DRUGI JEZIK KOT PRVA LJUBEZEN: IL SAPORE DELL’INFANZIA IN UN’ALTRA LINGUA
piše MARTA DONNINI
Marta, dovolj!
Io sono Marta Donnini, non Marta Dovòl.
Vedno sem tako odgovarjala, ko so me učiteljice skušale umiriti, brez da bi se povsem tega zavedala. Mogoče sem tudi sama opažala nek razburjen ton, a je res bilo potrebno mi priimek spremeniti, da bi me okarale? Se ne spominjam kdaj sem pričela razumeti, da je dovolj bil poziv Donnini, ne pa njegova nadomestitev, naučila sem se pa grajo razumeti in staro formulo uporabljala bolj za šalo, za provokacijo, ko se z opominom nisem strinjala.
Tako je slovenščina, preko preprostega otroškega trika, takoj vstopil v igralno dimenzijo, ki se mi danes zdi povsem posebna – v nekem smislu izključna -, a vendar čisto običajna. Po drugi strani, kateri otrok ne preizkuša meja svojega sogovornika, ignorira njegove opomine ali se pretvarja, da jih ne razume? Zame je bilo pa drugače, saj sprva res nisem ničesar razumela.
Kasneje, z vse večjo samozavestjo, v šoli je buongiorno postal dobro jutro, arrivederci nasvidenje, maestra učiteljica, merenda malica, Biancaneve Sneguljčica, la Canzoncina degli elefanti Pesem slončkov in tako dalje: kot da bi neko notranje zrcalo odražalo vse to kar sem se naučila točno tako, kot je bilo, samo z drugačnimi imeni in glasovi. Pravzaprav mogoče ni povsem pravilno govoriti o zamenjavi ali podvajanju pojmov glede na jezik in kontekst, kot je rečeno ko se ga kasneje študira. Tako majhna sem bila, da možnost skladiščenja in istočasnega prevoda novega termina sploh ni obstajala. Spoznavanje je potekalo direktno v slovenščini v šolskem okolju, preko neprestane prakse in sodelovanjem z učitelji in vrstniki, medtem ko doma, kjer so moji starši govorili samo italijanščino, sem se spontano vračala maternemu jeziku. Večkrat sem slišala, da učenje drugega jezika v mladih letih lahko pripelje k zmedi, in da ovira pravilno asimilacijo tako slednjega kot tudi lastnega. V mojem primeru, ki to trditev popolnoma ovrže, mislim, da je bil razlog za to takojšnja vključitev »rutine drugega jezika« v osebno sfero, che ha reso possibile lo sviluppo di una genuina passione per la “lingua dell’amore”.
Verso la fine degli anni ’90 del secolo scorso, l’asilo e la scuola elementare con lingua d’insegnamento slovena di Vermegliano contavano complessivamente circa 100 iscritti, i quali erano più o meno uniformemente divisi tra bambini con uno o entrambi i genitori di origine slovena, e bambini con genitori che parlavano esclusivamente italiano. In quest’ultima categoria rientravamo io e mio fratello maggiore. Come spesso succede nei posti piccoli come Ronchi, i genitori riconobbero i vecchi compagni, amici o colleghi e proprio una di queste coppie bilingui, formata da Silvia Pierotti e Boris Černic, riuscì nel 2001 a indirizzare l’entusiasmo creatosi nella fondazione del coro Starši Ensemble e del gruppo musicale infantile Romjanski Muzikanti, entrambi ancora attivi all’interno dell’Associazione genitori di Vermegliano, creata solo 5 anni prima. Dunque, giusto per schiarirci brevemente le idee: genitori che non conoscevano la lingua e genitori che parlavano sloveno si riunirono sotto la guida di una direttrice italiana, che con il loro aiuto componeva canzoni in sloveno. Il coro poi le eseguiva sia durante esibizioni generali che durante celebrazioni dedicate alla cultura slovena. Va da sé che una tale attività richiedeva impegno, prove costanti, che si tenevano per gli adulti il venerdì sera nell’aula più grande della scuola elementare, per noi ragazzi invece il venerdì pomeriggio qualche via più in là, con della pizza appena sfornata e una “potica” alla Nutella, nel soggiorno di nonna Štefka, la mamma di Boris.
Ciò ha portato non solo alla graduale consapevolezza di stare studiando la lingua del vicino – cosa che all’epoca tra gli italiani non era così frequente -, che fin da giovane mi ha permesso di visitare paesi stranieri, di conoscere persone diverse e di sugellare molte amicizie, ma anche entusiasmo, quando ho presto scoperto di avere una bella voce. Dato che da grandi poteri derivano grandi responsabilità, non ho mai perso occasione per allenare il canto e la lingua, ogni volta che sentivo qualcuno chiacchierare in sloveno, indipendentemente dal luogo e dalle circostanze. Inizialmente cercavo di capire se la lingua era quella, poi facevo un giretto per farmi notare e alla fine iniziavo a cantare un ricco repertorio di canzoni per bambini, finché non mi chiedevano se conoscessi lo sloveno. Seguivano lunghe conversazioni che, nonostante le limitate capacità linguistiche, mi sembravano vivaci e sempre piacevoli. I genitori non mi fermavano e si divertivano con queste scenette, perché ero ancora una bambina e i miei interlocutori (per quanto ricordo…) non si lamentavano mai da loro.
Tutto ciò mi dava una sensazione di accoglienza, di essere una parte importante della comunità nella quale sono cresciuta, e al contempo di scoprirla incessantemente. Ancora oggi è affascinante, stimolante, mai del tutto nota, ma sempre comoda, casalinga. Ne faccio parte, ma non appartengo alla minoranza slovena in Italia. Sono una slovena italiana o un’italiana slovena? È così importante stabilirlo?
Mentre gli anni scolastici passavano, l’insegnamento della lingua diventava sempre più metodico e strutturato. Includeva la grammatica, la geografia, la storia, la letteratura, fino al teatro e alle consuetudini, cosa che, oltre alle già nominate e molteplici escursioni estive nei CŠOD in giro per la Slovenia, ebbe un forte impatto sullo sviluppo della dimensione socio-culturale, sentimentale-relazionale e artistico-espressiva. Dopo aver finito la scuola media inferiore (scuola elementare nel sistema scolastico sloveno) nel 2008, decisi per l’indirizzo artistico al liceo italiano Giovanni Sello a Udine, poiché vicino casa ancora non esisteva un simile programma con insegnamento in lingua slovena. Ciò nonostante, mi impegno a utilizzare lo sloveno il più possibile, perché per me rappresenta sempre una sorta di ritorno alla fonte, uno strumento unico per immedesimarsi direttamente nella diversità, provare una più profonda empatia e desiderare più consapevolmente l’inclusione. Semplicemente le voglio bene.
Tralasciando il fatto che oggi è anche fonte di guadagno, dato che collaboro regolarmente con associazioni culturali del goriziano come traduttrice, la graduale conoscenza dello sloveno nella prima infanzia ha rappresentato soprattutto un ponte, se non per la tolleranza, almeno per una più consapevole e flessibile comprensione dell’altro. Un dono inestimabile, che ha formato i fondamenti del mio essere e del mio sguardo sul mondo.
La lingua originale di questo articolo è l'Italiano.