I CEDRI DI GREGORČIČ
di HARJET DORNIK
Il cedro di Gregorčič nel Goriziano – la memoria vivente del celebre poeta Simon Gregorčič nella nostra città. La gente slovena ha espresso la propria gratitudine all’«usignolo goriziano» piantando, nel luogo della sua ultima dimora, un albero che fin dall’antichità è stato simbolo di grandezza, forza, incorruttibilità e adattabilità. A causa della sua lenta crescita, questo albero si sviluppa più forte e resistente; tra gli altri alberi dei parchi spicca per la maestosa imponentezza del tronco e per la decorativa chioma piramidale. Da sempre il cedro è stato apprezzato per il suo legno estremamente durevole, sano e dal profumo soave, oltre che per la sua linfa rinvigorente. Nell’antichità il legno di cedro veniva scelto per proteggere preziosi scritti di valore che meritavano un ricordo duraturo, l’immortalità; per questo un’opera molto stimata veniva definita digna cedro – degna del cedro. Sentimenti analoghi nutriva il popolo sloveno verso le poesie del suo amato poeta, e per questo, dopo il suo addio, avvenuto il 24 novembre 1906, piantarono proprio un cedro a sua perenne memoria.
Tra Gorizia e Gradišče
Il poeta Simon Gregorčič ha trascorso quasi un terzo della sua vita nella città di Gorizia. La sua istruzione, dopo la scuola ad classe unica di Libušnje, proseguì presso la scuola normale di Gorizia (1852-1855); nell’autunno del 1855, all’età di undici anni, passò al ginnasio di Gorizia, dove conseguì la matura con ottimi voti nel 1864, per poi proseguire gli studi teologici nel seminario vescovile goriziano (1864-1868). Svolse il suo primo incarico di cappellano a Caporetto fino al 1873, poi a Rihemberk – l’odierna Branik – fino alla fine di novembre del 1881, e infine nel 1882 si ritirò come vicario a Gradišče nad Prvačino, dove trascorse ben ventun anni. In questo periodo pubblicò, con l’aiuto di amici, tutti e tre i volumi delle sue Poezije (Poesie) e la ristampa ampliata del primo. Quando infine il corpo e il cuore gli vennero meno e si vide circondato da oscuri presagi, decise di ritornare a Gorizia, vendette il suo «colle» e si ritirò nel Goriziano, dove visse i suoi ultimi tre anni – dal 1903 al 1906. Dal luogo della sua ultima dimora, una folla affettuosa di diverse migliaia di persone lo accompagnò a piedi in un maestoso corteo lungo il suo amato Isonzo fino alle terre natie. In ogni paesino lungo il tragitto il corteo si fermava e la bara con il poeta veniva adagiata su un altare preparato, affinché i paesani potessero rendergli omaggio e unirsi al corteo.
All’Isonzo (Soči)
Del periodo goriziano spicca la sorprendente realtà che Gregorčič, già a diciotto anni, avesse composto un’ode patria al suo fiume, l’Isonzo. L’idea risaliva ai suoi anni ginnasiali, ma la pubblicò sul Zvon di Stritar a Vienna soltanto diciassette anni dopo, nel 1879, con una modifica nella parte finale.
Il suo elemento compositivo principale è il corso dell’Isonzo tra le montagne e la pianura. La lirica del poeta segue le caratteristiche naturali del fiume amato: è leggera, vivace e limpida nella prima parte; amara e insanguinata di profezie nella seconda, quando la corrente si calma; maestosa e impetuosa nell’ultima. Il simbolo di bellezza e salute, come ricordo dei luoghi e della gente natia, si fonde con l’immagine della minaccia nazionale e con il pensiero di un oscuro futuro, che sfocia in una visione profetica lasciando spazio a un terrore vendicativo.
Così come nel corso dell’Isonzo sono presenti quasi tutte le caratteristiche primordiali e naturali di un fiume, nella poesia a esso dedicata possiamo ammirare la maggior parte degli elementi lirici e strutturali che elevano questa maestosa ode a strofa unica a un invidiabile livello di atemporalità. Nel suo linguaggio lirico Gregorčič ha intrecciato figure foniche e verbali di ogni tipo, la cui straordinaria dinamicità strutturale è arricchita da numerosi mezzi poetici: rime svariate, versi assonanzati e allitterati, metafore, personificazioni, anafore, polisindeti, omofonie, duplicazioni, ritornelli, domande retoriche, anadiplosi, iperbati e altri ancora. Particolarmente bella è la ripetuta apostrofe esclamativa: krasna si, hči planin! («sei bella, figlia delle montagne!»).
Oltre alla sua raffinatezza lirica, il pregio dell’ode è indubbiamente la visione profetica che, almeno 35 anni prima dell’inizio della prima guerra mondiale, raffigura gli orrori delle sanguinose offensive dell’Isonzo. La chiaroveggenza profetica del poeta è probabilmente un unicum nella poesia europea e nella letteratura in generale. Con la sua natura estremamente sensibile, Gregorčič percepì con diversi decenni di anticipo le angosce e le tensioni di questa terra esposta, esprimendole profeticamente nell’ode al suo amato fiume.
L’amore della gente della Valle del Vipacco
Quando operava come cappellano nella Valle del Vipacco, Gregorčič imparò ad amare i paesani del posto – sia a Rihemberk che a Gradišče – proprio come prima aveva amato la gente dei suoi luoghi natii, e loro ricambiarono con gratitudine questo amore al loro caro poeta. Apprezzavano profondamente che vivesse tra loro un poeta che nella poesia slovena aveva provocato una vera esplosione di melodiosità, infondendo a parole semplici e ricercate il potere miracoloso di sollevare dalle bassezze quotidiane verso un mondo sovrannaturale di bellezza. Lo onorarono nel modo più bello in cui si possa rendere omaggio a un poeta: scolpendo le sue poesie nei loro cuori semplici e trasfondendo quei versi con amore e orgoglio nei cuori dei loro figli. Allo stesso modo, i paesani si tramandarono con amore di generazione in generazione le esperienze di vita del poeta, le sue abitudini e le sue peculiarità. Il valore della sua poesia era tale che l’intero popolo la amava e la conosceva come propria.
La decisione del poeta per Gradišče
Il periodo creativo ma al contempo amaro a Rihemberk portò al poeta i primi riconoscimenti pubblici grazie alle numerose pubblicazioni poetiche; allo stesso tempo, però, in quel periodo fu oppresso da una grande parrocchia con un faticoso lavoro pastorale e da una difficile convivenza con il parroco Brezavšček. Così, nel periodo natalizio del 1881, a soli trentasette anni, si rifugiò in un riposo temporaneo. La sua indole sensibile e singolare cercava una via d’uscita dalla sofferenza d’esistere. Desiderava elevarsi sopra l’oscura valle della insoddisfazione personale, della solitudine e della malinconia, della libertà compressa, della delusione sociale e della vicina invidia. La sua anima cercava un rifugio appartato dove poter vivere più tranquillamente. Il cammino lo attirò tra la gente semplice dei campi, in un paesaggio collinare che gli ricordava almeno un poco i contorni montani del suo paese natio ai piedi del Krn. Desiderava in realtà di più, perfino cambiare professione, andare a Vienna o almeno tra gli amici e conterranei intellettuali di Gorizia, ma a prevalere fu la sua fedeltà verso «ideali più alti». Accettò la modesta carica di vicario a Gradišče, diventò «pastore di un semplice gregge in campagna» e con i risparmi e alcuni prestiti acquistò un terreno appartenuto al pittore Josip Tominc. Prima della Pasqua del 1882 si trasferì nella nuova dimora e, nel riparo solatio, si dedicò all’amata agricoltura, alla viticoltura e alla faticosa costruzione della casa. Prima del trasloco, tuttavia, a Lubiana provvedette con l’aiuto dell’amico Ignac Gruntar (con il quale aveva già fondato la sala da lettura a Caporetto) a tutto il necessario affinché potesse uscire la sua prima raccolta poetica, consolidando così il suo status di poeta.
Il trionfo della poesia e l’amarezza dei colpi
Il poeta si trasferì a Gradišče il 4 aprile 1882 e pochissimo tempo dopo, il 17 aprile, vide la pubblicazione delle Poezije, il suo libro d’oro, che lo consacrò come il miglior poeta sloveno vivente. Con questo evento Gregorčič si espose sia dal punto di vista poetico sia sociale. L’entusiasmo, le recensioni elogiative e i sentimenti dei suoi estimatori si accesero ai massimi livelli. Franc Levec proclamò le sue Poezije come “d’oro”, e l’alta tiratura di copie andò rapidamente esaurita. La morbida sonorità e la musicalità dei suoi versi risuonarono e si diffusero rapidamente tra il popolo sloveno, che lo invitava a tutte le feste e celebrazioni nazionali. Il linguaggio mite, la ricercata melodiosità e il pathos della sua lirica toccarono il cuore della gente semplice e ne conquistarono le anime, sollevandole, consolandole, rallegrandole e incoraggiandole. Il 1882 fu, in senso storico-culturale, un vero e proprio “anno di Gregorčič”.
Il periodo di celebrazione della sua lirica, tuttavia, non durò a lungo: su di lui si addensarono presto le scure nubi dell’invidia e della critica. Soltanto tre anni più tardi, quando nel 1885 uscì la ristampa ampliata delle sue Poezije, proprio in quel piccolo paese il poeta visse i suoi momenti più difficili. Gli animi attorno a lui cominciarono a dividersi e il poeta fu travolto dalla tempesta di una critica intollerante e spietata guidata da Anton Kržič, Janko Pajek e Anton Mahnič, che attaccarono pubblicamente le sue opere e il suo “pericoloso” male del secolo (Weltschmerz). Il poeta stesso intervenne nella polemica in difesa dei suoi versi, diventando così ancora più vulnerabile e ferito nell’animo. Per il suo carattere sensibile fu una prova durissima. Il giudizio dei suoi confratelli e colleghi non solo lo ferì e ne scosse l’autostima, ma soffocò in lui anche la gioia per il lavoro poetico. Il poeta scrisse da qualche parte che arrivò a distruggere lui stesso un’intera serie di poesie, «probabilmente equivalenti a due volumi». Come vicario resistette cinque anni, poi, amareggiato nello spirito e affaticato nel corpo anche a causa del cuore debole, chiese il pensionamento. Perseverò in questa decisione per un decennio, ritornando al lavoro vicariale nello stesso paesino solo per due anni, dal 1897 al 1899, per poter maturare la pensione, per poi ritirarsi definitivamente. La sua forza creativa stava ormai sforendo, oppresso da problemi di salute e debiti, ma gli amici lo aiutarono comunque nella pubblicazione del secondo (1888) e del terzo volume delle Poezije (1902). Infine, il corpo e il cuore gli vennero meno a tal punto che nel 1903 decise di tornare a Gorizia, vendette il suo colle e si ritirò nel Goriziano fino al 1906. In questo periodo, nel 1904, uscirono ancora le sue traduzioni del libro biblico di Giobbe, delle Lamentazioni di Geremia e del Salmo 118; due anni più tardi, il 24 novembre 1906, il suo grande cuore depose ogni dolore. Da questo luogo, dove il cedro ricorda la sua ultima tappa, le folle affettuose lo accompagnarono di nuovo verso la terra natia.
Il Sentiero di Gregorčič
Coloro che desideravano mantenere vivo il suo spirito in questi luoghi promossero alcune importanti iniziative. In occasione del centenario della sua morte nel 2006 e contemporaneamente del 140° anniversario della morte del pittore Josip Tominc, il paesino di Gradišče nella Valle del Vipacco ha realizzato un parco memoriale presso il centro culturale sul colle, adagiato vicino alla casa del poeta. Lì, il 4 giugno, ha ospitato per la prima volta le Giornate di Gregorčič intitolate Nepretrgana pesem (“Canto ininterrotto”), organizzate dal circolo letterario Govorica. La gente del Vipacco, in ricordo della permanenza dell’usignolo goriziano sulla terra vipaccina, nel 2010 ha allestito anche il Sentiero di Gregorčič (Gregorčičeva pot), sviluppato principalmente a Gradišče. I luoghi attraverso i quali il poeta scendeva dal suo colle da un lato verso Renče e dall’altro verso Dornberk sono stati uniti in un percorso della memoria e da passeggiata. Nato su iniziativa del sociologo e poeta di Renče Radivoj Pahor, il sentiero conduce dalla scuola di Renče attraverso Arčoni, oltre Rabatovec e passando accanto al suo colle e alla chiesa di Gradišče fino ai margini del paese a Cinkovec e alla famosa quercia alla cui ombra il poeta – secondo la tradizione orale – amava rifugiarsi. La sua anima veniva rinvigorita dalla vista sugli splendidi scorci della bassa piana del Vipacco fino alla pianura friulana. Con lo sguardo poteva toccare sedici campanili e la corona delle amate cime. Le passeggiate lungo questo sentiero erano di sollievo per il poeta. Tra gli alberi spontanei e le viti piantate raccoglieva le forze e annotava il bagliore di un verso direttamente sulla manica.
Nei punti chiave del percorso pedonale sono posizionate otto targhe commemorative con contenuti lirici accuratamente selezionati ed estratti dalla vita del poeta. A Rabatovec, oltre all’olivo commemorativo, ci sono tre botti dipinte con i versi del poeta che riassumono in sintesi la portata della sua produzione lirica e cantano «la patria, l’incanto della poesia e il sole della verità – la sacra scrittura». Lungo il cammino i dromanti possono anche entrare nel suo Giardino e sedersi sulla panchina accanto alla statua del poeta.
Il mio Gregorčič
Gradišče e Gorizia: il paese natale dei miei avi vipaccini e la mia amata città. Percorro questo sentiero con grande gratitudine e al contempo con una punta di malinconia, essendo l’unica persona che ancora unisce entrambi gli spazi in cui il poeta visse più a lungo. Trovo questo percorso particolarmente bello perché porto dentro di me i suoi versi fin da bambina e mi è stato dato di vivere sul suo colle, nella sua casa e tra la sua gente. Quando cammino con il poeta nel cuore lungo il sentiero dove i miei giovani passi si sovrapponevano alle tracce sfumate di un predecessore così nobile, allora la pietra sul sentiero sotto i miei piedi prende vita, risplendono gli alberi a me cari, le querce, gli aceri, i frassini, i noci e le viti lungo la via. Accanto a me cammina il poeta che ha sfidato la «tempesta del destino», che «si scagliava contro di lui, ma il suo spirito orgoglioso non si piegava». Sento la forza della sua testimonianza e del suo dolore, del suo spirito fiero e nobile, del suo amore per l’uomo sloveno, in cui ha rafforzato il valore della poesia e la coscienza nazionale. Sento come il suo amore attraverso i versi abbia nobilitato la mia gente della Valle del Vipacco, dando loro forza e senso per farsi strada attraverso tempi poveri e difficili, e attraverso di loro abbia plasmato anche me. È diventato il mio compagno di vita, perché alla mia sensibilità ha infuso la forza creativa e la consapevolezza che è giusto così. Perché io possa essere con orgoglio ciò che sono. Come lo fu lui.
Prvotni jezik tega članka je slovenščina.