GAP THE MIND. IL CONFINE DELL’AMORE
di MARCO MARANGONE
L’amore è intrinsecamente una questione di confine varcando il quale si accede ad un altrove. In tal senso, vivere un territorio segnato da un confine tra stati e sedimentazioni della Storia che peraltro quei confini hanno reso mutevoli, offre il privilegio di camminare quotidianamente su una metafora dell’amore.
Prenderò in prestito alcune considerazioni altrui (vecchio trucco: le citazioni riflettono la luce dei loro autorevoli autori) usandole come pioli della scala di ragionamenti incrociati che ti invito a salire nella visita guidata al vuoto che propongo. Partirei dalla seguente affermazione, attinta dal libro Mantieni il bacio dello psicanalista Massimo Recalcati, che ragiona sulle cause della caducità dell’amore di coppia: “Non esiste l’amore che non si nutra di mancanza”, a ribadire la necessarietà dell’amore che rimane in potenza, celato nel non ancora espresso, nel non ancora scoperto che continua a rendere l’altro ancora misterioso e oggetto di curiosità.
Recalcati ribadisce poi il concetto con l’espressione “ti amo perché mi manchi e non mi manchi perché ti amo”. Questa rinuncia alla pretesa di possedere interamente (la conoscenza del) l’altro, implica la rinuncia alla sicurezza che ciò comporta in quanto forma di controllo: ti conosco, dunque sei prevedibile e affidabile. L’amore dunque è visto come un processo che avviene nel tempo e in cui ad ognuno è richiesto l’impegno a rinnovarsi perché esso resti dinamicamente vivo e vitale. Adesso, apparentemente, cambiamo piano di osservazione.
Come già rilevato da altri, tra i quali il filosofo e psicanalista Umberto Galimberti, noi non esprimiamo verbalmente ciò che pensiamo ma seguiamo un processo inverso poiché possiamo pensare solo ciò che il personale bagaglio linguistico mette a disposizione del pensiero di ciascuno di noi.
Se ci soffermiamo su alcuni termini relativi all’amore, grattando con l’unghia la patina di abitudine che ne opacizza il significato ed osservandoli in una dinamica temporale, possiamo far emergere alcuni spunti interessanti.
Amare. Amare è l’infinito del verbo ma nell’esperienza umana l’amore, infinito, raramente lo è. Al suo esaurirsi, amare sono le lacrime che accompagnano la condizione di chi dalla relazione amorosa viene fatto precipitare. L’esperienza di abbandono, così temuta da ogni umano sin dalla sua condizione di cucciolo vulnerabile e totalmente dipendente dalle cura materne, riemerge perché impone di comprendere l’amore attraverso la sua perdita.
Amato. Amato/a, spesso accompagna il sostantivo persona: la persona amata. È un participio passato, l’amore è nel già vissuto, nella memoria, nel già (appunto) amato. È divenuto convenzione mediato dalla mente e relegato nell’album dei ricordi.
Amante. Nella nostra cultura l’amante è il partner sessuale clandestino, extraconiugale. Amante è, oltre che sostantivo, participio presente del verbo amare, l’amore vive nel presente come il profumo del fiore; viceversa il ricordo del profumo del fiore è una mediazione del pensiero che evoca il sentimento, l’emozione e la sensazione vissuti, come una rievocazione in costume: dell’esperienza, il ricordo ne è solo una rappresentazione.
Amarsi. Mi sembra la parola più interessante. Verbo riflessivo (e Cupido solo sa quanto anche in amore non sia utile riflettere), implica non solo la reciprocità nel plurale (tra partner, tra familiari) ma anche l’amorevolezza rivolta a se stessi. Questa è condizione necessaria perché non possiamo dissetare altri versando da una brocca vuota e perché è attraverso l’ascolto e la cura di sè che si affina congiuntamente la sensibilità per l’altro. Riflessivo significa anche la restituzione dell’immagine di sé: nell’amarti, amo l’occasione che mi offri di esprimere amore e posso osservare i limiti con cui riesco a farlo, potendo così provare a migliorarmi. Con l’amarsi, osserviamo una dinamica circolare che fa riaffiorare l’amante come colui/colei che non consuma la candela amorosa destinata inevitabilmente ad esaurirsi nel tempo, ma che sa compiere un atto magico: genera il combustibile di cui l’amore si alimenta, in un processo circolare che rigenera se stesso, emulando il sole. È il punto chiave del concetto che Recalcati esprime nella frase “(compiere) il miracolo più proprio dell’amore, fare dello Stesso il Nuovo”.
Tradire. Tra dire e fare c’è di mezzo … il desiderio che si rivolge altrove. L’amore ha smesso di essere ancora sufficientemente nuovo da suscitare curiosità.
Perdono. Già ampiamente sottolineata l’etimologia della parola (per dono) come offerta gratuita, prendo a prestito la metafora di Recalcati (che Massimo mi perdoni per questo spudorato e protratto saccheggio) che riguarda il Kintsugi, l’antica arte giapponese di rendere prezioso il vaso infranto dipingendo con l’oro i segni della frattura dopo la sua ricomposizione. Non si rimuove la ferita subita/inferta celandola o, in apparenza, dimenticandola, ma bensì la si eleva a insegna. L’insegnamento è che nessuno è infrangibile. La frattura che segue la caduta è lezione per entrambi perché la compassione per l’errore altrui è, a mio avviso, uno dei più grandi atti d’amore e lo è tanto più quanto più grave è stato l’insulto subito. L’atto di guarigione innalza la qualità della relazione perché si oppone alla più facile e sbrigativa soluzione di sostituire il vaso anziché ripararlo. Ci ricorda che l’amore chiede cura, pazienza e fatica. L’usa e getta di chi non ci fa più stare bene (sapendo riconoscere che alcune relazioni possono non avere oggettivamente più nulla da dare, posto che l’abbiano mai avuto) è forse qualcosa di diverso dal mero utilizzo strumentale dell’altro (l’amantide consuma religiosamente il maschio dopo l’accoppiamento: si sa che il sesso stimola l’appetito!
Il passaggio dall’amare i pregi dell’altro ad amarne la fragilità eleva la natura del rapporto amoroso tra due persone, posto che entrambe facciano onestamente del proprio meglio per essere oneste (sarò onesto, è una ripetizione voluta).
Spostando l’accento, perdono invece coloro che si fanno sfuggire questa occasione di crescita, facilmente ottenebrati dall’orgoglio e dalla rabbia che segue il tradimento/mancanza subiti ma, perlopiù, da ferite antiche mai curate che riaffiorano in risonanza.Aldiqua dell’aldilà è una frase di ironia escatologica che mi torna utile anche per rappresentare il moto dell’amore: un invasione continua nel ciò che io non sono. Mi viene l’immagine di un’altalena posta a cavalcioni del confine: la persona si dondola e alterna il suo essere aldiqua (dell’aldilà) e aldilà (dell’aldiqua). Sconfinando nell’altro esplori il confine, rientri in te, ancora e ancora … ma attenzione: l’altalena chiede spinta continua delle gambe altrimenti si ferma. E spazio per lo spostamento.
Torniamo così alla mancanza, al vuoto come fulcro attorno al quale tessere la relazione amorosa affinché non divenga amorente.
Ne Il profeta, il poeta e scrittore Khalil Gibran cita la necessità dello spazio affinché una relazione cresca sana, proponendo l’immagine di due alberi che possono crescere diritti e robusti solo grazie alla giusta distanza che li separa e che impedisce loro reciprocamente di farsi ombra privandosi della luce.
Se sei ancora convinto/a di aver bisogno di un/a partner che ti completi riempiendo il vuoto della tua esistenza, ricomincia la lettura dall’inizio.
Gap the mind!
Articolo originale in Italiano.