LA MOSCHEA SCOMPARSA; DALLA BIENNALE ALLE ROVINE DELLA CIVILTA’
di FRANCO JURI
“Traccia sonora di una casa invisibile”; s’intitola così il progetto che il collettivo di ricerca artistica Nonument Group ha allestito nel padiglione sloveno della Biennale di Venezia 2026. Si tratta di una installazione multimediale che prende spunto – evocando una memoria color seppia, ormai sbiadita nel tempo – da un particolare edificio in legno, costruito provvisoriamente nel 1917, ai piedi del monte Mangart nelle Alpi Giulie, a ridosso dell’odierno confine italo-sloveno. L’edificio era una piccola moschea, sorta in quel lembo di terra alpina nel pieno della “Grande guerra” per le necessità spirituali e religiose dei soldati musulmani bosniaci nel multietnico esercito austro-ungarico. Non lontano da lì, a Vršič, a cavallo tra il 1915 e il 1916, i prigionieri di guerra russi (ma anche ucraini) , impegnati nei lavori per la strada sull’omonimo valico, avevano costruito, sempre in legno, una cappella ortodossa che più tardi – dopo che una valanga aveva sepellito e ucciso decine di quei prigionieri – assunse una valenza profondamente commemorativa, diventando, nel 2015, un monumento alle vittime della guerra e un simbolico richiamo alla fratellanza panslava. Purtroppo dall’inizio della guerra in Ucraina, le tradizionali celebrazioni annuali presso la cappella russa di Vršič, che vedevano la puntuale partecipazione dei vertici di stato e religiosi sloveni e russi, si è ufficialmente interrotta. Il piccolo edificio religioso è comunque ancora al suo posto, mentre la moschea sotto il Mangart è sparita dopo l’arrivo delle truppe italiane e l’annessione di quella parte di Slovenia al Regno d’Italia. Di quell’immagine quasi surreale, l’esotico edificio con minareto tra i pascoli alpini, rimangono solo alcune vecchie foto, qualche cartolina e alcuni resti delle fondamenta in pietra nascosti tra l’erba, documentati ora dagli artisti che alla biennale evocano, anche con apporocci sonori, un ricordo recuperato dall’oblio ma sempre terribilmente attuale. Il collettivo Nonument Group, formato da Neja Tomšič, Martin Bricelj Baraga, Nika Grabar e Miloš Kosec, non affronta il ricordo di quella moschea in termini patetici, ma denunciando le guerre e le strumentalizzazioni religiose e politiche che le accompagnano e le estremizzano. Non era certo buonismo o spirito di tolleranza religiosa – affermano gli autori – a ispirare i vertici militari che permisero, durante la guerra sotto il Mangart, ma anche altrove in Europa, la costruzione di edifici religiosi poco consoni alla maggioranza cristiana dei soldati in trincea. Ma le unità bosniache dell’esercito austro-ungarico, come quelle marocchine o tunisine, inquadrate nell’esercito francese, erano per i generali tatticamente molto importanti agli scopi bellici e quindi andavano confortate, prima della morte, anche spiritualmente. In merito all’idea materializzatasi nell’Arsenale veneziano, la curatrice del padiglione sloveno Nataša Petrešin-Bachelez, in un’intervista per il quotidiano Delo, ci ricorda che siamo nuovamente circondati da inumane distruzioni e da catastrofiche crisi climatiche e di civiltà, per cui bisogna parlarne sempre, con insistenza e in ogni dove. Il collettivo Nonument Group, partendo da una specifica storia narrata a più voci e localmente inquadrata, ne trasmette il messaggio globale; le rovine quale metafora di una ricerca assidua della dignità umana tra le macerie della civiltà.
Gli artisti sloveni non tergiversano, e ancor prima di riempire il padiglione con le memorie della piccola moschea alpina, hanno puntano il dito sulle guerre, in particolare, su quella palesemente genocida a Gaza, e sull’indifferenza e complicità dell’Occidente cosiddetto democratico. L’hanno fatto pure firmando in marzo un appello insieme ad altri duecento artisti internazionali per l’esclusione di Israele dalla biennale, in un clima già arroventato dalle proteste ucraine contro l’invito alla Russia e dopo che la Commissione europea di Ursula Von der Leyen, la giuria internazionale – successivamente dimessasi – e parzialmente anche il governo italiano, avevano espresso la propria contrarietà alla partecipazione di artisti russi all’appuntamento veneziano. La giuria aveva però richiesto anche l’esclusione di Israele, proponendo come criterio per tale decisione i mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale per gli statisti rei di crimini di guerra. Ma Israele, come del resto gli USA, per la Commissione europea non vanno assolutamente problematizzati, nonostante abbiano scatenato una guerra di civiltà e di petrolio dall’Iran al Libano che sta mettendo in seria crisi tutto il pianeta, e Tel Aviv continui a perpetrare il genocidio, l’apartheid e la pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania. Il presidente della biennale Pietrangelo Buttafuoco non si è piegato ed ha infine deciso di tagliare la testa al toro, escludendo qualsiasi divieto di partecipazione, anche di quella russa. “La Biennale di Venezia non è un tribunale.” ha sentenziato. Israele è rappresentato alla biennale dallo scultore nato in Romania Belu-Simion Fainaru, che si è premurato di accusare gli artisti sloveni di antisemitismo e di essere finanziati niente po’ po’ di meno che dalla Jihad islamica.
La Slovenia, uno degli stati dell’UE che hanno risconosciuto la Palestina e accusato Israele di genocidio, è ormai da tempo nel mirino di Benjamin Netanyahu, che sostiene il suo alleato Janez Janša, leader ex comunista dell’estrema destra slovena. Nella recente campagna elettorale in Slovenia l’SDS (Partito democratico sloveno), il partito di Janša, è stato aiutato dal Black Cube, un’agenzia segreta israeliana mercenaria, fondata da (ex) agenti del Mossad e dell’IDF, con compiti di spionaggio, manipolazioni, depistaggi e denigrazioni di politici legati ai governi non amici di Israele con diffusione di video e intercettazioni compromettenti. Gli agenti di Black Cube si erano difatti incontrati con Janez Janša, tra Lubiana e Tel Aviv, a più riprese. Risultato; il centro-sinistra ha perso le elezioni, e il centro-destra, pur non vincendole, ha messo su una coalizione e un governo di minoranza ottenendo il sostegno esterno di Resnica (Verità) un piccolo movimento populista “anti-sistema” anti-politico, anti-vax, anti-tasse e, agli albori, persino anti-Janša, guidato da Zoran Stevanović, ex poliziotto e già membro del partito di estrema destra SNS (Partito nazionale sloveno) di Zmago Jelinčič. Resnica è entrata in parlamento come ultimo partito grazie ai voti degli elettori più arrabbiati. Con un colpo di scena inedito nella tradizione parlamentare slovena, e grazie ai voti del centro-destra, il palestrato, arrogante e retoricamente prolisso Stevanović è stato nominato presidente della Camera di stato. Janša e i suoi alleati (i democristiani-popolari di Jernej Vrtovec e il piccolo partito di Anže Logar, uscito tatticamente dall’ SDS, ma ora di fatto rientrato all’ovile) hanno quindi i voti per governare, e molti si chiedono preoccupati se ciò implicherà anche una radicale svolta nella politica internazionale della Slovenia. Probabilmente sì. Janša, che non nasconde di sostenere apertamente le politiche di Trump e Netanyahu, ha infatti dichiarato in campagna elettorale di voler trasferire l’ambasciata slovena a Gerusalemme e liquidare prima possibile il riconoscimento della Palestina.
Questo in sintesi il quadro politico che sta mettendo in forse tutto lo sforzo elargito fin’ora dalla società civile, dall’intellettualità, dagli artisti, dai pacifisti, dagli attivisti umanitari, dalla politica di centro-sinistra e persino dalla Presidente della repubblica Nataša Pirc Musar, per collocare la Slovenia su quello che il mondo progressista definisce il lato giusto della storia.
Per protesta contro il genocidio a Gaza e la persistenza della presenza israeliana al festival canoro “europeo”, fortemente sponsorizzato anche da Israele, la TV pubblica slovena ha disdetto la sua partecipazione all’Eurovision, trasmettendo al posto della kermesse musicale una serie di documentari, film, dibattiti e approfondimenti dedicati a Gaza, alla Palestina e al conflitto israeliano-palestinese. Ma ora anche la sorte dell’ente televisivo pubblico sloveno – memore tra l’altro della nefasta esperienza nel precedente mandato Janša – sembra ormai segnata.
In questo annus terribilis anche all’ Arsenale di Venezia l’arte della biennale sembra incontrare le rovine della civiltà. Ma lo sappiamo bene; né l’arte, né la poesia possono cambiare la storia e il mondo, soprattutto se a dominare sono uomini volgari che odiano sia l’arte che il verso. Che odiano l’umanità. Possono allora solo farceli comprendere meglio.
Articolo originale in Italiano.