tega članka je slovenščina.