“SENZA PATRIA” DI GABRIELE POLO. QUANDO UN ROMANZO RINCORRE LA STORIA
di LUCIO FABI
«Mamma, qual è il nostro paese?».
«Questo, dove siamo nati e viviamo…», gli risponde Maria Luigia guardandolo preoccupata e dicendogli la cosa più ovvia.
«Ma no… Intendo… siamo italiani? Austriaci? Mezzi slavi? O cosa?».
La madre si tranquillizza, non è impazzito, né ubriaco.
«Ah, in quel senso… Mah! Robe de siori…». Cose da signori, da ricchi. «Per chi ga tanti schei e pochi pensieri…», chiude il discorso e passa alla polenta.
Gabriele Polo, “bisiacco” (nato a San Canzian d’Isonzo) trapiantato a Roma, giornalista e scrittore, direttore de “Il Manifesto” dal 2003 al 2009, ha recentemente pubblicato un romanzo storico sulla vicenda di due fratelli “cantierini”, “senza patria”, ovvero figli del sogno social-internazionalista, Francesco e Luigi. Una storia di frontiera, fatta di passioni, scontri, desideri e ideologie, che si dipana lungo quel “secolo breve” che ben conosciamo, vissuto assai intensamente tra la fabbrica e il mondo che si trasforma attraverso due guerre mondiali.
La storia di Francesco, Luigi e la loro famiglia rappresenta il percorso di una collettività che attraverso il lavoro cerca di superare la secolare marginalità riservata alle genti contadine.
Il cantiere dei Cosulich, imprenditori che dagli inizi del Novecento “creano” una fabbrica e una cittadina operaia dalle regole paternalistiche, rappresenta per i giovani dei dintorni un’occasione per affrancarsi dalla povertà. Assieme al salario acquisiscono competenze e una coscienza sociale che li porterà a contestare le scelte padronali e spesso a modificare tempi e ritmi della produzione. Le grandi navi solcano i mari, in cantiere cresce un organizzato socialismo operaio con cui i padroni dovranno scendere a patti.
Proveniente da una famiglia povera, il padre Adelchi, marinaio, a causa di una tempesta privo della sua barca con cui trasportava ghiaia dall’Isonzo a Trieste, la madre Maria Luigia a combattere ogni giorno per mettere insieme pranzo e cena, in cantiere Francesco da “scaldabrocche” diventa operaio specializzato al tornio. Conosce i compagni, capisce di far parte di una storia collettiva, che il mondo si può migliorare. La guerra, quella grande, interrompe tutto questo. Francesco spedito in Galizia con l’esercito austriaco, la famiglia trasferita in un campo profughi dell’interno, perché il paese in cui vivevano, occupato dall’esercito italiano, diventa retrovia del campo di battaglia. In una trincea Francesco viene salvato dallo sloveno Boris, compagno cantierino ritrovato al reparto. Insieme, prigionieri dei russi, vivono il grande sogno della rivoluzione bolscevica, che al ritorno in patria, nel frattempo Italia e non più Austria, vorrebbero ripresentare.
La realtà si presenta con ben altra faccia. Il cantiere ricostruito dai Cosulich ha cambiato volto, le tradizionali maestranze vengono in parte sostituite da forza lavoro proveniente dal Regno, tra cui i tanti “gallipolini” voluti dal gerarca Starace (di Gallipoli) per “diluire” lo spirito socialista e rivoluzionario presente in cantiere. Il fascismo imperante costringe socialisti e comunisti a operare in clandestinità all’interno e all’esterno della fabbrica, Francesco continua a sperare nel socialismo. Boris, oppresso come tutta la comunità slovena nella lingua e nelle manifestazioni sociali, finirà per trasferirsi nel nuovo stato jugoslavo. Luigi, ormai adolescente, “Scaldabrocche” in fabbrica, gioca a calcio nella squadra del cantiere, frequenta giovani della sua età, va alle feste organizzate dai Cosulich. Tutto questo genera frizioni e dissidi tra i due fratelli, stemperati dalla madre e da Giovanna, la giovane moglie di Francesco.
La crisi della cantieristica degli anni Trenta, la recrudescenza della presenza del fascismo dentro e fuori del cantiere e in ultimo l’entrata in guerra dell’Italia e l’invasione della Jugoslavia, cementa lo spirito di resistenza dei due fratelli, che nel settembre del ’43 partecipano alla battaglia partigiana contro l’entrata dei tedeschi a Gorizia. Luigi in seguito si aggrega alla resistenza jugoslava e coerentemente, alla fine del conflitto, sceglie di andare in Jugoslavia per costruire, assieme a 2000 operai dei cantieri, il nuovo paese comunista. Se ne ritornerà pochi mesi dopo, quando le vicende internazionali li trasformeranno in nemici del regime socialista di Tito. Sfuggirà alla prigionia grazie a Boris, diventato un pezzo grosso della Federazione, ma non potrà ritornare al paese, in quanto comunista non allineato. Dovrà riparare in Cecoslovacchia, da cui ritornerà deluso nel ’68. Francesco, in cantiere, attraversa le contraddizioni del dopoguerra, rimanendo fedele all’idea socialista. I due fratelli si incontrano nuovamente davanti un bicchiere di vino. Come andrà, si chiedono. “Vedaremo”. Siamo alle soglie del ’68, quando ancora, dentro e fuori la fabbrica, si lottava per una società migliore. Oggi il cantiere sembra un grande Moloch capace di ingoiare tutto e tutti. La colpa, forse, è stata di chi è venuto dopo, ma: “È il progresso, bellezza!”
Articolo originale in Italiano.