LA POLITICA DELL’AMORE PERDUTO

LA POLITICA DELL’AMORE PERDUTO

di FRANCO JURI

In politica e in diplomazia – si dice – l’amicizia, l’amore e i sentimenti non contano, non esistono. Esistono e contano invece solo gli interessi, almeno così ce la spiegano i realisti e i pragmatici. I politici spesso e volentieri, come fonti di ispirazione dei loro programmi e del loro agire, preferiscono sbandierare i “valori” e la “morale”, ma poi finiscono quasi sempre per operare a seconda degli interessi; economici, pecuniari, corporativi, geostrategici, geopolitici, di classe o di religione. Forse ci fu un tempo in cui la politica, intesa come gestione della res pubblica, era ben altra cosa che una mera e fredda tecnologia del potere. C’erano politici che di sentimenti, passione, persino amore, ne avevano e ci credevano. Spesso ingenuamente. Fu soprattutto il secondo dopoguerra che, malgrado gli scontri ideologici e le tensioni della guerra fredda, mantenne nella politica una carica di umanità e di cultura che sorgeva quasi a compensare la barbara disumanizzazione della guerra alle spalle e dell’apparentemente sconfitto nazifascismo. Non intendo idealizzare i politici di allora; di corruzione morale, ipocrisia e meschinità ce n’erano anche in quei tempi a bizzeffe. Ma ampi settori della società vivevano la politica come una vera promessa di democrazia e giustizia sociale; un’agorà in cui la partecipazione era fatta anche di sentimenti, ideali, passioni, amore, sincerità, etica e speranze. Personalmente ho visto e percepito in epoca più recente, solo rarissimi casi di statisti o personalità ispirate da un notevole spessore etico e dall’amore per l’umanità. Posso citarne alcuni; Salvador Allende, Martin Luther King Jr., Nelson Mandela, Pepe Mujica, per ricordare solo quattro grandi esempi, ma anche papa Francesco, di cui Prevost è un buon erede morale.

 

Ma qual è la percezione della politica e della diplomazia oggi? C’è in esse posto, anche se solo in forma retorica, per l’amore, l’amicizia, l’affetto? I politici sono in fondo uomini, sotto la cui pelle scorre il sangue e palpita un cuore.

 

Partiamo dai gesti, dal linguaggio del corpo; sarà ormai quasi una trentina di anni che gli statisti, i commissari e le commissarie, i ministri e le ministre nell’Unione europea si baciano e abbracciano a ogni incontro. Con qualche eccezione; Victor Orban, ad esempio, preferiva e soleva fermarsi ad un cavalleresco baciamano per le signore. Ricordo che questa affettuosa ritualità, il bacio sulla guancia, lontana dall’essere una peculiarità nordica o centro europea, venne introdotta nei saloni dell’UE soprattutto dagli spagnoli. In Spagna infatti il bacio sulla guancia tra uomo e donna, come pure il tu, al primo incontro, è quasi d’obbligo, forse frutto della transizione postfranchista e di un certo rilassamento nei rapporti sociali. Il bacio era abituale anche tra i colleghi e le colleghe del corpo diplomatico a Madrid e poi, man mano, questo gesto intimo di apparente complicità ed empatia, così mediterraneo, fu fatto proprio a Bruxelles anche dalla nomenclatura dei più gelidi eurocrati. A superarlo, in passato, era stato solo il focoso abbraccio russo sovietico con bacio sulla bocca alla Brežnev-Honecker compreso. Ora, sorrisi, baci e abbracci sembrano essere una prerogativa squisitamente europea. Un modo, più calcolato che naturale e sincero, di presentarsi agli europei con gesti di calorosa umanità. Esprimere l’amicizia e la fiducia che legano o legherebbero i membri dell’UE. Siamo una famiglia, e i famigliari si baciano e abbracciano. Amore? Amicizia? Affetto? No, solo semplice protocollo! Guardate come tutti si abbracciano, e poi abbracciano, accarezzano, baciano e danno pacche di incoraggiamento sulle spalle di Zelensky ogni qualvolta questo appare e chiede nuovi aiuti militari. Tutti lo guardano tra ammirazione per l’eroe e compassione per un bimbo con necessità specifiche. Ma non lasciamoci ingannare. Tutta questa mostra di affetto è da copione di una kermesse per l’opinione pubblica europea. Dietro ai baci e abbracci covano prosaici interessi, improbabili tattiche, pericolose strategie, spesso lontane da ogni empatia per l’umanità. Baci e venti di guerra, abbracci e compravendite di armi, sorrisi e droni. L’ Unione europea ormai, ossessionata dal pericolo russo, si prepara alla guerra e si arma, sperando di dar impulso alle proprie economie in crisi fabbricando carri armati, razzi e sistemi antiaerei, prospettando così uno scenario di desolazione in cui, come funghi dopo la pioggia, crescono le estreme destre. Si baceranno presto anche Ursula Von der Leyen e Alice Weidel? Si abbracceranno Antonio Costa e Santiago Abascal?

 

Tra i leader europei con maggior impeto espressivo, teatralità e capacità di recita a soggetto c’è senz’altro Giorgia Meloni, le cui iridi e orbite oculari raccontano sempre tutto e di più. Sa essere dolce e sferzante nell’arco di pochi secondi. Ma tutta la civetteria europea che senso ha, se dopo la crisi di Ceuta, pianificata e guidata a distanza, l’Italia ha annunciato di sospendere l’accordo di Schengen con la Spagna, invece di esprimere solidarietà, come a suo tempo fece il governo Sanchez con l’Italia durante gli sbarchi di immigrati a Lampedusa? Dopo l’anatema di Trump a Pedro Sanchez, perché critico della guerra americana contro l’Iran e di Israele per il genocidio in Palestina, ecco che al posto dei baci arrivano al premier socialista spagnolo critiche e rimproveri strumentali da coloro che dovrebbero essere gli alleati naturali di Madrid. Da Giorgia Meloni e la destra italiana in primis. Il mondo e l’Europa cambiano in fretta. Le destre più estreme, convinte che sia giunto il loro momento, agiscono coralmente e strizzano l’occhio a Trump e a Netanyahu, quella tedesca lo fa anche con Putin. Le estreme destre si amano forse? Si scoprono amanti di Israele anche se tra le loro file striscia da sempre l’antisemitismo? L’unica cosa che sembra associare la politica odierna all’amore, quello più cieco, è un’apparente assoluta mancanza di logica, di razionalità. Ma è anche questa solo un’illusione ottica. Nella stretta alleanza tra la destra estrema israeliana e quella europea e americana, c’è un filo di Arianna, logico e razionale, che lega i movimenti sovranisti nell’intento di cambiare il mondo, dalle Americhe all’Europa, spazzando via i residui di democrazia liberale e socialismo, per imporre regimi populisti, nazionalisti, illiberali e sfrenatamente neoliberali. Proprio in questo contesto il presidente del governo sloveno Janez Janša, sorprendendo, ma forse non preoccupando eccessivamente tutti a Bruxelles, ha posto il veto a una dichiarazione congiunta europea di condanna degli insediamenti illegali israeliani pianificati in Cisgiordania e delle violenze dei coloni nei confronti dei civili palestinesi. La prima dichiarazione ad aver ottenuto un consenso quasi unanime dei membri UE. Quasi, visto che la Slovenia, fino a ieri solidale con la Palestina e la popolazione di Gaza, si è schierata senza se e senza ma, negando che quanto accade a Gaza possa essere un genocidio, con l’Israele di Bibi, Smotrich e Ben Gvir. E con i coloni israeliani, in quella che anche alti esponenti del governo di Lubiana chiamano ormai con i nomi cari ai sionisti; Samaria e Giudea. Subito dopo, al margine dell’Assemblea generale dell’ONU a New York, Janša si è riunito, sorridente, con Netanyahu, ormai il suo mentore politico a tutti gli effetti. Il governo sloveno, che ormai fa poco o niente per dissimulare la sua vicinanza ideologica all’estrema destra europea, ha impresso una svolta di 180 gradi alla politica estera del paese, in netto contrasto con quella del precedente governo di centrosinistra guidato da Robert Golob e della stessa presidente della repubblica Nataša Pirc Musar.


In questo quadro va inteso anche il caloroso abbraccio tra Giorgia Meloni e il premier sloveno Janez Janša al primo Consiglio europeo cui questi ha partecipato. Effusione dal marcato significato politico. L’abbraccio con bacio, poco comune per il ligneo e solitamente tenebroso Janša, è arrivato dopo che il premier sloveno aveva espresso le sue ammirate congratulazioni a Giorgia Meloni per la durata del suo governo. Meloni e Janša sono due alleati ideologici e politici, entrambi vicini a Trump, Netanyahu e Milei, malgrado il partito del secondo, l’SDS, sia ancora affiliato formalmente al Partito popolare europeo. Janša in queste ultime settimane si fa fotografare – forse per ridisegnare la sua vecchia immagine di politico permanentemente cospirativo e sospettoso – sorridente, appagato, quasi felice. Ma anche dopo l’amorevole incontro tra i due leader, Fratelli d’Italia ha continuato a votare contro ogni tentativo di dare alla comunità slovena una presenza garantita in parlamento, come fa invece la Slovenia per quella italiana e ungherese. Mentre il governo italiano non ha abrogato i controlli temporanei alla frontiera tra Italia e Slovenia che sono stati invece nuovamente prorogati fino al 18 dicembre 2026. E poi si vedrà. Se questo è amore…



Articolo originale in Italiano.