ORIZZONTI DI DIALOGO. INTERVISTA CON UMBERTO DIMITRI
di ELEONORA BRISSI
Umberto Dimitri è uno studente del liceo scientifico “Buonarroti” di Monfalcone, frequenta il quinto anno e dopo la maturità ha in programma di iscriversi alla facoltà di ingegneria biomedica. Quest’anno è stato rappresentante d’istituto, una carica che ha rivestito con grande dedizione. Fa parte dell’UDS, il sindacato indipendente per studenti e scolari d’Italia, che gli ha permesso di coltivare interessi legati alla sfera umanista del suo carattere. Umberto è consapevole delle capacità dei suoi coetanei e si impegna quotidianamente nel creare una realtà che rappresenti i valori di cui si fa portavoce anche quando ciò implica andare controcorrente, come ha fatto a marzo, al festival Geografie, intervenendo durante una presentazione.
In che maniera fai rappresentanza?
Cerco di far sentire gli studenti il più coinvolti possibile, rendendoli partecipi delle decisioni. Voglio dimostrare che noi rappresentanti non siamo loro superiori, ma portavoce delle esigenze dei nostri compagni. Quest’anno abbiamo lavorato sulla partecipazione alle assemblee studentesche cercando di favorire ancora di più gli interventi, creando dei momenti in cui c’erano dei veri e propri dibattiti, anche sui temi di attualità. Lo scopo era farle tornare dei luoghi di discussione. Negli anni, nonostante venissero invitati degli ospiti di un certo livello, gli studenti restavano statici, perché diventavano lezioni frontali. L’assemblea, però, originariamente, non nasce per quello.
La tua esperienza in un sindacato ti ha dato modo di riflettere su alcuni argomenti di contemporaneità e società che raramente vengono affrontati nell’ambito della classe?
Sì, si tratta di avere innanzitutto modo di formarsi avendo modo di lavorare in ambito di attualità ogni giorno. L’aspetto più interessante, secondo me, è stato quello di avere la possibilità di confrontarmi con gente con molta più esperienza, molte più conoscenze: hanno incentivato il mio desiderio di esprimermi e di confrontarmi. Cercare delle soluzioni condivise, secondo me è stata l’attività più formativa, perché aprire al dialogo, alla collaborazione, è la cosa più importante di tutte. Ho cercato di portare questo modus operandi, quello improntato sul dialogo, anche all’interno dell’assemblea.
E c’è stata partecipazione, c’è stata una risposta da parte dei tuoi compagni di scuola?
Secondo me sì. Le assemblee che siamo riusciti a improntare in quel modo lì, quindi cercando il dibattito, il dialogo, cercando di far esprimere gli studenti, hanno avuto successo. Soprattutto perché, alla fine, l’obiettivo non era arrivare a definire una posizione che fosse corretta o errata, ma abituare le persone a dialogare tra loro, ad ascoltare anche le opinioni degli altri, che secondo me è una cosa forse ancora più importante di sapere esprimere la propria.
Pensi che nella tua esperienza di confronto con un’autorità politica tu sia stato ascoltato o non hai avuto questa sensazione?
La cosa che è dispiaciuta è stata lo spreco di un’occasione per creare dialogo. Il mio obiettivo da cittadino, quale mi sono presentato lì (ero lì come Umberto, non come rappresentante del liceo Buonarroti), era quello di cercare di aprire un dialogo su un tema cruciale per Monfalcone, che è quello che è stato espresso nel libro presentato a Geografie.
Mi amareggia che l’intervento sia stato visto solo come una polemica. L’obiettivo principale non era quello. Mi rendo conto del fatto che il discorso poteva risultare, per alcuni versi, provocatorio, ma la stessa presentazione, in certi punti, lo è stata. L’obiettivo principale non era fare contestazione, ma avere un confronto. Io ho presentato l’esperienza di uno studente liceale che ha vissuto delle dinamiche opposte a quelle presentate nel libro e volevo esporre questo punto di vista.
Pensi che la tendenza a non ascoltare quello che i giovani hanno da dire sia comune?
La battaglia principale si gioca sulla questione della competenza. Noi giovani siamo in una fase in cui stiamo apprendendo tanto, non siamo degli esseri compiuti, che pretendono di avere la verità in mano. Tuttavia, abbiamo degli spunti di riflessione che possiamo fornire, possiamo portare una visione che non sempre può essere compresa, anche solo per meri fattori di età, che spingono a vedere i giovani come non sufficientemente competenti e non legittimati a essere ascoltati.
Pensi che la scuola, ancora molto statica nei metodi di insegnamento, riesca a fornire gli strumenti adatti per muoversi in un mondo che è così repentino?
La scuola è un ambito che inevitabilmente si presta al dialogo, ma negli ultimi anni c’è stata una deriva che sempre meno ammette il confronto. La scuola pecca nel non stimolare gli studenti al confronto costruttivo, non solo con l’adulto di riferimento, ma anche tra coetanei. È problematico anche il modo di approcciarsi ad alcune materie. La filosofia si fonda sul dialogo, ma viene trattata in modo puramente nozionistico: si imparano i pensieri dei filosofi, senza capire come in realtà lo studio della filosofia, almeno per come l’ho interpretato io, sia un dare degli strumenti, dare degli spunti per imparare a pensare. L’accento andrebbe posto su cosa posso portarmi nella mia esperienza di tutti i giorni da un determinato filone di pensiero, invece, tutte le materie si sono un po’ ridotte a trasmettere nozioni, perdendo di vista il pensiero critico, quello per cui tanto si esalta il liceo. Purtroppo, a causa dei programmi molto ampi manca il tempo per dedicarsi allo sviluppo delle competenze orali. Sono una persona che ha cercato di sviluppare un proprio pensiero critico sulla base di quello che studiava, mi è sempre mancato, fino almeno a quest’anno, il modo di esprimerlo e anche il luogo dove confrontarlo con altri, ma in autonomia non è semplice. Per fortuna ho avuto insegnati che si sono resi disponibili ad assumere approcci diversi all’insegnamento.
Come hai trovato tu il coraggio di esprimere la tua opinione in un contesto dove sapevi che sarebbe stata vista come ostile o controcorrente?
Il motivo è duplice. Da un lato c’è un motivo molto più emotivo, ossia il fatto che io sia rimasto ferito dalle parole della ex sindaca, non perché io sia di fede musulmana – sono nato in Italia, cresciuto in Italia e la mia famiglia è di fede cattolica – ma perché il tono era pieno di rabbia e sprigionava odio nei confronti di quelli che sono i miei compagni di banco, di quelli che sono i miei amici, di persone con cui mi confronto, con cui ho affrontato anche percorsi complessi, che mi hanno fatto molto crescere. Leggere un titolo come “La minaccia di Allah” ha fatto scattare in me la scintilla. Dall’altro lato, invece, ci tenevo che l’intervento facesse capire che, all’interno di una realtà come quella di Monfalcone, non tutti la pensiamo allo stesso modo, non tutti abbiamo lo stesso rapporto nei confronti della popolazione musulmana e soprattutto sentivo la necessità di dover portare quel punto di vista altro, ossia di uno studente che c’è cresciuto all’interno di questo mix culturale e che è stato molto formativo.
Pensi che questo modo così aggressivo di fare politica spaventi i giovani?
Secondo me sì. Lo dico senza vergogna: all’inizio ero spaventato, perché sembra più un gridarsi addosso e cercare di accaparrarsi il maggior numero di votanti, ma la politica non è nata per questo. Non è scegliere una fazione e sperare che quella vinca, ma cercare soluzioni insieme, che siano il più condivise possibili, non cercare di escludere e far vincere un’opinione rispetto alle altre, ma se non fossi parte del Sindacato degli studenti, non avrei imparato cosa sia realmente. A ciò si aggiunge la mancanza di posizioni intermedie. La scelta così estrema tra opinioni politiche spaventa molto.
Secondo te, l’ascolto sarebbe la chiave per aprire una nuova partecipazione giovanile?
Lo strumento fondamentale sarebbe la creazione di spazi di confronto nei quali i giovani possano aggregarsi, a volte anche con dei moderatori, perché sono perfettamente cosciente del fatto che per approcciarsi a certi argomenti ci sia bisogno di qualcuno che metta un po’ d’ordine. È importante sottolineare il fatto che anche per dibattere bisogna avere un modo: bisogna saper ascoltare, bisogna saper conciliare le opinioni, se non si vuole rendere il dibattito un mero “io esprimo la mia opinione e quella è, fine”. Quello non è fare politica, non è fare dialogo, non è fare dibattito e secondo me per questo bisognerebbe creare maggiori spazi di associazione dove i giovani possano trovare il piacere di tornare a contatto con la politica. Ci riguarda dal vivo quotidianamente, non è solo per i magistrati o coloro che fanno le leggi, è questione di chi vive la realtà tutti i giorni.
Alla luce di questo, pensi che i media diffondano notizie fortemente influenzate dai partiti e che ciò comprometta la qualità della comunicazione?
Inevitabilmente si è modulati da ciò che si legge, anche solo per il fatto che le opinioni non sempre vengono espresse in modo trasparente, oggettivo, perché chi scrive degli articoli ha un proprio modo di leggere gli eventi, e lo trasmette ai propri lettori. All’interno delle scuole, questo devo ammetterlo, si sta facendo un lavoro per spronare gli studenti a non limitarsi alla prima fonte disponibile. Secondo me, però, non vengono forniti gli strumenti per conoscere l’origine delle fonti di informazione. Abbiamo tante regole sul “cosa” fare, ma non sappiamo “come” farlo.
La notizia del tuo intervento a Geografie sia stata ben riportata?
In molti hanno commentato che l’abbia fatto solo per finire in prima pagina, quando invece, come detto, le motivazioni erano ben altre.
Durante il tuo intervento hai citato l’autore latino Terenzio: i classici dell’antichità ci insegnano ancora qualcosa o guardare così al passato rischia di essere anacronistico?
Senza dubbio dal passato possiamo sempre cogliere gli spunti di riflessione, soprattutto per quanto riguarda la filosofia, la storia e la letteratura. I pensatori del passato sono stati capaci di mettere su carta delle realtà che ancora oggi sono estremamente vere. Nel momento in cui si guarda alla storiografia e ai testi antichi, ma anche a quelli più recenti, avendo la capacità di contestualizzare tutta una serie di opinioni all’interno di una determinata realtà storica, si ha la possibilità di leggere dei messaggi che hanno valore anche per il presente. Quella di Terenzio (Homo sum, humani nihil a me alienum puto) è una lezione di umanità, che vale sempre, in tutti i tempi, indipendentemente dal fatto che sia stata scritta ai tempi degli antichi romani.
Pensi che la conserviamo questa umanità o che la stiamo un po’ perdendo?
Secondo me la stiamo perdendo in nome dell’individualismo. Siamo sempre più immersi all’interno di una società in cui, non sussistendo il dialogo, si guarda sempre più al proprio in una visione autoreferenziale in cui manca l’attenzione all’altro.
Perché, invece, dovremmo conservarla?
Perché siamo esseri umani che vivono all’interno di una società e se vogliamo che questa ci rappresenti, dobbiamo dimostrare i valori che quest’ultima deve rispecchiare. Io in questo momento non mi sento rappresentato dalla società in cui viviamo e cerco, nel mio piccolo, di cambiarla come posso. È inutile e infantile lamentarsi di qualcosa che non funziona e lasciarlo comunque com’è.
È un lavarsi le mani con la giustificazione: “tanto è colpa della società”. Quando in realtà la abitiamo tutti e ne siamo tutti partecipi in un modo o nell’altro…
Esatto, è importante ricordarsi che la società la costruiamo noi. Visto che viviamo in una democrazia, fortunatamente, ognuno ha il proprio piccolo modo di incidere all’interno della società. Dobbiamo sfruttare questa possibilità se il mondo che ci circonda non ci va bene. Torno sulla questione dell’intervento fatto a Geografie: nei giorni successivi ho ricevuto molti messaggi di approvazione, ma al momento dell’intervento (e delle conseguenti reazioni) sono stato il solo a parlare, seppur più persone condividessero il mio pensiero. Questo mi è dispiaciuto. Guardiamo spesso a una società che non ci piace, ma non sempre ci prendiamo la responsabilità di cambiarla o non sempre ci rendiamo conto del fatto che è possibile cambiarla.
Pensi che la tua possa essere la generazione che cambierà il mondo?
Voglio essere ottimista. L’intervento a Geografie non l’ho preparato da solo, ma collaborando con miei compagni di liceo: questo mi fa pensare che ci siano persone come me che vogliono cambiare le cose e mi dà speranza. Spero di aver dato il coraggio a qualcuno. Ho provato a dimostrare che se lo ha fatto un ragazzo di 18 anni come me, può farlo chiunque, senza avere paura della reazione generale. Dobbiamo avere la forza di esprimere le nostre idee, di trasmettere la nostra opinione e provare a cambiare un po’ il mondo.
Articolo originale in Italiano.