LA LIBERTÀ IRREQUIETA
di LORELLA KLUN
“Una notte di agosto, presi accordi, mi aspettò alla finestra della sua camera, attraversai scalza tutta la tettoia della stazione, ed entrai in casa sua, che era all’altro capo della mia.
Con la complicità di suo fratello Ugo fuggimmo con una carrozza verso un alberghetto fuori città.”1
Così racconta Rosa Quasimodo, sorella del poeta Salvatore, della sua “fuitina” con Elio Vittorini, all’epoca considerato estroso e ribelle e di conseguenza inviso alla famiglia. Era l’anno 1927 e non bastò il matrimonio riparatore a placare le malelingue, tanto che la coppia poco dopo si trasferì a Gorizia, dove soggiornò per alcuni anni.
Il progetto artistico “La libertà irrequieta. In viaggio con Elio Vittorini e Rosa Quasimodo tra fughe e soggiorni di frontiera”, curato da Livio CarusoDDS, dall’Associazione Culturale per le Arti Contemporanee “Prologo” di Gorizia e dal Libero Gruppo d’Arte “Linea 180”, prende spunto proprio dall’incontro di Rosa ed Elio per dar vita a un’esposizione che raccoglie scultura, pittura, fotografia, editoria e letteratura.
La prima tappa della mostra è ospitata dall’8 settembre al 2 ottobre 2026 presso la Biblioteca Museo “Elio Vittorini” di Siracusa, in occasione del 60o anniversario della morte di Vittorini (1908-1966) e del Premio Letterario Nazionale Elio Vittorini; nel centenario dell’arrivo della coppia a Gorizia, l’esposizione si sposterà presso il Kulturni Center “Lojze Bratuž”.
Il catalogo, pubblicato da Lithos Editrice di Roma e da Libreria antiquaria Drogheria 28 di Trieste, accanto alle opere degli artisti contemporanei, presenta dei preziosi contributi storici e documentali, a partire dall’analitica ricostruzione dei soggiorni goriziani curata da Marco Menato. La coppia inizialmente alloggiò presso la pensione Ursich, per poi trasferirsi dai genitori di Rosa (il padre aveva lasciato il posto di capostazione a Siracusa per sfuggire allo “scandalo” della fuitina), in piazza Tommaseo, nota come Piazzutta e poi in via dei Leoni 21. Anche se negli anni successivi Elio si trasferì a Firenze, Gorizia rappresentò per Rosa un porto sicuro, tanto che qui, nel 1934, diede alla luce anche il secondogenito Demetrio.
A corredo dei testi di Menato, dalla sede di Gorizia della Camera di Commercio Venezia Giulia, si aggiunge una corposa documentazione relativa al negozio di articoli radiotelefonici, aperto al numero 32 di Corso Verdi, da Vincenzo e Gaetano Quasimodo, rispettivamente fratello e padre di Rosa. Vincenzo, ingegnere che aveva trovato lavoro nel Genio civile della Venezia Giulia e che già nel 1926 si era stabilito a Gorizia, aveva anche iniziato a collaborare con la rivista “Squille Isontine”. Antonella Gallarotti2, nel suo contributo testuale “Frammenti goriziani di Salvatore Quasimodo”, individua proprio in Vincenzo il tramite tra la rivista goriziana e Salvatore Quasimodo: sul numero di maggio del 1926 conservato alla Biblioteca Statale Isontina, compare infatti la poesia “La càtarsi”, in cui il poeta dialoga con un fiume: “Noi ti vedremo umile alla foce,/inginocchiato al mare che non cura/la viva sinfonia della tua voce/che pure della neve è creatura.” Gli echi del fiume Anapo sembrano allora riverberarsi idealmente nell’Isonzo, sospesi tra Sicilia e Gorizia.
Dopo pochi anni, altri luoghi attirarono l’inquieto Vittorini: iniziò a lavorare per la rivista Solaria e si spostò a Firenze: “Da solo non so far più nulla. E non combinerò mai niente se dovrò star sempre solo. […] Tornare? No non torno… Qui starai bene anche te… Anche tu sei intelligente e qui potrai essere felice tra tante persone che ti conosceranno, fra tanti amici…3”
Così nel 1930 Rosa, insieme al figlioletto Giusto, raggiunse il marito a Firenze; inizialmente furono ospitati nella casa di Pasquale Sgandurra, zio di Elio, docente e affermato scultore. È proprio Rosa, nel suo libro di memorie, a raccontare: “Era pieno di statue. Dalle vetrate, la notte, entrava il chiarore della luna, e le statue così bianche ci facevano paura. Di giorno il piccolo Giusto offriva caramelle per ingraziarsi le statue, e le lasciava sui loro basamenti.4”
Ad approfondire ulteriormente le vicende della coppia, ci pensa Marilisa Bombi che, nel testo tratto dal suo podcast “Voci dal confine”, racconta anche del lento sfaldarsi dell’amore. Vittorini, introdotto nell’ambiente letterario e culturale dell’epoca, si legò sempre più a Ginetta Varisco, conosciuta nel 1932, suscitando l’angoscia di Rosa: “Se senti di poter tornare a me con affetto e bontà, fallo, se no, per pietà, per amor di Dio, per carità umana. Lasciami stare – per sempre -. Non mi rassegnerò, ma mi abituerò.5”
Le crepe e le incomprensioni si ampliarono nel corso degli anni, fino alla separazione, ma tra i due restò un affetto che si dipanò attraverso la militanza di Vittorini nella Resistenza, tenne testa alle imposizioni del fascismo e affrontò il dolore per la prematura scomparsa del primogenito.
Le ricerche storiche e iconografiche, i testi e i documenti hanno ispirato tutti gli artisti che hanno aderito al progetto: ognuno si è indirizzato su particolari tematiche, declinandole secondo il proprio linguaggio espressivo.
Il tema del viaggio ricorre in molte delle opere. La ferrovia in particolare, oltre a essere il luogo di lavoro dei rispettivi padri di Rosa e di Elio, assume più valenze: il treno e i binari rappresentano non solo il tragitto fisico e geografico, ma il percorso interiore, culturale ed evolutivo di Rosa ed Elio.
L’artista siciliana Francesca Graziano, nella la sua incisione su lastra di linoleum “Come i binari”, racconta di “una storia iniziata accanto ai binari, due rette parallele che non si incontrano mai, ma scelgono di procedere per la medesima direzione”.
Il dittico a olio e tecnica mista su tela di Livio CarusoDDS rappresenta sia il viaggio della coppia verso Gorizia che il percorso verso la loro separazione; nelle tele compare, insieme ad altri simboli, il nome Erica, protagonista del romanzo “Erica e i suoi fratelli, ma che rappresenta anche la ragazza che Vittorini, dalla finestra della casa di Piazzutta a Gorizia, vedeva passare.
Anche nella fotografia con elaborazioni digitali di Franco Spanò compare il treno dinamizzato dal mosso e dalla scritta, quanto mai attuale “La cultura non è professione per pochi: è una condizione per tutti, che completa l’esistenza dell’uomo”. Due frecce indicano poi da una parte Gorizia e dall’altra Viale Gorizia; quest’ultimo indirizzo, per le curiose coincidenze del destino, fu l’ultima residenza di Vittorini a Milano.
L’incontro tra anime, l’amore, l’opporsi alle convenzioni sociali dell’epoca, hanno ispirato altri artisti: Cristina Suligoi ha realizzato un acrilico su tavola in cui la coppia, dopo la fuga, attende l’alba: la loro è una stretta soffusa che pare illuminare le tenebre, “un abbraccio lungo una notte g’agosto in cui si fondono attesa, desiderio, passione e timore verso un futuro incerto ma ricco di promesse”.
Anche Vera Elvira Mauri, nella grande tela “Con le valigie verso Gorizia” racconta l’abbraccio prima del viaggio: Rosa, vista di spalle, è vestita solo di carta stampata, a sottolineare come entrambi nutrissero una profonda passione per la letteratura, la poesia e la libertà di pensiero.
L’opera di Giosuè Lizzio raffigura una coppia lungo una via di paese; la separazione netta tra i coni luminosi dei lampioni e le altre campiture cromatiche crea una sorta di “arcipelago” sicuro entro il quale le due figure si muovono, come se il cammino consistesse nell’attraversare un buio ostile passando di isola in isola.
Ma l’amore può anche rivelarsi come una forma fragile, percorsa da una crepa originaria: il dittico fotografico “Crisalidi” di Lorella Klun indaga la relazione tra Rosa ed Elio vissuta come passaggio, distanza e trasformazione; i due corpi abitano allora il medesimo spazio, ma in tempi emotivi diversi.
Angelo Simonetti ha creato la scultura in schiuma compressa “ROQUELVI”, il cui titolo è nato dagli anagrammi di Rosa Quasimodo ed Elio Vittorini; nella forma ha inserito dei simboli che raccontano la storia della coppia, come il seme di samara, emblema del viaggio e il pennino e la goccia di inchiostro, simboli di scrittura e dei racconti che si dipanano tra passato e presente.
Tra gli artisti c’è invece chi ha focalizzato la propria ricerca sulla figura di Vittorini, considerato uno dei più rappresentativi intellettuali della cultura italiana del Novecento: la pittrice Giuliana Susterini nel suo “Prossima fermata Gorizia” pastello encaustizzato su tavola gessata, inserisce degli elementi simbolici come il trenino, che richiama la fuga e il viaggio e un garofano rosso appoggiato su una pila di libri dello scrittore: il fiore non rappresenta solamente l’amore per Rosa, ma è un diretto richiamo al celebre romanzo.
Pranvera Gilaj con “Un viaggio”, opera realizzata con acrilico e tecnica mista, ci regala un intenso ritratto di Vittorini: “Un taglio di luce, il fumo tra le dita./Il buio della Sicilia che si fa memoria. /Oltre il mare scuro, sui binari del Nord./Se la vita è un viaggio, su Gorizia scende la storia.”
Vittorini fu anche figura chiave nell’editoria: diresse la collana “I gettoni” per Einaudi, scoprendo e lanciando autori come Italo Calvino, Beppe Fenoglio e molti altri narratori emergenti del secondo dopoguerra; tra le molte conoscenze, ebbe anche degli scambi epistolari con Biagio Marin, poeta con una forte identità linguistica e regionale, molto attento alla dimensione civile e poetica della parola. Daniele Bredeon con la sua opera pittorica, si focalizza su questo rapporto, citando i versi di Marin: “Solo ‘l sol al so logo, fermo, difuso, ne l’azuro” (Solo il sole ha il suo posto, fermo, sicuro, sperso nell’azzurro).
Francesco Imbimbo con “Alle radici della cultura”, sceglie di presentare un disegno a matita e sfumino su carta perché, come egli stesso racconta, “quella di Vittorini è un’Italia in bianco e nero e io non avrei saputo raccontarla a colori senza tradirne la cifra più genuina”. Imbimbo omaggia oltre che l’intellettuale che rivendicava l’autonomia del pensiero critico rispetto a qualunque ortodossia, anche lo sperimentatore linguistico che con il suo stile ruppe con la tradizione narrativa ottocentesca italiana.
Prendiamo ad esempio Conversazione in Sicilia, un romanzo allegorico e visionario, scritto in una prosa fortemente ritmica e simbolica. È un’opera che anticipa temi e sensibilità del dopoguerra e che nell’edizione del 1953, illustrata dalle fotografie di Luigi Crocenzi, propone, precorrendo i tempi, l’immagine non più subordinata alla parola.
Grazie alla disponibilità del CRAF, Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia di Spilimbergo, è stato possibile accedere al cospicuo fondo di Luigi Crocenzi e agli scambi epistolari tra il fotografo e Vittorini.
Una sezione speciale è dedicata poi a due Maestri: Sergio Altieri e Vittorio Balcone, protagonisti della scena artistica dal secondo Novecento ad oggi.
Sergio Altieri, classe 1930, presenta una tempera su tela che, inizialmente intitolata “Rosa”, è stata successivamente modificata sia in termini simbolici che visivi per renderla più aderente alla cultura siciliana. La bambina che prima era vestita di rosa si è così coperta con uno scialle nero, quasi a fondersi con lo sfondo incupito, diventando “La sposa bambina”.
Vittorio Balcone, nato nel 1939 a Tripoli, è uno scultore che risiede a Gorizia dal 1967. Il suo “Rosa e Elio. Un amore contrastato” è un bassorilievo in legno assemblato che, con le sue forme circolari, organiche e mutevoli, vuole creare un legame tra Siracusa e Gorizia; sono proprio i due profili umani al centro della composizione a mettere in dialogo simboli ed elementi.
Livio CarusoDDS, curatore della mostra sottolinea, come il progetto non sia un pacchetto chiuso e preconfezionato, ma possa (debba!) ampliarsi e crescere nel tempo, attraverso collaborazioni e contributi interdisciplinari. Spazio allora anche alla poesia di Giovanni Fierro: “Uomini e no e sì e forse, l’inverno è mite/nelle mani e nelle dita che contano fino/al poco, all’unghia che rimane nell’anima/e ogni volta il poter essere felici, allora/e solo allora ogni cosa ha un senso/se il nome e cognome pronunciati/sono più vicini al dimenticare l’amore…6”
L’intento è quello di realizzare non solo “una sorta di concerto multidisciplinare, tutto volto a rappresentare nella maniera più plastica il tema affrontato”, ma di creare anche una dimensione comunicativa ampia e comunitaria.
1. Rosa Quasimodo, Tra Quasimodo e Vittorini, ed. Lunarionuovo, 1984
2. Antonella Gallarotti, “Frammenti goriziani di Salvatore Quasimodo” in La libertà irrequieta. In viaggio con Elio Vittorini e Rosa Quasimodo tra fughe e soggiorni di frontiera, 2016; originariamente pubblicato in Borc San Roc, 2020
3. Lettera di Vittorini alla moglie, 6/1/1930, in Tra Quasimodo e Vittorini, pag. 88
4. Rosa Quasimodo, ibidem
5. Rosa Quasimodo, ibidem
6. Giovanni Fierro, “La terra civile”, Stare dalla parte di Vittorini – 2
Articolo originale in Italiano.