QUI DOVE LE LINGUE SI AMANO

QUI DOVE LE LINGUE SI AMANO

di PATRIZIA DUGHERO

Ci sono traduttori che attraversano una lingua per portare altrove una voce. E ci sono traduttori che fanno del passaggio stesso una forma di esistenza. Jolka Milič appartiene alla seconda categoria. Nata a Sežana nel 1926 e rimasta legata per tutta la vita a quella terra di confine, ha abitato il punto in cui le lingue si incontrano. Sloveno e italiano, per lei, non sono state soltanto due lingue da conoscere e trasferire, piuttosto due rive di uno stesso paesaggio umano. La sua attività di traduttrice, critica e pubblicista (si suppone anche di poeta) si è sviluppata precisamente dentro questa geografia, attraversando il confine linguistico e culturale. La sua opera di traduzione è impressionante per ampiezza: più di centosettanta poete e poeti della letteratura slovena e mondiale sono entrati nel suo lavoro, mentre oltre cento raccolte hanno accolto le sue traduzioni. Ma ciò che più conta non è il numero, bensì la direzione del movimento: Milič traduceva dall’italiano allo sloveno e dallo sloveno all’italiano, percorrendo il ponte in entrambe le direzioni. Il confine, nella sua esperienza, non appare come una linea che separa due appartenenze, ma come una soglia da attraversare. La lingua dell’altro è una casa nella quale entrare con attenzione, senza cancellare la propria voce. Inoltre Gorizia è una tappa concreta della sua formazione – nel 1947 vi consegue il diploma magistrale – quindi un luogo simbolico della sua vocazione a unire ciò che il confine aveva separato. La sua voce nasce dunque dal Carso e dalla Goriška, attraversa Trieste e arriva all’Italia senza mai abbandonare la lingua slovena. Non a caso una testimonianza pubblicata dal Comune di Sežana la definisce “ambasciatrice della cultura che dovrebbe unire le persone”. E proprio parlando dell’area transfrontaliera, Jolka riconosceva nel dialogo fra italiani e sloveni un compito ancora aperto: conoscersi e fare della vicinanza una vera condivisione. In questo senso, il suo lavoro non è soltanto traduzione: è un esercizio antesignano di ricongiungimento, che ora, qui nelle Gorizie, non può esser dimenticato. Dunque amore congiunto partendo dalla lingua: amore come attenzione, cura, disponibilità a lasciarsi modificare dall’altro. Tradurre, per Jolka, significa infatti accettare che la propria lingua non sia sufficiente; riconoscere che una parola può possedere un’altra vita oltre la propria, che un’immagine può sopravvivere al passaggio, ma anche trasformarsi, perdere qualcosa e guadagnare qualcos’altro. La traduzione di Jolka Milič è dunque una pratica di relazione. Non è casuale che si sia rivolta con particolare intensità alla poesia, luogo nel quale una lingua diventa più irriducibile: ritmo, suono, silenzio, ambiguità, misura, memoria culturale. Tradurla significa entrare in una materia fragile senza spezzarla.

 

È emblematico il suo rapporto con Srečko Kosovel, poeta del Carso e figura fondamentale della poesia slovena. Milič dedicò una parte importante della propria attività alla sua traduzione in italiano – ha curato Poesie di velluto e Integrali e successivamente Tutto il mondo è come, Kons, Kons 2 e altre opere – oltre la metà delle numerose edizioni italiane delle opere di Kosovel è legata al suo lavoro. A Sežana, il luogo dal quale partire, ma anche il limes fra Trieste e il Carso sloveno, questa mediazione acquista un significato particolare: due direzioni che non devono produrre contrapposizione, ma possono generare una terza dimensione, lo spazio del confronto. Così la sua voce di traduttrice e mediatrice ha portato la poesia slovena in Italia, creando un dialogo fra due culture vicine e insieme profondamente diverse. Le poesie dovevano poter «viaggiare sulle lingue e attraverso le culture», non essere semplicemente trasferite, ma messe in movimento: «traduttrice», ci dicevamo spesso, «come traghettatrice», facendo in modo che le due rive possano riconoscersi, perché Jolka, più profondamente amava una lingua, più cercava l’altra.

 

Nelle pagine di “Fili d’aquilone”, rivista online “d’immagini, idee e Poesia” – https://www.filidaquilone.it – il suo impegno è emerso con particolare evidenza. Fu redattrice della rivista e nel corso degli anni vi presentò e tradusse numerosi poeti sloveni, consolidando il ruolo di ponte fra le due letterature. La sua presenza proseguì fino alla morte, avvenuta il 21 gennaio 2021. Il numero 57 della rivista fu dedicato alla sua memoria, a firma Alessio Brandolini, poeta, coordinatore e cofondatore della rivista, che ho avuto il piacere di conoscere condividendo, su incitazione di Jolka, una fulgida partecipazione al festival “XV. Mednarodni Lirikonfest Velenje” (2016). Ne conservo il ricordo, una comunicazione fluida per tutti i parlanti le lingue slave, senza bisogno di riversare in inglese, anche quando i dibattiti si facevano forti e riguardavano il focus, come poesia, traduzione, alterità, lingua e identità: «Vsi smo beg XXI. st.! / Poezija = razbito ogledalo» / «Siamo tutti fuga del XXI secolo! / La poesia = specchio rotto».
In questo spazio vorrei collocare anche l’esperienza di Filare i versi / Presti verze, la mia raccolta di haiku, da lei tradotta e voluta. C’è qualcosa di particolarmente intenso nel fatto che si tratti di haiku, già per loro natura una forma di attraversamento: pochissime parole devono contenere un’immagine, un tempo, un respiro, spesso una soglia fra l’umano e il naturale. Tradurli significa compiere un attraversamento dentro un attraversamento. Nel passaggio da “Filare i versi” a “Presti verze”, la parola italiana viene accolta dalla lingua slovena senza perdere la propria origine; cambia ritmo, suono, corpo (quindi forma e soprattutto sillabazione) ma continua a portare con sé l’immagine da cui è nata. Dopo questa esperienza, fu Jolka a spingermi a portare, da Bologna a Gorizia, Qudulibri, la casa editrice che avevo fondato e che tanta poesia continua a pubblicare (molta in traduzione), perché «non può essere che a Gorizia non ci sia un editore di poesia», mi diceva. Ho ascoltato quella sua ostinata fiducia e oggi sento che anche questa scelta appartiene alla sua eredità: una poesia da custodire, ma soprattutto da far vivere. È forse questa la sua lezione più profonda, il suo lascito non è soltanto nelle traduzioni che ha lasciato, ma nell’aver dimostrato, attraverso la poesia, che il confine, quando viene attraversato dalla parola, può cessare di essere una fine. Per questo, pensando alle due Gorizie congiunte, sento che qui la parola amore non è un ornamento, ma l’esatta parola, mentre Jolka, con il suo fare ruvido, a volte caustico, spesso provocatorio, rimane una “madre poetica” che mi ha insegnato che la lingua più amata è quella che sa aprire una porta sulla lingua dell’altro.



Articolo originale in Italiano.