MA QUALCUNO LASSÙ AMA LE DONNE?

MA QUALCUNO LASSÙ AMA LE DONNE?

di ANNA DI GIANANTONIO

L’interessante report sulla povertà della Caritas diocesana del luglio 2026 dal titolo Storie di volti off line. Profili non visualizzati avrebbe dovuto suscitare un grande dibattito tra le forze politiche cittadine, ma questo non è accaduto. Forse perché si dà per scontato che la povertà sia un dato naturale delle società umane, dove “ci sono sempre stati i ricchi e i poveri”? Povertà dunque come dato immodificabile di ogni tipo di società civile, frutto anche delle scelte sbagliate dei singoli che non hanno studiato, o lo hanno fatto troppo poco o che sono pigri, poco adattabili, alcolisti, sdraiati sul divano, incapaci di valorizzare il proprio “capitale umano”. In realtà la povertà – come vedremo – è frutto di decisioni politiche, quindi di rapporti di forza e di leggi. La Caritas racconta di aver analizzato un campione isontino di 1672 unità e di aver rilevato la crescita dei lavoratori poveri, che, con i bassi salari che percepiscono, non arrivano a fine mese, anche perché costretti a pagare un affitto a prezzo di mercato. La povertà riguarda soprattutto chi ha figli a carico (ne basta uno) e chi vive da solo, e colpisce sempre di più le famiglie italiane.


Purtroppo il report diocesano non inserisce nella statistica la variabile di genere, che andiamo allora a ricercare in altre pubblicazioni, come quelle della Fondazione Di Vittorio e della Commissione Pari Opportunità della Regione.


Intanto conviene fare un passo indietro e ricordare come in questi anni il mercato del lavoro abbia subito delle “riforme” legislative, frutto di scelte politiche, che hanno creato una maggiore precarietà e insicurezza. Analizzando le leggi che si sono succedute negli anni, si nota una polverizzazione degli interventi, una pletora di norme che rendono davvero difficile orientarsi tra le varie tipologie contrattuali. L’impressione che se ne ricava è che il contratto a tempo indeterminato e con poche deroghe appartenga solo alla prima repubblica, durante la quale si parlava di piena occupazione e di diritto al lavoro dignitoso. Tutto questo è stato smantellato in nome dell’esigenza della massima flessibilità del mercato del lavoro.


Dal pacchetto Treu che nel 1997 ha consentito il lavoro interinale, il lavoro somministrato tramite agenzie private, il contratto di apprendistato (fino ai 24 anni) e gli stage, incentivando il part time e i contratti a termine, alla legge Biagi del 2003 che ha introdotto nuove forme precarie come il lavoro a chiamata e ha affidato il collocamento alle agenzie private, alla riforma Renzi che nel 2014/15, con l’abolizione dell’articolo 18, ha facilitato ancora i contratti a tempo determinato e a termine e ha modificato il codice degli appalti e delle cooperative, spingendole a una concorrenza al massimo ribasso, alla messa in discussione, da parte di Draghi e Meloni del decreto Dignità del 2018. Draghi e Meloni hanno ripristinato una maggiore flessibilità e affidato alla contrattazione aziendale (molto più debole di quella nazionale) l’individuazione di eventuali correttivi. Si è creata così una frantumazione dei contratti di lavoro, che hanno reso più difficili le trattative e hanno creato nuove forme di sfruttamento.


Un esempio eclatante è la diffusione dei cosiddetti contratti part time involontari cui sono impiegate oltre il 30% delle donne e solo il 9% degli uomini. La donna viene assunta con questo contratto, perché spesso non c’è altro modo per lavorare in determinati settori (ristorazione, cooperative sociali e di pulizie). La lavoratrice spera di conciliare lavoro e famiglia, ma spesso succede che il responsabile chieda un aumento di ore di lavoro o imponga dei turni particolari, che incidono sulla possibilità di occuparsi della famiglia. Le ore in più sono retribuite, ma il datore paga contributi e quindi pensioni in base ad un orario minore. Così nasce il lavoro povero che determina una pensione molto ridotta.


Con alcune amiche del gruppo Lilith, che riflette a tutto campo sulla condizione femminile, abbiamo iniziato a fare una serie di interviste a lavoratrici di Gorizia. Il quadro che esce dal settore privato, sia per quanto riguarda il lavoro operaio, sia per quello del terziario avanzato, è davvero sconsolante. In fabbrica emergono problemi come la scarsità di investimenti per nuovi macchinari e il ricorso massiccio al lavoro manuale, estremamente pesante e che produce malattie professionali; i ritmi di lavoro intensi in periodi di maggiore produttività che mettono a dura prova la serenità delle operaie e creano un clima teso ed aggressivo nei reparti. Nel settore del terziario avanzato la grande concorrenza tra occupate, alle quali è richiesta un’altissima efficienza e una piena connettività, cioè la disponibilità a inviare messaggi, rispondere a mail e comunicare ben oltre l’orario di lavoro. Su tutti primeggia il problema della maternità: la difficoltà a essere assunte se si ha un figlio, oppure la maternità vista come ostacolo all’efficienza della lavoratrice con grandi competenze, che spesso vede rallentare la sua carriera ed è sollecitata a tornare in ufficio il prima possibile. Avere figli è un ostacolo al lavoro femminile e rende difficile fare carriera, mentre permane il welfare famigliare per l’insufficienza di asili pubblici. I carichi di lavoro di cura sono ancora sulle spalle delle donne, con la sola lieve inversione di tendenza per cui oggi i padri si dedicano ai figli in misura maggiore di un tempo. Ma cura degli anziani, pulizia e gestione della casa sono per la maggior parte sulle spalle femminili. Leggendo la letteratura in proposito lo sconforto è grande. Sentiamo da decenni le stesse cose, ma la situazione non migliora o migliora troppo lentamente. I temi della violenza sulle donne o del mobbing devono essere collegati alla situazione lavorativa: una donna che non lavora e con figli, che non riesce ad accedere alla casa popolare e con un reddito basso incontra grandi difficoltà a lasciare il marito. Le condizioni di ricattabilità, e dunque il mobbing, aumentano quando il posto di lavoro è precario e non c’è possibilità di scelta. Non è possibile accettare condizioni di così evidente disparità, soprattutto nel contesto italiano dove i salari complessivi hanno un potere d’acquisto inferiore a quello degli anni ‘90. Colpisce la grande disattenzione sui problemi concreti della vita delle donne. Ci pare necessario che su questa mastodontica discriminazione si accenda il faro della politica e la sensibilità della società civile.



Articolo originale in Italiano.