LA LINGUA DOVE ABITO

LA LINGUA DOVE ABITO

di IRINA M. CAVAION

Questo numero è dedicato all’Amore, ovvero, di amore siamo stati chiamati a scrivere.


Questo mi ha portato a riflettere (grata, quindi, alla redazione!) che, nell’entusiasmante compito, che è anche viaggio, di portare tra le pagine di questa rivista contributi che leghino e sleghino terra-lingua-persone, che aprano a nuove visioni in cui le lingue — le proprie, quelle altrui — diventano sempre più protagoniste di storie personali e sempre meno argomento di confini, di politiche linguistiche, di burocrazie, ci sia alla base un discorso d’amore. L’amore per le persone e l’amore per le lingue.


Quindi, nel pensare a cosa e a chi potrebbe rappresentare così emblematicamente un discorso amoroso sul e attraverso il plurilinguismo di questa regione, mi ha portato a ricordare Antonella Bukovaz, poetessa e scrittrice, e amica, che attraverso una espressività stra-ordinaria ha fatto dell’amore un gioco infinito di immagini, che in verità si ascoltano, che diventano un gioco complesso e raffinato di suoni tra le (sue) lingue.


Antonella che nasce e cresce alternando, intrecciando, a volte dipanando italiano, sloveno, nediško, per poi riunire le sue lingue in composizioni, a volte poetiche, altre narrative, che sfidano confini geografici e categorie linguistiche.


Ad Antonella, dunque, ho pensato per parlare d’amore e lingue.


Per concorrere a costruire e ispirare un sentire il plurilinguismo, oltre al pensarlo, volerlo, pianificarlo. Un plurilinguismo vicino e dentro alle persone, alle loro storie, alle loro voci.


Un plurilinguismo più sinestetico.
Un plurilinguismo… innamorato.

 

Antonella, tu scrivi in italiano, parli e insegni in sloveno ma la lingua in cui sei cresciuta è il nediško, il dialetto delle Valli del Natisone – con quale di queste lingue hai una storia d’amore?

 

Non è un legame idilliaco o pacificato, ma una storia d’amore profonda quella con il nediško. Lingua dell’infanzia, del corpo, della prima percezione del mondo, del suono prima ancora della sintassi. Lingua materna che vive nella pancia, nel canto, nelle preghiere, negli odori della casa… È però anche la lingua di cui sento il limite e di non essere mai abbastanza adeguata nel possederla del tutto o nel darle una forma compiuta sulla pagina.


L’italiano è diventato la mia casa letteraria, la lingua dell’architettura e della scrittura vera e propria. Lo sloveno è la lingua della geografia e dell’insegnamento, anche con lei la mia relazione è difficile. Ma il nediško rimane quella presenza/assenza fondamentale, l’innamoramento primario. È una madre ingombrante per il peso delle origini, della sua storia, per il groviglio della sua natura, ma è anche fragile e vulnerabile perché in via di estinzione. Da questo stridore nasce il mio senso di inadeguatezza: la sensazione di non poter mai restituire abbastanza a questa lingua sconfinata, di non saperla o poterla scrivere interamente, di tradirla scendendo dal suo abbraccio.


Ho poesie dolenti che parlano di lei, piene di fioriture, di amarezze e di esplosioni e di dubbi e di inquietudini. Le mie dichiarazioni d’amore stanno nei piccoli intarsi sonori del dialetto che affiorano nei miei testi. Tento di far vibrare quel suono nativo dentro le altre lingue che abito, lasciando che l’amore per la parola rimanga aperto e vitale, un gesto imperfetto, mai completamente addomesticato.


Allo stesso tempo, cara Irina, sento una distanza che nasce da un pudore doloroso: il peso di non riuscire a considerare quella lingua materna sufficiente per me, per la mia ricerca poetica. Che presunzione, eh? Allo stesso tempo riconosco che il nediško non mi basta per dire tutto quello che la mia poesia ha bisogno di dire e non è un tradimento, ma una presa d’atto piuttosto sofferta. La mia lingua d’origine ha una sua forma di pienezza che, sulla pagina, avverto però come un perimetro troppo stretto rispetto alla vertigine del mondo. Credo che sia il desiderio di astrazione e di sconfinamento che mi sposta da una lingua piccola a uno spazio linguistico in cui rischiare e costruire in un corpo a corpo fatto di sonorità slave, di echi e di risonanze che continuano a battere sulla pagina. In Madame Bovary c’è un momento in cui Flaubert dice: «Nessuno, mai, riesce a dare l’esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è spesso come un pentolino di latta su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle.»

 

Ci siamo scritte in questi giorni. E io ho scritto, interrogandoci: “Le tue parole non hanno e non portano confini ma intrecciano. Se poi parlano d’amore…” continua tu…

 

A questo tuo invito aggiungo questi miei versi: «Il confine insegna a stare fermi / e non gli importa della tua natura / ma anche a lei non importa di lui / come due innamorati che fanno finta di non amarsi / tengono la posizione». Proponi temi sui quali mi dibatto da tempo e in verità non ho risposte. Le parole hanno confini? Le parole intrecciano? Sanno dire l’amore?


Alla fine mi arrendo. Riconosco che non mi interessa vivisezionarli o darne una definizione teorica. Mi basta stare esattamente dove tutto questo accade: nell’attrito del confine, nell’instabilità dell’intreccio, nei tentativi imperfetti, nell’affollamento delle lingue e nella materia imprevedibile dell’amore che, lui sì, tutto intreccia dentro e fuori di noi! È una posizione d’ascolto, e anche di resistenza. In qualche modo tengo la posizione. La poesia per me non è uno strumento per sciogliere i nodi, ma il luogo in cui abito questa sospensione. Non so se le parole riescano davvero a unire o a dire l’amore, ma so che stare in questo dubbio — con tutto il corpo, con le mie lingue e con le mie domande senza risposta — è l’unico modo che conosco per fare poesia. « E questa lingua dove abito è un roseto / sbocciato in un tempo perduto / un alfabeto segreto che ho rubato alla luce del passato / non parola ma campo sconfinato e fiato dal ritmo inquieto / questa lingua dove abito è un vuoto amato e odiato / abitato da un amore scordato / un boato che corre che corre come un criceto».

 

I confini e i limiti linguistici sono spesso posti “dagli altri”. Chi ti chiede in che lingua pensi e sogni. Chi ti richiede di definire un livello di padronanza. Chi ti guarda stranito perché non capisce in che lingua tu stia parlando e scrivendo. Chi ti dice “ma tu da che parte stai, che lingua sei..?”. Tu come vedi e vivi i limiti linguistici, espressivi posti dagli altri? Hai dei consigli…?

 

Viene da chiedersi, cara Irina: devo rispondere sempre rimanendo sotto l’egida del senso amoroso o, pronti via, tiriamo fuori le asce e ci scanniamo?


Perché queste domande — «in che lingua sogni?», «da che parte stai?», «quanto bene la parli?» — nascono proprio da un’ansia di classificazione che con l’amore ha pochissimo a che fare e assomiglia molto di più a un interrogatorio doganale. C’è sempre qualcuno che ha bisogno di misurare, perimetrare, verificare la purezza o la fedeltà di chi scrive, imponendo un confine burocratico lì dove c’è solo materia viva.


Io questi limiti e queste caselle li vivo con un misto di insofferenza e stanchezza. Pretendere che una persona, un poeta o chicchessia, debba dichiarare un’appartenenza monolitica significa ignorare che la vita emotiva e linguistica è fluida, bastarda, piena di interferenze e di zone d’ombra. Non siamo un modulo da compilare per l’ufficio anagrafe.
I limiti posti dagli altri sono recinti che servono a rassicurare chi li costruisce, non chi sta dentro la creazione (una banalità dovevo pur dirla!). Io sto nel e col suono, nella voce, nell’attesa, e ogni tanto nella meraviglia.


Al controllo di chi misura i livelli di padronanza, io preferisco contrapporre un altro fare amoroso. Penso a quando, lavorando al progetto La poesia dei dialetti, mi ritrovo con i gruppi di anziani nelle case di riposo a tradurre poesie in dialetto. Lì, di fronte a persone che spesso hanno perso tutto, vedi chiaramente che il dialetto non è una categoria sociolinguistica o un folklore da esibire: è la loro ultima casa, un rifugio intimo e indistruttibile che nessuno potrà mai portar loro via. Lì la lingua non chiede brevetti, chiede solo di continuare a risuonare.


I consigli? Non saprei. (Mi viene in mente Michela Murgia che dal palco incita: «Disubbidite! Disubbidite!») Forse un consiglio è quello di diffidare sempre dai custodi della purezza linguistica e dai controllori di volo dell’identità. A chi vive sui margini, a chi abita più lingue o dialetti, direi solo questo: abitate le vostre mancanze, le vostre imperfezioni e i vostri intarsi senza chiedere scusa. Non dovete mostrare un patentino di padronanza per aver diritto di usare la voce che vi abita. La poesia serve esattamente a questo: a smontare le sbarre di questi limiti e a ricordarci che non siamo chiamati a definire da che parte stiamo, ma a rimanere liberi nell’inclassificabile. Perché qui «… niente è più intatto, baratto ciò che mi rimane con un piccolo ma esatto atto d’amore».

 

Hvala, draga Antonella. Non sapevo dove saremmo finite, ma… un bel regalo per noi e per le lettrici e i lettori di Isonzo-Soča, questa breve conversazione.

 

Antonella Bukovaz è originaria di Topolò-Topolove, nelle Valli del Natisone. Poetessa e artista, la sua ricerca si muove da sempre lungo una tensione performativa, con una costante attenzione alla cura della voce e all’intreccio tra testo, suono, corpo e azione. La sua esperienza plurilingue attraversa anche la scuola, il lavoro con i giovani e l’ascolto degli anziani: è stata tra le fondatrici della scuola bilingue sloveno-italiana di San Pietro al Natisone, conduce laboratori di scrittura creativa per giovani e sviluppa progetti di poesia intergenerazionale nelle case di riposo.

 

Ha pubblicato Tatuaggi (Lietocolle, 2006), al Limite (Le Lettere, 2011), Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012), koordinate (2012) e Guarda (2015) per le edizioni Pulcinoelefante, 3X3 parole per il teatro_3X3 besede za teater (ZTT-EST, 2016), casadolcecasa_domljubidom (Miraggi, 2021), Compagnevole animale (B#S edizioni, 2022), La pietra e il prato (Samuele editore, 2026). È presente nelle antologie: Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012), Il Friuli dei poeti a cura di G.M. Villalta (Storie, 2024), Antologia di RicercaBo (Manni, 2024), Una mappa poetica del confine (Fondazione PnLegge, 2025), Exit poetry. Poesia futura (La nave di Teseo, 2026). Per il teatro sonoro Hanna’s Atelje Sonoričnih umetnosti di Lubiana ha scritto e interpretato le opere S.E.N.C.E (2010), Sonokalipsa (2013) e Pavana za Antigono (2014).


Nel 2025 ha curato La poesia dei dialetti e il paesaggio delle immagini (GO!2025). Dal 1994 al 2022 ha collaborato alla realizzazione di Stazione di Topolò-Postaja Topolove. Attualmente è presidente dell’associazione Stazioni_Postaje aps.


Il suo canale YouTube è https://www.youtube.com/@poesia-bukovaz 

 


Canto per Linguesconfinate (al Limite, Le Lettere, Firenze 2011)

 

Oggi (just for one day)
si potrebbe giocare a pensare che la lingua
danes (just for one day)
si potrebbe giocare a pensare che la lingua
permetta esplorazioni
che non hanno a che vedere con il pensiero
si materializzi
in un vento che sposta i piani di osservazione
e produca il gesto che fa sparire l’orizzonte.

 

Parlo dal bordo e solo mi capisce
chi arretra per dare spazio
alla respirazione della distanza
tra una lingua e l’altra
componendosi nel suono che resta
mentre infilo il dito nella terra
infilo il dito tra un sasso e l’altro
e parlo da questa compresenza
in cui sempre cerco la parola persa.

 

Vesti il sudore dei miei pensieri
scivoli in rivoli dalla cupola della mente
gocciolandomi in bocca
ne prendi la forma
come un tempo che segna
e l’aria che occupa.
Parlo dal colmo in me razume samo
chi diserta la linea immaginaria
e gode di suoni incomprensibili.
Parlo dal fondo dov’è l’amaro e inizia la gola
e i suoni slavi compongono il mondo
che appena mi consola.

 

Ti ho attraversata per tradirti
ti sei leccata i baffi al mio passaggio
potessi avere il ritmo della risacca
saresti lingua di ciottoli
e andremmo mescolate al mare
ma è questo restare… restare… restare…
che mi allontana.
Bisogna l’aurora mi tenga da parte
e non mi perda di vista
sarà facile in un coro di poche migliaia
bisogna lei abbia l’aiuto del fiume
e della giostra di civette
speriamo non si accorga dell’eco breve
di questa lingua sorda fatta a fette.
Zora chiarore d’oriente
schiarisci il corpo sonoro
di questa mia madre dolente
ha l’andatura di popolana altera
madrecustode che risuona
in un profumo di tigli.

 

lahko noč… lahka naj ti bo noč….
to poznaš? to pot poznaš?
lahko noč… lahka naj ti bo noč….
to poznaš? to pot poznaš?

 

L’identità t’incatena mentre l’acqua sale alla gola
ma qui sono tutti troppo troppo perbene
per aggrapparsi o farne scialuppa
spargerti come seme.
Se io fossi un cavaliere innamorato e tu la mia donzella
ti rapirei e ti porterei lontano e ti chiederei di cantare
vorrei sentirti eco – tradotto linguaggio
rimbalzata da altri versanti – da nuovo paesaggio.
Se io fossi un viaggiatore inquieto e tu la mia casa
ti traslocherei ad ogni partenza
vorrei vedere cosa va perso
e cosa pensato perduto ricompare.

 

Si moja piham diham piham si moja
medtem ko čakam da se odpre
diham si moja medtem ko čakam
da se odpre piham si moja
ko čakam tvoj veter
diham si moja medtem ko čakam
čakam si moja
da se odpre tvoj veter.

 

E chi tra i miei ti parla ancora agilmente?
Tirano i fili alle tue calze di bisso
infilandole con la loro lingua grezza
scorticano la tua pelle di slava sottile
carezzandoti con zampe di gazza.
Ecco loro – il passo corto
gli ammaestratori di pulci
pensano pensieri parlano parole
tutto come fosse sempre ieri
e ieri non avesse prole.

 

Voce voce voce
ho bisogno di voce
con la voce – cercata
parlata – nella voce.
E’ stata. Dove? Tam! Tam!
Dajte mi glas glas glas
E ora è tardi
e ora è domani.
Tam je blo
ali tamle… al talee
kje? Persaripersa
mai avuta mai posseduta.
Zgubila san se….
Esaurita nei salotti
della battaglia
sul passo
della montagna
persa di vista
allontanata
è che mai mi hai fatto ballare
nella tua cucina
solo rosari e odore di fuliggine bagnata.

 

Il dire come posso
è permesso?
Pusti me! toglimi le mani di dosso
io non sono come te
Ljuba
ti sta gocciolando il sangue sulle scarpe
ljuba
sediamoci un attimo
bianco
ti ripulisce il mio verso
bianco
altrimenti ho perso.

 

Parlo te
a te ritorno
ad ogni passo
compone il suono
tra le macerie un senso.



Articolo originale in Italiano.